Explicit / Idee

Il teorico del cialtronismo

IL 83 23.08.2016

Un autore che andrebbe inserito nelle antologie di letteratura italiana contemporanea: Tommaso Labranca

Sono reduce da un’esperienza che spezza le vene delle mani e mescola il sangue col sudore se te ne rimane: la scrittura di un manuale-antologia di letteratura per le scuole superiori. Il volume sul Novecento è una boccata d’ossigeno, perché uno può introdurre qualche variazione, qualche novità, mentre prima è tutto praticamente scolpito nella pietra (Dante-Petrarca-Boccaccio-Umanesimo-Ariosto eccetera); ma è anche un rischio, perché se s’introducono troppe variazioni, troppe novità, gli insegnanti si sentono spiazzati, e non adottano il manuale-antologia. Così uno dei molti dubbi che mi hanno agitato, nelle settimane in cui lavoravo al “canone del secondo Novecento” è stato: mettere o non mettere un estratto da Chaltron Hescon di Tommaso Labranca?

Quasi vent’anni fa, in Chaltron Hescon. Fenomenologia del cialtronismo contemporaneo, Labranca ha dimostrato soprattutto due cose:

(1) che è possibile parlare con intelligenza, serietà e humour (sì, serietà e humour vanno insieme) della valanga di film-canzoni-fumetti-tv che da qualche decennio riempiono l’esistenza del cittadino italiano medio. Esempi: Battiato, i Vanzina, Mara Venier.

E (2) che molti di quelli che il cittadino italiano medio considera prodotti della “cultura alta”, perché così gli hanno insegnato la famiglia, la scuola, i media, sono invece, a volte se non sempre, delle cialtronate.

Esempi: Hemingway (a sprazzi), Toscanini (a sprazzi), Walter Veltroni. Ora, si constata con amarezza che solo la prima parte del Messaggio di Tommaso Labranca non è caduta nel vuoto: ché anzi, nello spazio di un paio di generazioni il pop ha fatto il gran salto dalle riviste patinate alle tesi di dottorato, e oggi semmai si avvertirebbe il bisogno di qualche mohicano reazionario che dica che no, anche senza essere adorniani, non è sempre esattamente «lo stesso discorso», qualche distinzione ogni tanto la si potrebbe anche fare…

Quanto al cialtronismo, invece, non abbiamo imparato la lezione. Al contrario, la dilatazione e la democratizzazione del dibattito (i social network, i mass media) hanno aumentato a dismisura il numero delle parole e delle ideuzze in circolazione, tutte ovviamente con pretese di acume e insondabile profondità. La Cultura dilaga. Risultato: «Falsa aristocrazia, maniere pretenziose ed emozioni a buon mercato», per usare le parole di Labranca, imperano in Rete, sugli schermi, sugli scaffali delle librerie, nei giornali. E anche nei manuali di letteratura per le scuole, che sono quei libri in cui tutto è serio, bello e importante (altrimenti che ci fa in un manuale?) e non bisogna mai ridere di niente. Invece non è così, perché ci sarebbe molto da ridire, e da ridere, su un mucchio di cattiva poesia presa per buona, e su un mucchio di fumosisissimi “saggi critici”; e capire che non è così, che i libri sono anche pieni di cose discutibili, o addirittura ridicole, sarebbe una bella lezione per tutti, insegnanti e allievi, un bell’esercizio del famoso “senso critico“. Di qui l’ipotesi-desiderio: antologizzare Chaltron Hescon, fargli vedere come Labranca prende in giro la Cultura? Di qui però anche il dubbio: ma a scuola l’ironia passa? E se si offendono e non adottano il libro? Meglio essere prudenti?

Nella mappa del cialtronismo che Labranca ha disegnato nei suoi libri, nel corso di un ventennio, l’arte contemporanea ha ovviamente un posto d’onore, e in particolare ce l’ha il discorso, la chiacchiera sull’arte contemporanea più che sui suoi manufatti, per esempio:

La colpa di simili espressioni [si parla di una personale di Koons] è tutta da imputare alla meccanicizzazione della monda del riso e al ricorso sempre più massiccio all’indotto senegalese per la raccolta dei pomodori. Ex mondine ed ex raccoglitori, di fronte allo spettro della disoccupazione, non hanno esitato a buttarsi nel campo della critica d’arte (Estasi del pecoreccio).

Adesso Labranca torna diciamo organicamente sul tema con un libretto intitolato Vraghinaroda (significa “nemici del popolo” in russo), sottotitolato Viaggio allucinante fra creatori, mediatori e fruitori dell’arte e pubblicato dalla mini-casa editrice Ventizeronovanta.

Gli anni non lo hanno addolcito. Per il 70-80 per cento Vraghinaroda è un libro di puro odio. Perché il personaggio che dice “io” frequenta anche lui mostre e gallerie, e frequenta quelli che le frequentano, ma è più intelligente, colto, raffinato di loro. Da questa sproporzione (il personaggio che dice “io” sa ridere della melassa deleuziano-foucaultiana dei cataloghi d’arte contemporanea, gli altri no; il personaggio che dice io sa distinguere il kitsch di Moby dal genio di Tarkovskij, gli altri no; il personaggio che dice “io” è abbastanza blasé da diffidare dei reazionari come Jean Clair, ma non abbocca alle buffonate del «peracottaro» Ai Weiwei, o di Banksy, o di Cattelan, gli altri no; eccetera) potrebbero derivare o una grande indulgenza o un grande disprezzo. Il personaggio che dice “io” – che non guarda le cose dall’alto ma ci sta in mezzo, anzi campicchia ai piani bassi del Sistema, con collaborazioni malpagate, schedine per le mostre – sceglie sempre il disprezzo e mai la compassione, anche quando la compassione sembrerebbe più ragionevole. Nel senso che il personaggio che dice “io” se la prende soprattutto con dei poveri cristi marginali come lui, l’impiegato di concetto che vorrebbe fare l’artista, la ragazzina velleitaria che vorrebbe fare la curatrice, le cinquantenni che vorrebbero pubblicare «le loro sillogi di poesie autobiografiche», tutta gente che forse meriterebbe tenerezza più che sarcasmo.

Ora, il disprezzo fa spesso ridere – Vraghinaroda ha pagine molto divertenti, sempre nel registro acido:

“… posso svolgere davvero il mio lavoro di curatrice utilizzando tutta la mia esperienza raccolta in anni di lavoro nel Mondo dell’Arte Contemporanea”. Dice contemporanea mentre esce dal locale Privato tenendo in mano uno spazzolone con cui inizia a pulire il pavimento.

Ma alla lunga deforma un po’ la voce del disprezzatore, che ogni tanto si mette a combattere battaglie già vinte da un pezzo (chi dei lettori di Labranca ha bisogno di sentirsi ripetere che L’attimo fuggente è un film ridicolo? Perché perdere tempo a ironizzare su quelli che vanno in India «per ritrovare se stessi»?), e a volte si crea bersagli-fantoccio implausibili, da film del primo Moretti, come l’artista incompreso che grida «Perché!! Perché in questo Paese non si può essere comunista?», o il decerebrato che progetta la sua rivoluzione artistica nell’attico milanese pagato da papà, o il curator deleuziano che nella metro si scervella sulle Parole Crociate Facilitate – e tanto peggio se sono tutti esseri umani reali, presi dalla vita: sarebbe un vero inverosimile, o trito.

Questo eccesso di risentimento, questa mancanza di distacco che ogni tanto diventa – è sorprendente doverlo dire di Labranca – mancanza di autoironia è il difetto principale di Vraghinaroda, che è un libro notevole, ma meno riuscito di Chaltron Hescon o dello splendido (uno dei migliori in assoluto di questi anni, direi) Il piccolo isolazionista (Castelvecchi, 2006). Vraghinaroda ha però un rovescio interessante, e cioè può essere letto, oltre che come pamphlet un po’ scontato sui cretini che vivono o vivacchiano intorno all’arte contemporanea, anche come serio discorso sull’arte e sugli artisti. Labranca ha un bellissimo modo di parlarne, e quando, tra un’invettiva e l’altra contro i cretini, ne parla spiegando chi gli piace e chi no, e perché, lo fa con una grazia che si trova raramente nei saggi accademici e para-accademici sull’argomento, saggi che sono spesso paccottiglia fatta – cito – di:

frasi più pasticciate di un timballo, grondanti una cultura fastidiosamente esibita come una finta laurea appesa in salotto … Non c’è alcuna teoria originale e, se proprio c’è, viene ridotta a un paragrafo iniziale. Dopo di che è tutto un volteggiare tra una citazione di Deleuze e una di Foucault, un rimbalzare di virgolettati rubati a Derrida o a Guattari.

Labranca invece è intelligente.

(Alla fine Chaltron Hescon l’ho antologizzato ma l’ho nascosto un po’, l’ho messo in un angolo del manuale-antologia, per non turbare i conservatori. Speriamo). 

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