Ecco la trama: la giovane Nina si trasferisce a Londra da Leicester per diventare baby-sitter. Viene assunta dall’eccentrica Georgia, madre di due bambini irrequieti. Sotto forma di lettere mandate alla sorella, assistiamo alle sue disavventure quotidiane

Il problema è che ci hanno fatto diventare un pubblico magnifico. Aaron Sorkin, Shonda Rhimes e David Fincher sono in ordine di tempo i tre responsabili della media altissima dell’intrattenimento a cui siamo abituati, la qualità ci ha presi come un vizio.
Lo spettatore ormai riesce a farsi una sola domanda: guarderei una storia normale?
Se la risposta è «no» perché Netflix ti ha già educato a pensare che per meno di sensazionale non vale la pena, allora non perdere tempo qui a sapere cos’è Love, Nina, perché si tratta davvero di poco.
Ti troveresti a Londra nel 1982 con una ragazza di vent’anni che si trasferisce da Leicester.
La trama è così poco elaborata che si fa prima a dire cosa manca: non c’è politica, non ci sono redazioni di giornali, nessun avvocato con la risposta affilata o milionari in esaltazione nevrotica. Nina è una baby-sitter, va al supermercato ogni giorno, gira scalza perché le scarpe la mettono a disagio, s’innamora di un hipster anzitempo che le regala libri di Sylvia Plath, si occupa di due bambini, intorno ci sono intellettuali da quartiere perbene (psicotici regolari).
Per il completo trionfo del senso di realtà, c’è il fatto che oltre a essere una storia normale, è una storia vera. Il romanzo viene dalle lettere che Nina Stibbe inviò alla sorella quando lavorava come bambinaia da Mary-Kay Wilmers, direttrice del London Review of Books, e le capitavano cose come trovarsi a cena con Alan Bennett e Karel Reisz.
Nina scriveva alla sorella tutte le sere; di quel periodo e di come è nato il libro l’autrice parla così, all’inizio del racconto: «Mi mancava parlare ogni sera a mia sorella. Non perché volessi la sua opinione o a lei servisse la mia, solo perché eravamo cresciute abituate a scambiarcela prima di dormire». Nina Stibbe ha quel modo amichevole e inglese di sistemare le frasi che si può dire «somiglia a Jane Austen» un po’ meno a vanvera di quanto si fa di solito.

Poi c’è Nick Hornby, che ha scritto l’adattamento, tra l’altro con l’insolito compito di trasformare in serie tv la vita di persone che conosce. In un’intervista del 2013 dice: «I bambini di cui Nina deve occuparsi sono Sam e Will Frears, figli del mio amico Stephen. Forse a voi sarà capitato di leggere libri scritti dalle ex bambinaie dei vostri amici, a me mai». Ne è venuta fuori una commedia non romantica a episodi. Due motivi per guardarla. Il primo, Helena Bonham Carter. È Georgia, la madre dei bambini: perfetta in qualsiasi minuto, riesce a essere esatta e malinconica anche mentre prepara un tè. Poi ci sono i dialoghi del romanzo, ma non li puoi chiamare neanche dialoghi, sono quelle operazioni insuperabili che sanno fare solo certi scrittori quando chiudono due personaggi in una stanza: «Il mondo si divide in due», dice Alan Bennet (Malcolm nella serie), «chi ti guarda negli occhi e chi ti guarda in bocca». «Io guardo le scarpe» risponde Mary-Kay (Georgia).
La critica si è già espressa con le brevi cerimonie che si riservano ai piccoli fenomeni televisivi: «serie charmante», «lovely» e altri giudizi benevoli che si concedono alle cose graziose che restano fuori dall’area del capolavoro (come se non strafare non fosse un’arte difficile: diversamente, perché i trionfi planetari come Friends sarebbero ancora così pochi?).
Sì, Love, Nina è una storia di quelle semplici anche oltre misura: c’è solo una ragazza di provincia che si fa andare bene la vita in città. Ma se alla fine ti dovesse piacere senza saperne il motivo, deciderai di spiegartelo con due parole: perché è intelligente e delicata. O forse con una parola sola: finalmente.

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