Esce finalmente in Italia “Un padre, una figlia”, miglior regia all’ultimo festival di Cannes, storia di ordinarie ingiustizie sullo sfondo di un Paese che non ha ancora sciolto i legami con il suo passato torbido

Un padre costretto alla corruzione per salvaguardare il futuro della figlia: questo è il pretesto del dilemma socio-morale tratteggiato nell’ultimo film di Cristian Mungiu, che a Cannes ha vinto il premio per la miglior regia ex aequo con Personal Shopper, di Olivier Assayas. Sfruttando ambientazione e cinematografia forse più di dialoghi e recitazione (pur impeccabili), Un padre, una figlia racconta di Eliza, una studentessa modello che ha vinto una borsa di studio per un’esclusiva università londinese, a cui potrà accedere solo ottenendo una media eccellente agli esami di maturità.

Il giorno prima della prova Eliza subisce un’aggressione sessuale: sta bene ma emotivamente è sconvolta. Il padre – un rispettato medico di Cluj, che già si barcamena tra una moglie depressa e l’amante – cerca di intercedere con il presidente di commissione per posticipare l’esame. Niente da fare. Mentre minacce anonime (una pietra lanciata contro la finestra, danni all’auto) punteggiano d’ostilità le poche giornate che compongono il film, il padre è invitato a offrire gentilezze che si trasformano poi in favori che diventano infine quasi bustarelle: al commissariato di polizia, alla scuola, nell’ospedale dove lavora. Perché il piano funzioni, la figlia deve essere al corrente, anzi, connivente.

Qual è allora il valore morale degli sforzi compiuti dalla sua generazione? «Io e tua madre siamo tornati negli anni Novanta con la speranza di cambiare qualcosa, ma non è cambiato nulla», dice per spiegare l’urgenza di emigrare, lontano da una Romania che anche nei suoi quartieri borghesi è spoglia e insidiosa. L’originale titolo Bacalaureat – “maturità” – descrive un Paese che non ha ancora ottenuto la “licenza” di civiltà, per storia ed età culturale forse, dove la poca legalità viene applicata con l’intransigenza tipica dei Paesi in cui la regola è l’ingiustizia.

UN PADRE, UNA FIGLIA
Romania 2016, drammatico
Regia di Cristian Mungiu
Con Adrian Titieni, Maria-Victoria Dragus, Rares Andrici

La chiusa ambigua del film, come diversi hanno notato, conferma i riferimenti a Niente da nascondere di Haneke, un regista con cui Mungiu ha molto da spartire. Come Haneke, anche Mungiu è un autore morale. Per lui «tutto è importante» e gli stratagemmi che pre-interpretano i fatti per lo spettatore, come la musica, vanno evitati.

Massimo dramma col minimo pathos: in dialogo con i 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni e Oltre le colline, Mungiu delinea una parabola sull’ottusità dello Stato rumeno, impreparato ad accettare il singolo così come la collettività. Il thriller abortista che vinse la palma d’oro nel 2007 era ambientato all’epoca di Ceausescu. Il convento di Oltre le colline si colloca nel presente, ma in una località remota, ancora dominata da superstizioni e ignoranza (forse un parallelismo con la Romania in Europa). Un padre, una figlia presenta la messinscena più attuale. Ma oltre a concentrarsi nuovamente intorno a una figura femminile (Mungiu è per certi versi veramente un regista di donne), esplicita che l’impasse sociopolitica fulcro dei suoi film si sviluppa anche attraverso il confronto generazionale.

Scontrare “padri” e “figli” di epoche diverse è, in fin dei conti, un altro modo di far procedere la Storia (e pure la narrazione, certo). Connazionali come Puiu e Porumboiu (Cannes 2016 e 2015), con Nanău per il documentario, sembrano muoversi nella stessa direzione.

Ma se la critica internazionale inneggia da anni a un “nuovo cinema rumeno” che sorprende a più riprese, in un’intervista Mungiu osserva costernato che non c’è comprensione né riguardo, in Romania, per questo cinema. Forse perché troppo maturo rispetto al Paese che rappresenta.

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