Marchi, noia e il netto prevalere della FOMO, la Fear Of Missing Out, neutralizzano la musica avvilendo l’esperienza

Su una spianata più grande di un campo di calcio sono montati due palchi: il programma della sera li alterna perché non passi troppo tempo tra un headliner e l’altro: finito un concerto, si trotterella verso l’altro palco; a occhio e croce siamo quarantamila.
Uno dei più grandi gruppi degli ultimi vent’anni sale sul palco. Il suono è perfetto, si sente ogni strumento, il groove del basso e le pennellate di chitarra elettrica; si può quasi distinguere il suono della batteria da quello impercettibilmente più robotico della drum machine.
Sarebbe il concerto perfetto, sennonché: il volume è bassissimo e gran parte del pubblico non è fan della band. Per ascoltare sia i momenti calmi che quelli più esplosivi, bisogna tendere le orecchie mentre i non appassionati chiacchierano sempre, tranne in occasione dei due singoli mainstream.
Insomma, sembra rock come ce lo ricordavamo, emozionante e da mal di testa, ma il contesto è annacquato. Il volume non ci spacca il cervello e intorno a noi ci sono troppi vitelloni che sono al concerto solo per non perderselo: sono lì per la FOMO, la Fear Of Missing Out.
La FOMO è la figlia insicura di YOLO (You Only Live Once, che è anche il nome ironico di questa sezione di IL). Gli anni Dieci, come una nuova età del jazz più complessata, sono l’epoca del check-in sui social per far vedere che ci sei, dell’Instagram gastronomico per mostrare dove hai mangiato. Quel che vuole essere un liberatorio «si vive solo una volta» diventa un oppressivo «devo andarci se no la mia vita non ha senso». Il che riempie i concerti di gente che non c’entra niente, e così la serata non decolla. Ai festival o ai concerti normali è lo stesso: volume basso pro-questura (per stare in pace con la legge); porte aperte ai non iniziati (per la cassa).

Santiago Periel

Cecilia Diaz Betz

Cecilia Diaz Betz

Ma l’indotto della FOMO, ora che la musica guadagna solo dai live, è fondamentale: senza la FOMO sarebbe impossibile far raggiungere ai festival dimensioni tali da mandare in attivo gli organizzatori e sostenere il progetto di una rassegna esaustiva della musica alternativa del momento. Fino al punto che “alternativa” non significa più niente.

Eric Pamies

Cecilia Diaz Betz

Cecilia Diaz Betz

La situazione del Primavera Sound di Barcellona è commovente. Per tenere in piedi l’utopia di un bagno di musica nuova a poco prezzo per tanta bella gente, si deve cercare di raggiungere dimensioni tali da poter pagare le band con i soldi degli sponsor, che però comprensibilmente richiedono un contesto igienico e funzionante per attirare e favorire il consumo dei loro prodotti. Emiliano Colasanti, grande produttore alternativo italiano e giornalista musicale, dice che gli organizzatori del Primavera ci hanno messo sette lunghi anni a pareggiare il bilancio. In un’intervista del 2014 per Soundwall, Alfonso Lanza García, uno dei fondatori, raccontava a Colasanti, con entusiasmo e malinconia: «Lottiamo ogni anno per cercare di non aumentare il prezzo per il pubblico e trovare soluzioni che permettano alla gente di continuare a venire al Festival. In questi anni, abbiamo investito tutto per rendere il Primavera Sound sempre più confortevole, nonostante l’enorme crescita del pubblico».

I migliori live

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Radiohead

Equalizzati, non parlano col pubblico. Concerto-disagio malinconico, da grandissimi

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LCD Soundsystem

Presenza enorme di James Murphy, schiena dritta, pancia e camicia, more cowbell!

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PJ Harvey

Band uguale ai Bad Seeds di Nick Cave: unica “sacerdotessa del rock” degna di questo nome

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Selda Bağcan

Storica cantante impegnata turca, ha una band di ragazzini che uniscono al folk uno sgraziatissimo garage

È il problema che il filosofo pop Carles (Hipster Runoff) definì della «scalabilità della cultura indipendente»: esige di crescere per andare in attivo, per crescere sviluppa buone pratiche per essere sostenibile, e quando finalmente arriva in attivo è diventata il centro commerciale perfetto. Non c’è traccia di security né forze dell’ordine; tutti si comportano bene; in rarissimi casi si prova claustrofobia, nonostante i grandi numeri. Questa Zona Temporaneamente Autonoma di utopia si reintegra nel sistema con efficienza: non ci sono risse, trentenni e quarantenni paciosi si mettono in fila ordinata alle capanne di street food che fanno ramen o tacos dalla salsa perfettamente piccante. Ogni palco ha il nome di un marchio, come già si fa con lo sport nelle arene americane, così una ditta di vestiti a prezzo diabolicamente basso ospita la nuova band australiana che mischia psichedelia e R’n’B.
Al dunque, quando tutti risalgono dai palchi secondari alla spianata principale, una folla qualunque accoglie Brian Wilson che esegue per intero Pet Sounds. Il volume è nullo, il pubblico chiacchiera mentre gli appassionati piangono per God Only Knows… E quando è l’ora di suonare uno strumentale, Wilson si scusa ironicamente per la noia. Come dicono i Wilco: mi manca l’innocenza di un tempo, a suonare le cover dei Kiss bellissimi e fumati. Come dice Freak Antoni: «Largo all’avanguardia, pubblico di merda».

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