Sbarcato a Seattle nel 1991, Marco Collins è il deejay che lanciò i Nirvana, ma anche i Pearl Jam, Beck e i Garbage. Dopo anni passati pericolosamente, è tornato nella città color smeraldo. Dove la musica è più viva che mai

Interno radio, sala speaker. Le cifre di un display al muro indicano ora e data. Sono le 19.07 del 04.09.91. Si sente la voce di un deejay aggredire il microfono: «D’ora in poi su queste frequenze niente più musica di merda. Basta Michael Bolton. Basta Wilson Phillips. Basta Gloria Estefan. È con grande piacere che voglio presentare al pubblico di Seattle una nuova stazione rock all’avanguardia: 107.7 The End». E parte l’attacco. Quell’attacco. Quello di Smells Like Teen Spirit.

La voce appartiene a un giovane dj di 26 anni, Marco Collins, appena sbarcato da San Diego nella città color smeraldo. La scena, invece, apre The Glamour & The Squalor, documentario che ha debuttato in aprile al Seattle International Film Festival e che racconta proprio la sua storia, quella dell’uomo che ha fatto conoscere al mondo il suono poi ribattezzato grunge (e non solo).

È un venerdì quando Collins entra in città sfrecciando sulla Interstate 5. È il 23 agosto 1991, esattamente 25 anni fa. Piove, forse, perché si dice che a Seattle piova sempre. «Quando vidi all’orizzonte la sagoma dello Space Needle mi ricordo di aver pensato: “Wow, ci siamo”». Perché, come dj a San Diego per 91X, la radio di rock alternativo locale, Collins la scena di Seattle la conosce già bene: «Ero amico di Chris Cornell, grande fan dei Mudhoney, da sempre membro del Singles Club della Sub Pop, l’etichetta cittadina. Ero felicissimo di entrare a far parte di quella che consideravo già una grande scena. Quello che non potevo immaginarmi era il resto». Accade tutto in fretta. Il martedì successivo al suo arrivo – è il 27 agosto 1991 – esce Ten, l’album d’esordio dei Pearl Jam. Alla voce un ragazzo che, come Collins, è appena sbarcato in città da San Diego, abbandonando una tavola da surf e una pompa di benzina: «A 91X avevo la mia trasmissione, Loudspeaker, e c’era questo tizio che telefonava in radio in continuazione pregandomi di passare la sua band. Loro si chiamavano Bad Radio, lui era Eddie Vedder».

 

Nelle foto di questo servizio, Marco Collins è ritratto all’interno del Comet Tavern a Capitol Hill, Seattle

Non trascorre neppure un mese dal lancio di Ten e sulla scia di quel singolo dall’attacco travolgente firmato Nirvana che già Collins passava senza sosta in radio – «quando terminava lo facevo ripartire da capo, anche tre volte in fila, una cosa inaudita per una radio commerciale» – arriva l’album. È Nevermind, secondo lavoro della band di Aberdeen, un centinaio di miglia da Seattle. «Al tempo dovevi scegliere da che parte stare: o con i Pearl Jam, o con i Nirvana. E io ero senza dubbio dalla parte dei Nirvana. Ero cresciuto con la musica punk rock ma anche con le classifiche top-40 dei brani più popolari, e credo che i Nirvana fossero riusciti a fare proprio questo, declinare la musica pop in versione punk rock, una fusione straordinaria che mi attirò immediatamente».

Forse il grunge è proprio questo. Forse, come scrive Carrie Brownstein, «è il suono della musica pop filtrato attraverso lo Stato di Washington». «Sono assolutamente d’accordo – conferma Collins – ed ecco perché i Nirvana lo hanno incarnato alla perfezione, perché Kurt Cobain si considerava lui per primo un cantante pop». Il successo dei due album porta Rolling Stone a definire Seattle «la nuova Liverpool» e un quarto di secolo dopo, l’eredità di quei due lavori è ancora fondamentale: «Per me, tra i due, Nevermind è di gran lunga l’opera migliore», afferma Collins. «Non penso che neppure i Pearl Jam considerino Ten il loro disco più bello, ma solo quello che li ha fatti conoscere al mondo». Di sicuro per Collins l’eredità delle due band – e di altre ancora (Mudhoney, Soundgarden, Alice in Chains) – merita tutto il rispetto conquistato negli anni: «Non penso assolutamente che il grunge sia stato sopravvalutato: è stato anzi un periodo molto brillante nella storia moderna della musica americana». I fatti lo confermano: mai prima quattro diverse band della stessa scena debuttano nel giro di sei mesi direttamente al n° 1 della classifica Billboard 100. Accade a cavallo tra 1993 e 1994, coi lavori di Nirvana (In Utero, 21 settembre), Pearl Jam (Vs., 19 ottobre), Alice in Chains (Jar of Flies, 25 gennaio) e Soundgarden (Superunknown, 8 marzo). Sono gli anni ruggenti di Marco Collins, considerato «l’interruttore che accende/spegne il destino di una band» o «la differenza tra vendere 5mila o 100mila copie». Lui taglia corto: «Ascoltavo tutto, ma passavo solo la musica che mi piaceva. Non potevo essere comprato». La sua missione? Breaking bands, arrivare prima di tutti a scoprire – e a far ascoltare – una canzone, un album, un gruppo. Anche quando questo può mettere a repentaglio i rapporti personali.

 

«Erano anni divertenti, quelli. Il leaking di un album accadeva spesso, se avevi i contatti giusti». Collins li ha «e a essere onesti più di una volta ho esagerato, oltrepassando il limite», ammette oggi. Come quando si barrica in radio con una copia di Vitalogy, attesissimo terzo album dei Pearl Jam, ordina agli agenti di guardia al pianterreno di non permettere a nessuno di salire e lo manda in onda «dalla prima all’ultima canzone». O come accade per In Utero, terzo lavoro dei Nirvana: «Sei mesi prima dell’uscita, la sorella di Kurt, Kim – mia grande amica – mi chiama al telefono e bisbigliando alla cornetta mi dice: “Marco, Kurt è qui a casa di mia madre, è venuto per farle sentire tutto l’album. Lascio la cornetta appoggiata così puoi ascoltarlo”. Avrei potuto passarlo in radio. Si sarebbe sentito uno schifo, certo, ma al tempo era l’album che tutto il mondo aspettava, il primo dopo Nevermind. Non lo feci, perché non volevo rovinare il rapporto con Kim e con la band». Appuntamento solo rimandato, perché con due mesi e mezzo di anticipo sulla data di rilascio ufficiale, Collins riesce a mettere le mani su una versione non definitiva dell’album e stavolta sì che lo manda in onda, il venerdì pomeriggio e per tutto il weekend, quando gli avvocati non possono intervenire: «Kurt si incazzò di brutto, lui e Courtney telefonarono in radio minacciandomi, ma poi alla fine abbiamo sempre trovato il modo di far pace».

L’attitudine di Collins è questa, «fuck the system, volevo essere un ribelle, volevo essere io stesso una rockstar». Lo diventa, adorato dai suoi ascoltatori e dagli stessi musicisti. «Del suo parere ti fidavi – racconta Mike McCready, chitarra dei Pearl Jam e buon amico da una decina d’anni – se Marco diceva una cosa stavi a sentirlo». «Ho orecchio. E un dono, quello di riuscire a sentire prima di altri se qualcosa è valido, se funziona». Non è solo Eddie Vedder a dovergli il debutto assoluto in radio: lo stesso vale per Beck («ottenni il singolo in vinile di Loser prima di tutti da un amico di Los Angeles, e lo misi in programmazione fino a consumarlo, letteralmente»); per gli Weezer con Undone (The Sweater Song); o per i Garbage («passò le nostre canzoni quando ancora stavamo finendo di registrarle in Wisconsin», racconta Shirley Manson).

 

Il dj Marco Collins mostra alcuni scatti con Kurt Cobain e Krist Novoselic dei Nirvana ai tempi dell’uscita del primo album della band, “Nevermind”, nel 1991

Poi, il 5 aprile 1994, un colpo di fucile cambia tutto. «Quella mattina la mia sveglia è stata una telefonata dalla radio: “Kurt è morto, devi venire qui, la stampa vuole parlare con te”. All’inizio, quando il corpo non era ancora identificato, ero convinto non fosse il suo ma quello di Cali [Michael Dewitt], un amico di Kurt e Courtney che conoscevo bene e che faceva da babysitter in casa per Frances, la loro bimba». Invece è l’inizio della fine, che per Collins coincide con l’addio a Seattle, un anno trascorso a New York da direttore musicale di VH1 e una dipendenza sempre più grave dalla droga, che lo porta davvero vicino al baratro.

Dopo sette soggiorni in rehab e quasi otto anni passati fuori dal giro, a lavorare nel settore immobiliare, Collins oggi è di nuovo a Seattle, di nuovo schiavo della sua prima dipendenza, la musica: «Un rapporto ossessivo e quasi religioso, perché solo attraverso la musica mi sento in pace con me stesso». «Nirvana e Pearl Jam non li ascolto quasi più – dice oggi – e a essere onesti alla musica degli anni 90 ho sempre preferito quella degli 80, il punk e la new wave di gruppi fantastici come The Smiths, The Cure, Siouxsie and the Banshees. Ma non vivo in maniera nostalgica, non voglio essere “quel tizio famoso negli anni 90”: vivo il presente e guardo sempre avanti. Oggi a Seattle c’è molto fermento: l’hip-hop va forte (Macklemore è di qui), ci sono ottimi gruppi punk e la scena garage-underground di Capitol Hill è attivissima». Del Marco Collins arrivato in città un quarto di secolo fa – che definisce «allegro, creativo, molto competitivo e altrettanto idealista, con una gran voglia di cambiare il mondo» – un tratto è rimasto immutato: «Ho la stessa ambizione di sempre – ci dice – ma molta meno energia addosso». Son pur sempre passati 25 anni.

The Glamour & the Squalor

Presentato nel 2015, è un documentario di 120 minuti che racconta la storia di Marco Collins e il suo ruolo nella scena di Seattle. È distribuito online

 

Cast: Marco Collins, Carrie Brownstein, Shirley Manson, Ben Gibbard, Mike McCready, Macklemore, Patty Schemel, Matt Pinfield

Regia: Marq Evans

Sceneggiatura: Marq Evans, Jeff Gilbert

Produzione: Marq Evans, Andy Mininger, Michelle Quisenberry, Jennifer Reibman, Michael Magnussen, Randi Norman

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