Siamo troppo ricchi per rinunciare alle nostre ambizioni e troppo poveri per realizzarle

«Scusi, quest’orologio potrebbe mica vendermelo un po’ più caro?». Ecco una richiesta che ai negozianti non capita di sentire spesso. Eppure il mondo è pieno di persone ben contente di pagare per un certo prodotto un costo ben superiore al suo valore d’uso: gli economisti lo chiamano “effetto Veblen”. Di regola la domanda di un bene aumenta al diminuire del suo prezzo, ed è abbastanza intuitivo capire perché. Chi vorrebbe pagare di più se può pagare di meno? Ma esiste un particolare tipo di beni, ovvero i beni di lusso o beni Veblen, appunto, che funzionano esattamente al contrario: la loro domanda cresce all’aumentare del prezzo. Infatti è proprio il prezzo esclusivo a rendere attrattiva una certa borsetta o un certo orologio da polso, a farne (come si dice) uno status symbol. Così il prezzo stesso diventa una delle caratteristiche salienti del bene che compriamo; potremmo quasi dire che non stiamo comprando una merce ma il suo prezzo. Di fatto chi indossa un orologio d’oro non sta ostentando quell’orologio ma il suo valore di scambio. Forse aveva davvero ragione Guy Debord quando alla fine degli anni Sessanta scriveva:

La vita delle società in cui regnano le moderne condizioni di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli.

Possiamo illuderci che questo fenomeno riguardi soltanto i ricchi, o addirittura una particolare categoria di ricchi che compensa la propria salute economica con qualche serio disturbo della personalità. E invece dietro a questo bug annidato tra le leggi della microeconomia si nasconde un’intera teoria della società; una teoria che spiega gran parte delle nostre decisioni — persino quelle di noialtri che un orologio d’oro non possiamo permettercelo. È la teoria della classe agiata di Thorstein Veblen, economista americano di origini norvegesi e di salda cultura protestante che volendo descrivere la borghesia americana del suo tempo (1899) riesce inoltre a fornirci gli strumenti per capire il nostro presente. Perché l’effetto Veblen ha un corollario tragico: a furia di spendere una quantità crescente di risorse per affermare il nostro status, il rischio è semplicemente quello di rovinarci. E così passare in un batter d’occhio da classe agiata a classe disagiata.

Certo, tutto dipende da cosa intendiamo per lusso. La teoria della classe agiata di Veblen era una fotografia impietosa di una classe oziosa e improduttiva (in originale “leisure class”) impegnata a rivaleggiare per il prestigio attraverso l’ostentazione dei propri consumi vistosi. Ma ai borghesi contemporanei non serve ricoprirsi d’oro e di pietre preziose come i nostri antenati barbari, perché i lussi descritti da Veblen sono immateriali. Il sociologo cita alla rinfusa: la conoscenza delle lingue morte, dei diversi generi musicali o delle ultime mode di abbigliamento… Oggi parleremmo di attività culturali. Veblen le definisce improduttive: secondo lui, queste attività servono a testimoniare pubblicamente del fatto che chi le pratica se le può permettere. Sembra una banalità ma bisogna ricordarlo: studiare, apprendere un’arte, frequentare i giri giusti sono attività costose perché consumano tempo e incorporano il lavoro di altre persone. Si tratta spesso di costi indiretti, nascosti, rimandati, ridistribuiti, scaricati altrove; eppure da qualche parte, prima o poi, qualcuno ha pagato o pagherà.

 

Getty Images

Per dirla come i marxisti di una volta, la nostra società è fondata sull’occultamento di questi rapporti di produzione. Si consumano delle risorse, s’impiega della forza-lavoro, ma noi semplicemente non lo vediamo. Certo, se leggiamo i post di Beppe Grillo ispirati alla “decrescita felice” di Serge Latouche potremmo convincerci che sia facile «fare una lista dello stretto necessario ed eliminare il resto» per «tornare alla sostenibile leggerezza dell’essere». La verità è che la lista delle nostre necessità è lunga come il Mahābhārata. Non è colpa nostra: ci hanno programmati così, ci hanno cresciuti come signori. Secondo Veblen lo scopo dell’istruzione superiore è sostanzialmente di “insegnarci a consumare” beni posizionali, e non c’è dubbio che questo giovi a creare sempre nuovi sbocchi per le industrie del lusso. Se necessario scomodando il feticcio della Cultura al fine di esternalizzare sull’intera società, con finanziamenti e sovvenzioni, il costo dei consumi posizionali della classe agiata. Leggere un buon libro? Cultura. Riempirci la casa di preziosi soprammobili? Cultura. Ascoltare un’orchestra di cinquanta elementi, seduti in uno splendido palazzo ottocentesco? Cultura. Volare low-cost dall’altra parte del mondo? Cultura. Andare al ristorante per gustare l’anguilla marinata tradizionale delle Valli di Comacchio, con l’approvazione di Carlo Petrini? Ancora Cultura. Quanta ideologia in una sola parola, e quanta astuzia in questo stratagemma!

Oggi la nostra piramide dei bisogni risulta visibilmente sottosopra, con certi bisogni posizionali (ciò che Abraham Maslow chiamava “autorealizzazione”) che prendono il sopravvento sui bisogni primari come alimentazione, salute, sicurezza. La verità è che gli status symbol sono in fin dei conti molto più preziosi dei beni normali: sono il nostro appiglio per “restare nel club”, ovvero tentare di resistere al declassamento e alle sue concretissime conseguenze. Sarebbe un errore considerare che questa gara al consumo vistoso sia animata dalla pura e semplice vanità: la borghesia rivaleggia perché questo gioco serissimo, simile a una lotteria, determina l’allocazione delle risorse all’interno di quella che gli economisti Robert H. Frank e Philip J. Cook hanno definito una Winner-takes-all-society. Illustra bene questo meccanismo lo scalcagnato sistema educativo italiano, nel quale va avanti chi può spendere più degli altri e toccare alla fine della competizione un montepremi in forma di posto fisso. Studiare costa sempre di più perché i giocatori alzano continuamente la posta in gioco, l’età media d’inserimento professionale continua a crescere e i mestieri che un tempo erano svolti senza nessuna laurea sono oggi riservati ai laureati: il costo della formazione necessaria per affacciarsi al mercato del lavoro ha da tempo superato quello di un orologio d’oro. Funziona così anche il capitalismo americano, dove aziende come Amazon e Facebook hanno sopportato anni di perdite finché non hanno potuto imporre il loro semi-monopolio sul mercato. Soltanto a questo punto, dopo aver cacciato fuori dalla corsa tutti gli altri pretendenti, hanno iniziato a fare profitti. Il loro spreco onorifico alla lunga ha pagato — ma a che prezzo!

 

Getty Images

È questa, dunque, la legge della classe agiata: uno su mille ce la fa. E gli altri novecentonovantanove? Sono la classe disagiata, cioè tutti noi, ceto medio impoverito, che abbiamo creduto di poter ignorare la contabilità e inventarci una vita da artisti, da poeti, insomma da signori. Troppo ricchi per rinunciare alle nostre ambizioni ma troppo poveri per realizzarle, ci troviamo oggi a contemplare l’estensione del nostro fallimento. Alla soglia di un’età adulta che sembra non arrivare mai per davvero, tenuti in vita artificialmente dai patrimoni familiari, dalle bolle speculative o dal welfare pubblico, forse anche dalla potenza militare della Nato che ci protegge, ci accorgiamo di avere sprecato un’enorme quantità di risorse per partecipare a una competizione che non potevamo vincere. Ma non è poi tutta la nostra società — in maniera lampante quella italiana e più generalmente quella occidentale — a essersi fondata negli ultimi decenni sullo spreco come principale motore dell’economia? Il capitalismo keynesiano ha sfruttato l’effetto Veblen facendo della competizione in seno al ceto medio — il famoso ascensore sociale — il motore di una fiorente industria del consumo vistoso: una vera e propria “corsa all’ostentazione” che ha prosciugato le tasche pubbliche e private. Se l’esito della vecchia corsa agli armamenti durante la Guerra fredda rischiava di essere la Distruzione Mutua Assicurata (MAD), il risultato dei nostri sforzi per restare nel ceto medio sarà il Declassamento Mutuo Assicurato.

La classe disagiata è l’avanguardia di un capitalismo in crisi permanente che ci parla con la retorica del Sessantotto per venderci stili di vita che non possiamo permetterci. Il debito che ci schiaccia non è altro che l’immagine rovesciata delle nostre aspirazioni deluse, l’altissimo costo che paghiamo per continuare a ostentare una ricchezza che non abbiamo. Grazie tante, Veblen.

Chiudi