Explicit / Fiction

Una scena di “Lotta di classe”

31.08.2016

AFP

Insegnare ai tempi della “buona scuola”. La giornata di un professore, e firma di IL, che si è trasformato in “professero”, dal diario di un anno in cattedra in uscita per minimum fax

Un gruppetto della classe ha cominciato a dire «Severo ma giusto» ogni volta che metto un voto o dico a qualcuno di chiarire meglio il concetto. Poi si danno il cinque tra loro, o le manate sulla schiena, e ridono un sacco.

Secondo me deve essere una di quelle frasi tormentone che gli adolescenti prendono da chissà dove e poi usano per sfottere gli insegnanti: formalmente rispettose, con un significato ufficiale e uno recondito, conosciuto solo dagli affiliati, che le tramuta in frasi dalla comicità irresistibile. Non mi dispiace sentirli ridere per una fesseria che li fa sentire grandi, però mi dà fastidio non essermi accorto del momento in cui sono diventati adolescenti.

In quarta ginnasio ci eravamo scelti come modello da emulare i ragazzi di quinta: un mio compagno aveva in quella classe suo fratello maggiore, per cui capitava che il pomeriggio ci incontrassimo a casa sua e ci fossero anche quelli di quinta, ci sembravano spavaldi e brillanti, andavano bene a scuola e riuscivano allo stesso tempo a fare casino in classe, e infatti anche loro usavano delle frasi banali, attribuendogli un altro significato.

Quelli di quinta che avevano fatto gruppo dicevano: «Sì, sì, domani». E poi ridevano tutti. «Sì, sì» lo dicevano molto piano, quasi non si sentiva, «domani» invece lo dicevano fortissimo, e accompagnavano la parola con un gesto della mano che mostrava le cinque dita a palmo aperto. Non sapevo cosa intendessero dire con questo, doveva essere una cosa tipo: Hai detto una minchiata, oppure: Te lo puoi scordare, insomma: Nemmeno domani, rassegnati. A volte non dicevano nemmeno niente e facevano solo quel gesto con la mano, certe volte non facevano neppure il gesto, disegnavano cinque dita aperte sulla lavagna, o sul vetro appannato di una finestra, e poi ridevano tutti. Dicevano «sì, sì, domani» anche ai professori, che anche loro non capivano bene cosa significasse e capivano solo quello che capisco io quando in classe dicono «severo ma giusto», cioè che la quarta D stava attraversando in blocco la fase più scema di tutte, quella in cui sei così scemo da pensare che tutti gli altri sono più scemi di te e puoi dire le cose in codice senza farti capire.

Anche noi della quarta provavamo a dire «sì, sì, domani», ma quando lo dicevamo noi non faceva tanto ridere, faceva ridere solo quando lo dicevano quelli di quinta; alcune mie compagne di classe erano soggiogate dal fascino di quelli di quinta, e lo si capiva da come ridevano forte quando uno di loro diceva «sì, sì, domani» e da come invece non ridevano per niente quando lo diceva uno di noi.

Questo «severo ma giusto» è un commento che si sta diffondendo in tutta la classe, non lo usa più solo quel gruppetto, adesso lo usano anche gli altri, e l’altro giorno che ho fatto una sostituzione in un’altra seconda ho sentito due ragazzi usarlo anche là dentro. Volevo indagare sull’etimologia però a un certo punto per pigrizia ho pensato: ma che me ne fotte, è solo un tormentone.

Quelli di quinta ginnasio a un certo punto avevano aggiunto una specie di sibilo al loro sì, sì, domani. Quando facevi attenzione al suono scoprivi che era una parola inglese: just. La pronunciavano prolungando tantissimo la esse e quasi azzerando il volume sulle altre lettere, e a un certo punto, siccome era più breve, questo «jussssssst» aveva soppiantato quasi del tutto il «sì, sì, domani»: dicevano «jussssssst» con le cinque dita aperte e il significato era sempre lo stesso. Questo, non so perché, ma faceva ancora più ridere le mie compagne di classe.

Severo ma giusto in un paio di settimane si è trasformato in «professero», che è una specie di permutazione delle vocali contenute in professore. Adesso dicono «professero» e poi scattano sull’attenti o fanno il saluto militare e si danno le loro manate addosso, ridono, interrompono le interrogazioni, tutto un manicomio di minuti interi solo per questa parola scema. Mi sono chiesto come mai abbiano deciso di rivolgersi proprio a me con questa parodia della disciplina da caserma, visto che nelle mie ore la classe è in preda al caos più furioso e non esiste norma del regolamento d’istituto che non venga trasgredita, oltretutto nella mia più totale distrazione. Deve essere proprio per questo, ho pensato, una specie di legge del contrappasso: fanno quello che gli pare e poi si burlano della mia mancanza di autorità raffigurandomi come un professero. Non ha importanza, mi sono detto, se mi metto sul piano degli sfottò abbiamo finito, e poi «professero» un po’ mi piace, magari è un termine che hanno inventato apposta per me, non avevano mai avuto un professero prima, avevano bisogno di una parola apposta per identificarmi, mi hanno dato un nome perché è la prima volta che vedono uno così, forse professero è un nome primigenio, come quelli che dà Adamo nella Bibbia man mano che scopre le cose.

Dalla quinta D questo «just» era fuoriuscito molto presto: era più sintetico di quell’altra frase, in un attimo era diventato patrimonio dell’intero liceo classico.

Anche nell’altra seconda, quella in cui ogni tanto faccio le sostituzioni, «severo ma giusto» sta sparendo in favore di «professero», e questo mi ha distrutto l’ego: gliel’ho sentito usare anche per quella di matematica, e poi per quello di tecnologie. Chiamano pure te professero?, ho chiesto al mio collega, e lui: Sì, sì, sarà una cosa loro, qualche scemenza. Ah, gli ho detto io, pensavo fosse una cosa che dicono solo a me. No, mi fa lui, comunque boh, non ti fare troppe domande, io ogni tanto rido e ogni tanto sbuffo, se non alterni le reazioni loro sono capaci di ripetere la stessa parola per cinque ore di fila e ridere ogni volta che qualcuno la dice.

A Siracusa il sabato tutte le scuole superiori uscivano alle dodici e mezza: gli studenti di tutta la città prendevano i motorini e andavano in piazza Adda, ci incontravi tutti i tuoi coetanei, un’oretta scarsa prima di andare a pranzo, però c’erano veramente tutti, di tutte le scuole, istituti tecnici, licei, professionali, quindi c’è voluto un attimo perché questo «just» della quinta D si diffondesse ovunque, lo diceva anche chi non aveva idea della sua origine, facendo il gesto delle cinque dita, e poi ridendo. Ridevano tutti, ridevo pure io, le uniche ad attribuire l’uso legittimo del «just» solo a quelli di quinta D erano rimaste le mie compagne di classe: ridevano solo se a dirlo era uno di quella classe, se lo diceva qualcun altro si giravano e se ne andavano.

Professero mi piace sempre meno, me ne accorgo perché quando lo dicono mi viene voglia di chiedergli cosa significa, metterli di fronte al fatto che di sicuro ne ignorano l’origine, che sono solo pecore di un branco e ripetono una parola insensata, provo questo istinto di dimostrargli che sono scemi, e mi contengo solo perché immagino che l’unico effetto sarebbe farli ridere ancora più forte e accrescere la loro già straripante volontà di potenza: anziché limitarsi a dirlo, comincerebbero a urlarlo, e le risate farebbero venire giù l’istituto.

Un sabato, verso l’una meno un quarto, mi ero non so come ritrovato in gruppo con quelli della ragioneria, nel mezzo c’era una con gli occhi molto strabici che giocava benissimo a pallamano, la vedevo alla cittadella dello sport di pomeriggio, io giocavo a pallacanestro nel campo accanto, e lei mi piaceva da lontano, comunque adesso che le ero capitato vicino mi sembravano molto carini anche gli occhi strabici, volevo dirle qualcosa ma lei sembrava per i fatti suoi, i suoi amici ridevano e scherzavano, lei se ne stava seduta sul suo Si, con la borsa della pallamano pronta, e ascoltava e ogni tanto diceva qualcosa alla sua amica, ma non partecipava più di tanto, o forse partecipava ma a causa degli occhi strabici sembrava sempre persa in qualche pensiero suo, non lo so, so che morivo dalla voglia di farle una bella impressione, così poi magari, di pomeriggio, avrei potuto salutarla da lontano, e lei si sarebbe avvicinata e si sarebbe ricordata che ero quello che aveva detto la cosa spiritosa in piazza e poi chi lo sa cosa poteva succedere. A un certo punto un suo compagno di classe che stava attraversando la piazza camminando solo sulle selle dei motorini e delle vespe parcheggiate si è messo a gridare che sarebbe arrivato fino a casa camminando solo così, con dei salti da una sella all’altra, e tutti ridevano, e io allora mi ero avvicinato alla ragazza della pallamano e per commentare le avevo detto: Come il Barone rampante. Lei aveva detto: Eh? E io allora mi ero corretto: Niente, volevo dire sì, vabbe’, jussssst. Quella aveva girato un occhio verso la sua amica, però l’altro era rimasto su di me come per dire: ma chi è questo? Poi aveva acceso il Si e se n’era andata salutando con la mano la sua comitiva.

Quello di tecnologia mi ha detto: Sai che ora chiamano professera anche quella di matematica? Sì, gli ho detto, me ne sono accorto. Chissà che vuol dire, mi fa lui, e in quel momento entra quella di matematica e ci dice: Ma perché, non lo sapete?

Quel pomeriggio, finito l’allenamento di pallacanestro, stavo bevendo alla fontanella, una sete tremenda, che per spegnersi voleva minuti e minuti, visto che dalla fontanella di acqua ne usciva appena un filo. Mentre ero con la te- sta calata sulla cannula sento che la ragazza strabica della pallamano mi dice: Ma cos’è che mi hai detto stamattina, che non ho capito? Io per provare a spegnere la sete facevo così: riempivo la bocca con tutta l’acqua che potevo e poi ingoiavo tutto in una volta, altrimenti avrei dovuto bere goccia a goccia senza nessuna soddisfazione, quindi quando ho alzato la testa per guardarla avevo le guance di un castoro e per inghiottire più in fretta ho sputato metà dell’acqua per terra. Poi le ho detto scusa, lei mi ha detto non ti preoccupare pure io bevo così, però lo ha detto guardando la fontanella, comunque questo fatto degli occhi strabici mi facilitava le cose perché non mi sentivo mai osservato, perciò avevo risposto baldanzoso, niente guarda, ti ho solo detto sì vabbe’, jussst, e a quel punto le ho anche fatto il gesto delle cinque dita. Lei si era messa a guardare la mano, però sembrava che guardasse la fontanella o l’acqua che avevo sputato per terra, e stavolta lo strabismo mi faceva sentire molto in imbarazzo, soprattutto perché dopo mi aveva chiesto: E che significa? E io: Jusssst? E lei: Eh. E io: Una cosa che dicono in quinta D. E lei: Va bene ma che vuol dire? E io: Boh. E lei: Sai che in piazza mi era sembrato avessi detto una cosa sul Barone rampante? Mamma mia quanto mi piace quel libro.

Quella di matematica ci ha guardato come se eravamo noi gli studenti scemi che dicono le parole senza sapere cosa significano e poi ha insistito: Quindi non sapete cos’è un professero? E noi ci siamo sentiti molto umiliati, e alla fine io ho ripetuto: No, ce lo dici tu che lo sai? E lei: Un professero è giusto ma severo.

Io e la ragazza strabica della pallamano siamo andati verso i nostri motorini, io avevo una vespa blu notte con l’adesivo di Paperino, lei un Si con Cip (o Ciop) di Cip e Ciop in rilievo, di quelli che si trovavano in omaggio nel formaggino Mio. Mentre camminavamo mi chiedeva: Ma quindi tu dici cose che non sai cosa significano? E io: Lo dicono tutti, è una cosa divertente, tanto per ridere. E lei: Quinta D del liceo classico, hai detto? E io: Sì, lo dicono loro, prima dicevano anche sì, sì, domani, poi hanno cambiato e adesso dicono solo just. Boh, mi fa lei, sabato prossimo sei in cittadella anche tu? E io: Sì, alle cinque e mezza, facciamo gli stessi orari, sono nel campo accanto al tuo.

Quello di tecnologia si è illuminato in faccia, e mi sa che dovevo avere la stessa espressione pure io, perché quella di matematica ha preso la borsa e se n’è andata in classe tutta soddisfatta.

Il sabato dopo ho rivisto la strabica della pallamano in piazza, sempre seduta sul motorino, un po’ in disparte, volevo salutarla e allora mi era sembrata spiritosa la mossa di avvicinarmi e dirle all’orecchio «jussst», visto che ne avevamo parlato il sabato prima alla fine degli allenamenti. L’ho fatto e lei prima si è spaventata e poi mi ha dato una specie di schiaffo, ridendo. Mi ha detto: Oggi pomeriggio ci sei? E io: Sì, tutti i sabati, il campo accanto al tuo. Lei si è messa a guardare da un’altra parte oppure guardava me ma io non lo capivo, aveva questo modo di muovere gli occhi al contrario, forse era per questo che era così brava a pallamano, comunque è rimasta là seduta sulla sella e non mi ha detto più niente, io dopo un po’ che c’era silenzio me ne sono andato.

Quindi non sono tanto scemi, ho detto a quello di tecnica. No, no, mi fa lui, tutto un sommato hanno un senso le cose che dicono, siamo noi che non ci rendiamo conto. Ma scusa, gli ho chiesto, tu sei severo? Io no. Nemmeno io, mi fa lui, è quella di matematica che è una stronza.

L’indomani, alla fine dell’allenamento, la strabica era in piedi sui pedali del Si per metterlo in moto, quando mi ha visto arrivare si è seduta e mi ha aspettato. Lo sai che vuol dire just in inglese?, mi ha chiesto. Sì, le ho detto io, vuol dire tante cose, può significare «appena», oppure «solamente», oppure «proprio». Ecco, mi fa lei, e lo sai come dicono i siracusani per dire che una cosa non esiste, non se ne parla affatto, nemmeno a pensarci? E io: Sì, si dice «proprio». Eh, mi ha detto lei, infatti gli amici tuoi prima dice- vano sì, sì, domani, no? Ah, ho detto io, senza riuscire ad aggiungere niente se non uno sguardo di ammirazione. E tu come l’hai scoperto?, le ho chiesto poi. Ho cercato just sul vocabolario, mi ha detto, e io ho pensato: chissà se quando legge una parola sul vocabolario le si spostano gli occhi come adesso, che parla con me e sembra che dica le cose al mio adesivo di Paperino, e mentre lo pensavo mi imbarazzavo molto e desideravo avere gli occhi strabici pure io, così non si sarebbe accorta che la guardavo. E poi le ho chiesto: Solo col vocabolario ci sei arrivata? No, ha detto lei, poi ci ho pensato cinque, dieci minuti. Quando ci hai pensato?, le ho chiesto. Stamattina, in piazza, seduta sul motorino, dopo che mi avevi fatto spaventare. Poi ha acceso il Si e se n’è andata tutta soddisfatta.

Il giorno dopo ho spiegato questa cosa del «just» a una mia compagna di classe, e lei l’ha spiegata alle altre. Da quel momento quando dicevo «just» ridevano anche se non ero uno di quinta.

(c) Mario Fillioley, 2016 – minimum fax, 2016 – Tutti i diritti riservati.

Pubblichiamo in anteprima il capitolo “24 gennaio 2016”, tratto dal libro “Lotta di classe” di Mario Fillioley, il racconto del suo primo anno da docente di ruolo ai tempi della “buona scuola”. A ottocento chilometri di distanza dalla sua Siracusa.

Mario Fillioley
Lotta di classe. Diario di un anno da insegnante in prova

minimum fax 2016
165 pagine, 15 euro
In tutte le librerie dal 7 settembre
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