I negozi di Merano, la vitalità di Matera, la musica di Salerno, il Gin Marine di Parma e la metro di Brescia. A sessant'anni dal celebre “Viaggio in Italia” di Guido Piovene, abbiamo le prove: vivere bene fuori da Roma e Milano si può

Si può vivere felici, fuori da Milano e Roma, o almeno non felici ma senza suicidarsi? Sì, abbiamo le prove. Ecco dunque questo viaggione, tremilatrecento chilometri in macchina inseguendo, sessant’anni dopo, il mitico Viaggio in Italia di Guido Piovene (1957), uno dei tre libri fondamentali per capire l’Italia (gli altri due ve li diciamo un’altra volta). Lui ci aveva messo tre anni, noi ci metteremo dieci giorni, e per onorarlo partiamo come lui da Bolzano, buttandoci sulla A4 e poi su verso il Brennero fatale. Judith è la bella signora che cura la dimora di Airbnb che ci ospita (siamo io e il fotografo Fabrizio, staremo solo in case Airbnb, sarà anche un saggio psicologico sull’ospitalità, e sulla sopportazione tra due persone): un avveniristico padiglione tipo motel con piscina di acqua di mare, pare la casa di Fabrizio Rondolino in Nevada o il finto negozio Prada dell’installazione nel deserto del Chihuahua, ma qui siamo tra i meleti, si vede specchiato l’altopiano del Renon. La casa si chiama Mirror House, è tipo Hollywood Party, pulsanti per fare qualunque cosa, per aprire il tetto, per azionare le zanzariere, e abbiamo anche due robottini tagliaerba; qui la signora Judith ci dice di fare attenzione che alle nove entrano in azione e che alle undici smettono, e che dei due uno è di marca italiana e uno tedesco, e dunque intendono diversamente gli orari, quello tedesco alle undici si avvia verso la sua base, mentre quello italiano alle undici è già piazzato a casa, dunque ruba forse sul tempo – e però, mentre rientra, l’italiano taglia pure, mentre il tedesco assolutamente no (forse grande metafora giardiniera-europea).

La Mirror House, una delle case del circuito Airbnb a Bolzano

Poi prendiamo la strada del vino a San Michele di Appiano, verso un maniero organizzato per matrimoni (in vendita, a chi interessa, con ritratti di vescovi-conti, pronto per film di Wes Anderson o Fassbinder o al limite Luca Guadagnino con ambientazione tirolese, e cervi e stube e termosifoni d’epoca). Sulla strada ci fermiamo a mangiare, e il fotografo Fabrizio mette subito in chiaro che ama solo le cose a chilometro zero, e dunque McDonald’s vietato, e qui ci sediamo in un ristorantino tra i meli sempre Fassbinder, con camerieri con pantaloni alla zuava, e molte macchine targate D e CH, e Fabrizio chiede: «Scusi, il vino è locale?», e quello dice in italiano stentato: «Guardi, è proprio quello del vigneto accanto a lei», e nel menu c’è anche la «trota del nostro torrente», e armeggia con un bastone per tirare su la trota da un tombino, non è un tombino romano con le foglie ma una conduttura separata con acqua purissima, lui l’ha appena pulita, dice che ogni volta che vengon giù i temporali entra sabbia nel tombino riservato alle trote, e questo non sta bene. Tira su la sua trota, la scanna, ce la cucina, mettendo quel tot di burro che qui è quota obbligatoria forse decisa dagli accordi De Gasperi-Gruber del 1946. Per fortuna non vengono brigate vegane a picchiarci.

Il Castello Zinnenberg ad Appiano (BZ)

Lasciamo le trote e riprendiamo queste strade e autostrade di insostenibile pulizia, nere nere con scritte candide, mai un cantiere, torniamo giù a Bolzano, ecco il gigantesco monolite grigio scuro della sede Salewa, colosso molto local dell’abbigliamento sportivo, che pare un sommergibilone o yacht d’oligarca tutto d’acciaio traforato e invece dovrebbe rappresentare l’aquila, simbolo del gruppo nato qui da Heiner Oberrauch, gagliardo signore che faceva la guida alpina, figlio di un commerciante di loden, che insieme al fratello di Reinhold Messner ha messo su questa azienda di abbigliamento sportivo. Il quartier generale di Salewa comprende soprattutto una palestra da arrampicata dove i bolzanini vanno di solito quando piove (è coperta) mentre se è bello vanno alla piscina di Bolzano. La parete da arrampicata con tanti colori sembra una scultura schiantata di Niki de Saint Phalle contro una parete, con pomelli e protuberanze dove ogni colore rappresenta una difficoltà e un percorso, con grande apertura per fare entrare l’aria. Oberrauch è un Olivetti tirolese, in reception ci sono dei limoni del Gargano, dove l’azienda ha comprato e ristrutturato un villaggio destinato ai suoi dipendenti, vi si accede per punteggio, accumulano punti l’anzianità e l’essere in coppia («anche dello stesso sesso, naturalmente»). Famoso per trascinare tutti i suoi manager in vacanza in tenda («quest’anno, quattro settimane sulla cordigliera delle Ande»), ha una moglie psicologa che fa le risorse umane dell’azienda, tipo Billions.

Il presidente di Salewa Heiner Oberrauch

La sede di Salewa a Bolzano

Il ristorante Turmbach di Appiano

Tyler Brûlé davanti al negozio di Monocle a Merano (BZ)

Prendiamo la MeBo (l’autostrada Merano-Bolzano) verso Merano e comincia un acquazzone; arriviamo in via Dante e tra macellai e Konditorei ecco il pop-up store di Monocle, unico in Europa: è un ex negozio di casalinghi di un certo Toni Höller, trasformato in Wunderkammer di Tyler Brûlé, occhiali e profumi (il numero 3 che sa di gin lemon è il mio preferito) e quadretti di transatlantici, è la cameretta di un bambino fantasioso, che attualmente sta sognando, è evidente, la Mitteleuropa e se la vive qui, in questa provincia dell’impero. «Son qui da un paio di settimane, è fantastico», dice Tyler, subito offrendoci dei veri ghiaccioli italiani, tipo Calippo ma naturalmente no logo, e poi un caffè islandese. «Lui lo capisce il bello della provincia», dice Linda, manager del negozio, mentre mi fa provare un paio di pantaloni di taglio e prezzo formidabili, appena arrivati dal Giappone, e mostra l’interno, con una fodera azzurra in contrasto. «Io vengo da un paesino di montagna, mio padre e i miei nonni avevano tutti questa stessa fodera, loro non andavano mai dal sarto, questo chiedeva solo: è ingrassato? è dimagrito? E mia mamma riferiva, e loro cucivano». «Per capire la provincia però bisogna essere stati lontano», dice lei. Tyler pare proprio a casa sua, saluta i passanti che lo guardano un po’ strano, non tutti sapranno chi è questo ex ragazzo con un perfetto taglio di capelli, che si fa aria con un ventaglio di Monocle, parla perfettamente tedesco e poi si capisce perché: nel retro di questo negozio, accanto al magazzino, c’è un curioso Atelier Virge Brule, e un cartello informa che «l’artista estone canadese Virge Brule», nata a Lubecca (come i Buddenbrook), «sarà in visita a Merano durante la stagione estiva», ed è poi la celebre mamma che Tyler si porta sempre appresso. «Sto qui un po’ e poi torno a Londra», dice lui, indicandomi in bella vista il librone di IL, «we’re big fans», dice, accanto a un poster «Hipster Asburgo», e si capisce che mancava solo l’anello di congiunzione tyleriano per comunicare la figaggine del mito della Mitteleuropa con quell’immaginario di qualità totale e un po’ nostalgica tra Cecco Beppe, Ludwig di Baviera, le nostre nonne e il Politecnico di Zurigo. Provo a vendergli il maniero, gli si fanno vedere le foto ma non pare eccessivamente colpito (si sognava già di vantarsi: ho fatto vendere un castello a Tyler Brûlé). È molto interessato invece alle cose italiane perfettamente alla sua maniera, porta dell’acqua («guarda che etichetta, ma anche la Meraner non è male»), poi se ne va perché la mamma lo aspetta, con la sua Zeit e il suo Financial Times sottobraccio, come un notaio o un farmacista di Merano, potrebbe essere un buon borghese tirolese cresciuto a Bratwurst e kren.

Piazzetta Andrea Palladio a Vicenza, accanto alla Basilica Palladiana

A Vicenza non facciamo neanche in tempo a guardare la Basilica di Palladio che abbiamo proprio di fronte alla casa che ci ospita che subito dobbiamo partire verso la deep pianura veneta. Per strada, 40 gradi, ville venete e loro derivati, centri commerciali bassi e larghi. Cambiano subito i colori, dal nero delle autostrade tirolesi tirate a lucido, qui tutto è chiaro e un po’ accecante, pare attivato il filtro Clarendon; bianca la Basilica di Palladio, bianco l’asfalto consumato delle strade tristi e piatte che portano al compound di Renzo Rosso, genius loci locale, a Breganze, quartier generale Diesel, e qui di nuovo nero per questo complesso gigantico, realizzato sopra un’antica fabbrica Laverda (mitologiche motorette), tutto rivestito in rame, opera dell’archistar a chilometro zero Pierpaolo Ricatti, di Vicenza. Ci sono tante auto, un grande parcheggio coperto, e poi soprattutto un parcheggio molto vip per dipendenti siderali, con Audi e Bmw e Aston Martin tutte nere (e una piccola Opel bianca, forse in quota protetta). Poi, grandi giardini con ninfee, entrata colossale, hall alta trenta metri con muro verticale: mensa e bar fichetti, palestra Technogym scura, campo da squash, e un’età media invece coloratissima e bassissima; pare di essere in Cambogia, non c’è nessuno sopra i trent’anni, li avranno eliminati o trasferiti in una località segreta. Ci sono tante macchine perché il compound Diesel catapultato nel Veneto piatto non ha prodotto abitazioni per i dipendenti, sulla scia di paternalismi industriali tipo Marzotto, con colonie estive e tutto. Si immaginavano Diesel Bus per portare le giovani maestranze a casa in coworking intelligenti. Qui invece, ci spiega Alessandra, 28 anni, lavora alla comunicazione Diesel, ognuno torna a casa sua in macchina (o in moto, ci sono delle Vespe PX azzurrone), o in bici. C’è chi ha scelto di abitare a Breganze (dunque bici), molti invece a Bassano. Ma non ti spari? (Alessandra è di Milano, lavora a Diesel da un paio d’anni, prima lavorava a Milano). «Per niente, Bassano è bellissima, abito in centro. È pieno di ragazzi e locali. Soprattutto, con quello che spenderei a Milano per condividere una stanza, qui ho un mio appartamento, con due camere, garage. Se proprio ho nostalgia prendo un treno e in due ore sono a Milano», dice, pare sincera. Renzo Rosso abita da queste parti, probabilmente viene a lavorare in elicottero (c’è un eliporto e una manica a vento), e forse vuole inseminare il suo Veneto con questi giovani cambogiani, c’è tutto un indotto di appartamenti e bed & breakfast consigliati, ma nessun villaggio Diesel. Lasciamo i laghetti (il palazzo, tutto eco-compatibile, ha un’aria severa, pare la Mondadori di Segrate, ma qui al posto delle carpe, le ninfee).

Il quartier generale di Diesel a Breganze (VI)

Uno dei pannelli del progetto di Autostrade “Sei in un Paese meraviglioso” nella zona di Ferrara

Il Lido dei Carabinieri di Senigallia (AN)

Festival Demanio Marittimo Km 278 a Marzocca di Senigallia

«Apri tutto!», direbbe Duccio in Boris per inondare la scena di luce accecante, eccoci buttati verso il candido Adriatico, la spiaggia di Marzocca di Senigallia. Spiaggia grigina, file di ombrelloni lattiginosi, cabine, Luigi Ghirri a strafottere. «Spiaggia di velluto, per la sabbia sottile, era detta negli anni Venti, prima spiaggia delle Marche», mi spiega Manuel Orazi, editor di architettura dei raffinatissimi volumi Quodlibet, la Adelphi di Macerata, che scorta Daniel Libeskind a Demanio Marittimo Km-278, festivalino di architettura che si tiene da qualche anno su questa spiaggia appunto di velluto, una notte e una notte soltanto, dalle sei di sera alle sei di mattina. Spiaggia di velluto arredata con belle installazioni luminose, tra il vecchio pier rotondo liberty (ispiratore della Rotonda sul mare di Fred Bongusto), e non lontano dalla casa ispiratrice di Mare d’inverno d’Enrico Ruggeri (genius loci musicarello). Libeskind mangia impazzito il risotto alle ostriche di Moreno Cedroni, fondamentale chef con ristorante qui sulla spiaggia, e dice che belli come questo, di festival d’architettura, non ce ne sono altri al mondo, e forse lo dice solo per gentilezza, però anche la moglie Nina fa sì sì con la testa bevendo felice un verdicchio. Ha appena detto a Repubblica che i borghi italiani sono fichissimi, è innamorato delle città italiane, soprattutto quelle più piccole. «Racchiudono il Dna dell’umanità», dice. «La loro evoluzione parla della dignità dell’essere umano perché tutto – scala, edifici, strade – è nato per facilitare le relazioni». Anche il risotto alle ostriche deve aver influito, e qui, oltre al derby post-molecolare – a poche centinaia di metri da Cedroni c’è Uliassi, altro bistellato pazzesco, entrambi allievi di Ferran Adrià – questa biennalina sulla spiaggia, più arieggiata e chic, senza l’umido di Venezia, senza vaporetti e i tagli di nastri del ministro e del sindaco, pare molto più piacevole dell’originale. Reporting from the Waterfront, dunque, meglio che from the Front, mentre accanto famiglie middle class mangiano felici sotto la loro cabina in Tupperware portati da casa, con cross-insemination notevoli – accanto ci sono i circoli della Polizia, dei Carabinieri, della Guardia di Finanza e l’anno scorso raccontano di fenomenali integrazioni tra un karaoke del circolo dei Carabinieri e il popolo del Demanio Marittimo.

La Rotonda a Mare di Senigallia (AN), costruita nella seconda metà del XIX secolo e più volte rinnovata. Spesso associata alla celebre “Una rotonda sul mare” cantata da Fred Bongusto

Il lungomare di Senigallia, con le aree attrezzate e gli stabilimenti balneari come il Piccolo Lido

A Senigallia poi succede tutta una storia: prenotiamo con Airbnb un agriturismo, ma la signora host milanese al telefono dice che non ha assolutamente posto, «ah, sarà quel pulsante che non uso mai», si vede che non è molto pratica e noi non sappiamo dove andare a dormire, «ma siete così simpatici, venite domani a colazione, ho degli amici divini!», dice milanesemente, e no grazie, noi più che altro non vorremmo dormire in macchina stasera, dunque da Airbnb si impietosiscono e ci mandano in una spa pazzesca, due sole stanze sopra saune e biosaune e una stanza del sale, e una piscina, dove la signora Elvira prende il sole su un materassino identica alla Ferilli a Casal Palocco nella Grande bellezza (qui però con panorama leopardesco). Poi da Senigallia viene su un gruppo di ragazze locali per un addio al nubilato, dice che ne fa tantissimi, di questi addii al nubilato in spa, la signora Elvira.

In piscina, la signora Elvira: gestisce il centro benessere e bed & breakfast Mandalay a Senigallia

Marche Abruzzo Molise Puglia Basilicata: passiamo località indimenticabili come Montenero di Bisaccia (ah, andare a trovare Di Pietro sul suo trattore), Cerignola, Canosa di Puglia, sognando un pezzo sulle Downton Abbey pugliesi, tenute Al Bano e tenute Bontà Banfi, Filomegna donde estas. Nel frattempo ci superano suv giganti targati D e CH con facce da Pasquale Ametrano, sono quelli che avranno fatto fortuna con la mozzarella a Düsseldorf ma soffrono la nostalgia e la saudade estiva delle origini. Ci perdiamo in periferia di Bari, tra strade e incroci e il navigatore che comincia a impazzire, è chiaro che dalle Marche in giù non si trova più a suo agio. Arriviamo a Matera per lunghe strade notturne scure e bucate, cartelli gialli a indicare provvisorietà e isolamento, e poi a Matera di sera tardi ci viene a prendere il nostro ospite che si chiama Leonardo De Angelis, è romano, e da tre anni ha mollato la capitale per vivere a Matera insieme alla moglie, Valeria Vizziello. Relocation lucana: lui ha fatto il location finder per grandi kolossal, da Ocean’s Eleven a Mission Impossible allo 007 di Quantum of Solace, non La passione di Cristo, che qui tutti chiamano Passion. C’è un prima e un dopo Passion a Matera; è il film di Mel Gibson che ha cominciato la rinascita della città, cinquant’anni dopo che De Gasperi venne qui e disse che era «la vergogna d’Italia», per via proprio dei Sassi, “bassi” in cui si abitava insieme, bestie e uomini, nel solito Sud smandrappato, in antiche grotte da notte dei tempi, con environment dei più deprimenti da realismo tragico (credenze, streghe, mali e malocchi, il timore che muoia l’asino più che il marito e la moglie): oggi naturalmente in piena gentrification. Valeria è di Matera, lavorava nella pubblicità per Armando Testa. Abitavano a San Giovanni, zona semicentrale, «non ne potevamo più di passare gli stipendi alle baby sitter per stare coi nostri figli», hanno comprato un palazzetto dentro il sasso. Hanno aperto una gelateria che si chiama I vizi degli angeli, crasi dei due cognomi (si intravede il lavoro di copy di Valeria), mettendo a punto, da una passione comune, quella del gelato, un piano B per non soccombere tra le buche e la vita moderna. La gelateria è come ci si aspetta, hi tech e fichetta, sull’onda del gelato gentrificato – immancabile ananas e zenzero, la rucola degli anni Dieci – più il filone secondo noi più promettente, quello delle infusioni (ci offrono una granita al bergamotto corretta con un po’ d’acqua frizzante, quelle cose che solo in provincia, solo al Sud, «ve la correggo con un po’ d’acqua? Naturale o frizzante?», ed è la cosa più buona e profumata mai bevuta, sembra un Penhaligon ma da bere). Gli affari vanno bene, nonostante i costi nascosti, «abbiamo avuto l’idea di mettere una fontanella d’acqua a disposizione dei clienti, ci costa 500 euro all’anno perché l’Asl deve fare i controlli di potabilità due volte all’anno», nonostante il forte investimento iniziale («la gelateria mantenitrice costa quarantamila euro»), che hanno messo di risparmi loro, le banche gli hanno detto: «Ma che siete matti? Andate piuttosto a vedere in Comune, pare che aprano un concorso!»; Matera si stava iniziando a gentrificare, avevano appena messo, sul Corso, la zona pedonale, e gli dicevano: «Ma che siete matti? Proprio adesso che non ci si può fermare più, non entrerà nessuno. E d’inverno cosa mangerete?». Perché normalmente non è che il gelato si mangiava d’inverno, erano anni in cui a ottobre i bar toglievano il gelato e mettevano i pasticcini (si sogna chiaramente una Storia del gelato per spiegare questi ultimi anni di Italia). Ora stanno qua, hanno un vasto appartamento tutto di tufo, hanno imparato i ritmi della città, che è una città-paese («dalla quarta alla quinta elementare i bambini cominciano a uscire da soli, c’è un rito di passaggio»), e una città-paese che ti risucchia («d’estate si sta in strada, d’inverno nelle case, che sono mediamente molto grandi»).

Una vecchia sede delle Poste a Matera

Un “mago di piazza” si esibisce a Matera

I vizi degli angeli: «laboratorio di gelateria artigianale» aperto da Leonardo De Angelis e Valeria Vizziello a Matera

È un Sud strano, questo di Matera: sopra il Barocco, con le sue chiese disseminate, che nulla hanno da invidiare a Noto; però niente senso di morte malmostoso da Mezzogiorno disperato, strade pulite, aria quasi emiliana di voglia di vivere tra città e campagna. Per strada, le macchine si fermano per farti passare con largo anticipo: San Francisco. Al garage multipiano, invece, c’è una zona riservata ai trattori; sul Corso principale, ogni tanto, passa un cavallo. Le signore hanno acconciature di campagna, grossi chignon, la cucina dei ristoranti tipici non ancora sottoposta alla pasta fillo è tutta a base di agnello e melanzana, gusti antichi e preistorici. I giovani, i rich kids of Lucania, hanno un aspetto unico, giacche e pantaloni molto stretti, damerini indubitabilmente del Sud, però con ciuffetti e occhietti da D’Artagnan tutti molto neri, e una nervosità milanese, un accento che inclina al buonumore. Si affollano al bar Sedile, nell’omonima piazza. Il centro si sta lentamente trasformando in Pietrasanta: molte gallerie, artigianato, nei ristoranti fichetti tipo Gattabuia hanno imparato a impiattare gli spaghetti e diminuire le porzioni.

Una veduta del Sasso Barisano, il quartiere costruito sulla strada che portava a Bari: con il Sasso Caveoso e il rione Civita costituisce il centro storico della città

Vicino alla Cattedrale ecco altri romani scappati, passando da via Duomo ecco Civico Nove, negozio radical di artigianato e tessuti, colpisce perché ha la scritta Society, marchio aspirazionale romano dove tutti si va a comprare i runner e le lenzuola di lino mortaccino, e loro son proprio fuggiti da Roma, stavano all’Eur. «I primi tempi ci mettevamo dieci minuti a venire da casa al negozio, adesso anche due ore, ci fermiamo a bere il caffè, i primi tempi ci dicevano, signora, io non vi capisco, parlate troppo veloce, adesso abbiamo rallentato», racconta Iris, proprietaria del negozio. «Le signore che vanno a fare la spesa escono di casa alle nove e rientrano alle due, all’inizio non capivo, ora sì». Ma non vi manca per niente Roma? Sembra di no, dalla finestra hanno una vista che paiono i Fori imperiali ma sono sempre i Sassi: e nei Sassi, fioriscono i b&b e qualcuno prova l’esperimeno superlusso, come il filosofo-immobiliarista milanese Daniele Kihlgren, che ha aperto qui il suo Sextantio, antiche grotte trasformate in albergo naturalmente “diffuso”, di lusso sibaritico-penitenziale, illuminate da lanterne, con bidè e cessi e vasche di Philippe Starck mimetizzati nel tufo antico, e lini candidi e colazioni su tavoli fratini, per vacanze tipo Flintstones riflessivi o molto abbienti o onorevoli democristiani in vacanza in sagrestia nei vecchi film con Tognazzi, e colazioni su un tavolino sghembo col suo tozzo di pane e brocca e guarda la vallata che pare Arizona (devono avere forti assicurazioni perché tra un lastrone e un gradino di ottanta centimetri, il rischio è di morire ammazzati al lume della fioca lanterna). Matera poi è grande metafora immobiliare-turistica-gelatiera d’Italia, perché tutte queste energie in circolo, rigorosamente private, si scontrano con una cornice o sostrato tipico: i nostri amici romani, e tutti, ci dicono «ci vediamo stasera in piazza», perché ci sarà una grande manifestazione contro l’attuale sindaco, e la storia del sindaco di Matera è autobiografia della nazione in purezza: il sindaco del Pd che ha portato alla candidatura e all’elezione di Capitale europea della cultura 2019 non viene più candidato dal Pd, che traccheggia, studia, rimugina. Perde le elezioni e ora governa il centrodestra, che, ci dicono, «ha cominciato a dire che vogliono fare solo cose locali, la sagra della castagna», «non c’è più nessuna spinta propulsiva», soprattutto la società civile lucana animata dai forestieri expats soffre, e «noi siamo i più attivi, è giusto che lo siamo adesso, ma tra un po’ perderemo l’entusiasmo, perché è come quando abiti in una casa, dopo un po’ di anni non ti accorgi più delle macchie, dei soffitti che cascano».

La Cattedrale di Matera

In viaggio attraverso la campagna lucana

Nel bar Verdi di Salerno: Mara e Francesca Giannone, che con la sorella Liliana gestiscono b&b e appartamenti in città

La targa del Club Alpino Italiano di Salerno

A Salerno ci guidano tre formidabili signorine salernitane, le sorelle Giannone, laureate tutte e tre in economia, destinate alla professione familiare di commercialiste, dirazzate in manager di bed & breakfast e appartamenti nel piccolo, auspicato boom turistico che la città campana sta sperimentando. Abbiamo solo dodici ore per stare a Salerno e capirla e loro si attivano come solo al Sud si sa fare. La più grande, Mara, scappata dallo studio del padre, ci viene a prendere al parcheggio e ci guida nell’appartamentino che sta sopra il Club Alpino Italiano di Salerno, vicino al teatro. Salerno è città di professionisti, soprattutto commercialisti (in questi giorni c’è anche un raduno). «In origine erano tutti commercianti, qui, poi hanno fatto studiare i figli, ecco dunque tutti gli studi. I più trasgressivi fanno gli architetti», dice Alessandro, subito convocato, socio delle Giannone nella società Starhost, gestore di appartamenti in questa città probabilmente né carne né pesce, sta in Costiera ma non è Sorrento, è Campania ma non è Napoli. A sanare i complessi naturalmente è stato l’ex sindaco Vincenzo De Luca, oggi presidente della Regione Campania, rifondatore della città, grande asfaltatore, amante del calcestruzzo. Deciso a lasciare segni. «Questi quartieri, un tempo erano malfamati, non si poteva passare», mi dice la seconda sorella Giannone, Francesca, guidandoci tra i vicoli e la via dei Mercanti, scendendo verso palazzo Genovese, imponente palazzone settecentesco oggi abbandonato, con tende strappate alle finestre svolazzanti che lo fanno somigliare a un Olandese Volante nel centro della città. «Salerno è la grande incompiuta», mi dice lo scrittore salernitano Diego De Silva, c’è un fervore del cemento e del laterizio che sale, sale, poi talvolta si ferma, con sequestri e ritardi nelle opere grandi con cui i salernitani vogliono assolutamente lasciare un landmark.

La stazione marittima progettata da Zaha Hadid a Salerno

Ecco dunque la stazione marittima di Zaha Hadid, è lì, sul porto, poco importa se l’hanno già ribattezzata «l’ostrica», o «la cozza», di notte ha forme sicuramente sinuose da mitile, e sberluccica come certi pesci. «Sono i led», dice Alessio Scarano, giovane urbanista, fidanzato di una sorella Giannone, e ci catapulta nella leggenda di lunghe trattative tra l’architetta irachena e il sindaco De Luca, che avrebbe voluto il tetto di questa ostrica o cozza ricoperto di ceramiche di Vietri, come la cupola della Santissima Annunziata, e il carisma d’archistar contrapposto a quello salernitano ha portato a una mediazione: sul tetto ci staranno questi led, forse citazione del cupolone uguale poi a quello di tanti, qui, a Positano per esempio. La cozza o ostrica, nonostante questi led, o anzi per questi, è uno spettacolo, pare un faro posteriore di suv tedesco, ma pure di giorno fa impressione, quando si può pure entrare, tipo museo, tra le pareti di cemento grezzo che si ergono per due piani, con scalinate fuori all’aperto, che paiono villa Malaparte a Capri, o dei musei Maxxi scoperchiati dal vento. Sotto, invece, modernissimi nastri trasportatori tipo aeroporto, ancora immacolati col buon odore di gomma dei loro pinnacoli neri, un giorno porteranno i bagagli di turisti felici. E qui noi si pensava già, ignoranti, a certi spettacoli, di bagagli con campana allegria spediti a Capri e diretti invece a Ischia per errore, tramite questi nastri trasportatori, e invece si viene corretti da efficienti signorine. Qui attraccheranno crocieristi, mica aliscafisti: e allora si capisce però la grandezza del grande asfaltatore; perché oltre a trovarsi la cozza od ostrica, bella di giorno quanto di notte, seppur di bellezza diversa, Maxxi sur Mer, i crocieristi americani e arabi e cinesi, troveranno uno spettacolo, un’altra opera ancora più colossale, il Crescent, un grande edificione per appartamenti a ferro di cavallo, una grande C un po’ neoclassica, alta decine di metri, con porticati ad alte colonne, tre piani, un Colosseo a metà, per appartamenti molto aspirazionali con viste clamorose – si mormora che, unico tra i salernitani ad aver acquistato a diecimila euro al metro, sia l’erede della pasta Garofalo.

Il lungomare di Salerno già detto «’o chiavicone»

Gli attici fatali guarderanno poi il mare e sotto di sé un enorme mosaico raffigurante una pianticella, che pare una foglia di marijuana o verbena o forse palma, e in quest’ultima ipotesi pare chiaro dove architetti e committenti abbiano trovato imitazione, nelle faticose terre rubate al deserto di Dubai e degli Emirati Arabi. Gli Emirati di Salerno avranno questo nuovo pier in costruzione in grado di ospitare fino a cinque navi da crociera al giorno, e diecimila crocieristi. Grandi navi? Sì grazie. Sorpassato il Crescent (progetto di Ricardo Bofill, operai altissimi sospesi, come nelle foto newyorchesi di Lewis Hine), un’insegna che intima: «Crescent, il futuro prende forma», con grafica svolazzante, pare un’installazione di Vezzoli, ha lo stesso font di Creed), si prosegue per questo lungomare, si supera la ex casa liberty del Combattente, già sede dei Lions di Salerno, e poi verso il lungomare vero e proprio, dove giardinieri innaffiano, potano, sminuzzano arbusti con zelo sudtirolese; di fronte alle vetrine di Lucignolo Bellapizza, locale molto in voga, ma i nostri ospiti lo vituperano («portano bicchieri di dubbie bollicine in calici cosparsi di zucchero»), con lettering identico alla trasmissione Lucignolo Bellavita, ecco il rendering di un altro progetto, quello del lungomare nuovo, che presto sarà completato al posto di un cadente avamposto di gelati, e di un luogo non lussureggiante chiamato un tempo «’o chiavicone», in quanto sfocio del locale fiume. Oggi, «’o chiavicone» lascia il posto a Salifornia, sorta di Barceloneta salernitana, con palme antiche, una spiaggetta con baretti e chioschi, il tutto su pedane di legno perfettamente mantenute che la sera alle nove in punto si illuminano automaticamente a led (devono essere un’ossessione dell’ex sindaco, questi led). Su questo rebranding sorge però subito una questione di primogenitura, pare che a inventarlo sia stato nientemeno che Morfuco, fondamentale rapper locale, padre nobile della scena hip hop salernitana (la distanza da Napoli è anche musicale: «Qui non ci sono i neomelodici», mi dice con ciglio alzato una delle sorelle Giannone). Tra i vicoli, infatti, scuole di dj, negozi di vinile, cartelli di festival musicali avantissimo. Ma andiamo alla fonte, eccoci da Morfuco, nella sua bottega (Morfuco è, oltre che rapper, barbiere, e ha un negozio nel centro vecchio della città: non barbiere improvvisato ma da tre generazioni), tra gagliardetti e baffoni e i suoi cd, e le cere disegnate da lui in una sua linea Gambino’s Family, con topone stilizzato, il bassotto Tappo che ringhia all’ospite e le t-shirt Salifornia. Questo Salifornia è un brand che si perde nella notte – salernitana – dei tempi, «cominciammo per scherzo, andando nei paesi qui intorno, poi utilizzammo questo nome per un mix tape che facemmo insieme alla scena locale», dice Morfuco. «Poi lanciammo l’hashtag. Poi è diventata parola corrente». Ma il suo, di nome, Morfuco? «Ho cominciato con la breakdance e qualche spruzzo con la bomboletta, anche se non mi reputo un writer. Abbiamo iniziato negli anni Novanta. Mi firmavo Mor e mi piaceva l’idea del fuco, il maschio dell’ape che si sacrifica per la continuità della vita». Intanto il bassotto Tappo abbaia. Rapporti dialoganti ma freddi con Rocco Hunt, reuccio musicale attuale di Salerno, vincitore di Sanremo Giovani 2014, ma considerato un po’ cheap. «Un bravo ragazzo, ci cita sempre, è cresciuto con la nostra musica. Noi siamo più underground, meno commerciali, siamo “i Colle der Fomento salernitani”. Non siamo mai diventati mainstream ma poi a Berlino premiano noi». Tra l’underground e il mainstream entra un vecchio signore, è l’avvocato Antonio Spiezia, si siede, si fa sistemare le basette, «vengo qui da cinquant’anni, anzi di più, dal 1963, io normalmente andavo a Vietri a tagliare i capelli, poi suo padre (di Morfuco) tagliò mio figlio che era piccolo e non si fece pagare, e quindi cominciai a venire qui». L’avvocato saluta ed esce. Decido di farmi dare una spuntatina anch’io dal rapper hip hop che taglia i notabili, intanto parliamo. «Salerno è un’isola felice», dice Morfuco. «Milano, Roma, per l’amore di Dio!». Napoli? «Un caos». Poi dipende dalle esigenze, dall’età. «Porto mia figlia alla piscina comunale, al parco, facciamo la brace, stiamo con tutti amici nostri, di fronte al mare, fa fresco, se hai dei posti così stai bene. L’unica cosa che mi manca è la barca».

Nella bottega del rapper barbiere Morfuco (Mario Ventura)

Nella barberia di Morfuco, magliette e gadget con il marchio Salifornia

Morfuco poi in realtà si chiama Mario Ventura, come un altro Mario Ventura che è l’altro protagonista della scena salernitana, tutti discendono da un mitico Antonio Ventura, il più famoso fruttivendolo di Salerno, ecco che il nipote rapper ce lo mostra in foto mentre armeggia con la macchinetta sulla mia nuca. Mario Ventura numero 2 è un altro animatore della scena salernitana, è proprietario dell’Emanuel Cafè sul corso. Ha ventisette anni ed è il capo della associazione Kult Festival che organizza Unibeat, festival di musica elettronica che si tiene nell’università cittadina, ormai giunto alla quinta edizione e considerato un classico. «Abbiamo quindici-ventimila presenze l’anno», dice l’altro Mario Ventura, imprenditore della vita notturna, con quattordici dipendenti. Lamenta che non ci sia un festival di jazz adeguato in città. E non un club. A Salerno non si balla. Se proprio, a ballare i salernitani vanno al Music on the Rock, a Positano, in barca, «è molto commerciale», ci mettono una mezz’ora. «La provincia è diventata la città diffusa», riflette Alessio Scarano. «L’arrivo esponenziale della banda larga ha cambiato tutto». Ripartiamo, mettiamo altri soldi nei parcometri più cari del mondo, 2,5 euro l’ora, e fino alle tre di notte (proprio oggi il comune ha introdotto lo street control per fare le multe a strascico sulle doppie file; forse finanzia le grandi opere con gli incassi delle macchine). La terza sorella Giannone, Liliana, che non incontreremo mai, ma che gestisce l’account Airbnb del nostro appartamento a Salerno, è gelosa dei nostri giri e continua a mandarci messaggi: «Che fate, dove siete?». «Quella si sta annoiando parecchio, è in Costiera coi bambini». È l’unica delle tre sorelle che continua a fare la commercialista.

Sull’autostrada A1, all’uscita di Frosinone

Col mio nuovo taglio di capelli by Morfuco ci buttiamo in autostrada verso Roma, risaliamo la dorsale musicarella sentendoci come Battisti e Mogol nel viaggio del 1970, però qui non siamo a piedi o a cavallo ma con una Peugeot 308; e una colonna sonora aggiornata-filologica, tra mainstream e indie: passiamo dunque l’uscita Frosinone-Latina cantando Calcutta; e poi passiamo l’uscita Colleferro ascoltando naturalmente Tiziano Ferro, riflettendo su similitudini e contrasti tra due artisti così a chilometro zero e simili di terroir; mentre sporadici temporali imbruttiscono sull’autostrada e temibili targhe Romania e Caserta sfrecciano a destra e a sinistra. A Valmontone non resistiamo e mettiamo la freccia verso la terra di outlet e architetture effimere. Di fronte c’è Rainbow MagicLand, parco divertimenti con giostre color crema e la piattaforma del Mystika, micidiale torretta che sale sale e poi crolla in caduta libera, dall’altezza di settantadue metri, e da sopra si vede Roma meglio che dal Pincio, ma qui siamo lontani. Parcheggiamo di fronte, al grande ingresso delValmontone Outlet, dove il logo con la V pare chiaramente ispirato alla Warner Bros e l’entrata a quella dei mitici studios; anche le architetture déco sono losangeline, e dentro vera erba e vere palme altissime, preservate dal punteruolo rosso. Un cartello avverte del Valmontone Live Contest, con concerti gratuiti degli Zero Assoluto, di Ron, e poi concorso Miss Eleganza Lazio, che porta poi a Miss Italia (la miss attualmente in carica è di Viterbo). Ci sono elementi di romanità (un banchetto del tiramisù Pompi, un AS Roma store) ma gli accenti sono quasi tutti del basso Lazio, del Frusinate. Dentro Euronics, a causa del temporale, va via la corrente e suonano tutti gli allarmi.

L’agriturismo Casale del Gelso, tra Ariccia e Genzano (RM), nella campagna del Parco dei Castelli Romani

Arriviamo a Genzano, a Casale del Gelso, dove Marco e Patrizia hanno messo su da maggio un agriturismo – lui viene dalla ristorazione, lei sembra un personaggio da film di Virzì, esteticamente pare Valeria Bruni Tedeschi nella Pazza Gioia ma con l’accento dell’Elba (viene da lì, ha studiato lettere a Roma, insegna a Genzano, è scappata da Roma perché troppo caotica, adesso hanno un casaletto, si sta in campagna, ma Roma è ai nostri piedi, è veramente strano, stai in campagna, su un poggio, vedi luci all’infinito, come stare in aereo; non riesci a capire, a individuare monumento per monumento, solo luci). Lei è stupita da quanti turisti stanno arrivando, dev’essere perché ha prezzi bassi, sostiene, in realtà perché finora è la persona più ospitale (io mi sbaglio e invece di prenotare due stanze ne prenoto una sola, lei in automatico ce ne dà due, e l’altra non ce la fa pagare, è virzianamente svampita, «più di una volta ho fatto l’overbooking e quindi li ho messi su da me gli ospiti, e che facevo, li mandavo via?»). L’ospitalità le viene da una nonna elbana, che «faceva i bagagli quando arrivavano gli ospiti d’estate, e andava via lei per far star comodi loro». Loro fanno l’olio, è buono, hanno le api, hanno gli alveari colorati così le api sanno dove rientrare la sera, come i pescatori vedevano le case colorate dal mare; lui ha il diploma di sommelier, ha una cicatrice in testa, ha appena imparato a usare il trattore, sono felici e confusi, non cattivi come nei film apistici di Alba Rohrwacher, lui ci fa assaggiare il loro miele, io un po’ mi commuovo forse perché dopo una settimana di questo viaggio sono ormai emotivamente a pezzi, forse perché mi sembra una cosa psicanalitica, quando ero bambino i miei si trasferirono in campagna in una Ca’ del Gelso, tra Brescia e il lago di Garda, mio padre imparò a fare il contadino dal nulla, forse saranno stati così entusiasti, ma non me lo posso ricordare. Patrizia la sera legge sempre prima di addormentarsi, e ogni tanto prende il treno e il traghetto per l’isola d’Elba. Verso Modena, questa volta ci ospita una casa Airbnb nel bosco, si chiama The call of the wood, è un villone di una coppia creativa parmigiana vicino a Berceto, facciamo chilometri in un bosco tipo Twin Peaks, volpi e lepri ci attraversano la strada. La domestica Natalia si trova benissimo qui e mentre prepara la colazione bio ascolta entusiasta Laura Pausini a palla.

L'azienda agricola Hombre vicino a Modena: la tenuta ospita anche un Museo Maserati, una collezione di trattori antichi e la startup iXoost

Matteo Panini nell'azienda agricola Hombre

Il Museo Maserati

La mattina ci alziamo presto, andiamo da Matteo Panini, 46 anni, contadino 2.0 che continua la tradizione di famiglia nella tenuta Hombre (perché suo papà aveva fatto fortuna in Sudamerica ed era dunque l’hombre) con le sue mucche felici, che mangiano a filiera corta erba bio meglio che da Mességué. Fa il primo Parmigiano Reggiano biologico d’Italia («non saprei vivere da nessun’altra parte, abbiamo una ciclistica diversa qui in provincia», dice con metafora motoristica). Nella tenuta c’è anche un Museo Maserati (forse il più importante del mondo), centinaia di trattori antichi e moderni, e una officina-startup che costruisce impianti stereo con i collettori usati della Formula 1. Si chiama iXoost e utilizza le marmitte delle macchine da corsa per fare delle casse per iPhone, ce ne sono varie versioni, anche d’oro, le hanno presentate al Salone Nautico degli Emirati e gli emiri hanno fatto come si dice a botte.

L’antico mercato coperto Albinelli di Modena

Matteo Panini coi suoi parmigiani bio è fornitore del modenese Massimo Bottura («la cucina molecolare la facciamo anche qui a Modena, ma la molecola è grossa così», allarga le mani), e ci spedisce a pranzo dall’anti-Bottura, che è l’Aldina, trattoria al primo piano di un palazzo proprio di fronte all’Albinelli, delizioso mercato coperto anni Trenta, con colonnine con fasci di combattimento e insegne Magazzeni oro su fondo nero, dove si può mangiare allegramente. Oppure fuori, appunto, dall’Aldina, con menu da bolla spazio-temporale, niente bollito non bollito ma arrosto misto, porcellino all’aceto balsamico, vitello tonnato, roast beef. Famiglie, pochi turisti, coppie hipster, signorine con tubino nero. Ma noi non ce la facciamo a mangiare lì perché abbiamo fretta e dobbiamo correre a Fontanellato a vedere il labirinto di Franco Maria Ricci, e quindi ci mangiamo una sciocchezza in piedi al mercato Albinelli – intanto una troupe californiana intervista una anziana modenese lì sotto, per chiedere il segreto della qualità della vita di Modena, e lei si sbaciucchia tutta la troupe giovane, e non vorrebbe più lasciarli andare via. Fuori, nella controra modenese, un caldo furibondo, alcune ragazze coraggiose in bici e occhiali da sole neri e tondi (dev’essere una grande annata per gli occhiali da sole tondi, almeno a Modena); riprendiamo l’autostrada e ci precipitiamo a Fontanellato, non ci fermiamo a vedere il Camerino di Diana di Parmigianino (crocevia di deliziosi borghi, qui vicino c’è Soragna, antico principato con ancora il suo principe, Diofebo VI Meli Lupi), e la tomba medesima di Parmigianino, che era gran alchimista e massone. Andiamo diretti a questo altrettanto alchemico labirinto. I soliti paesaggi emiliani struggenti (Ghirri, again): stradone dritte nel nulla, concessionari d’auto usate bianche, lunghi filari di pioppi che portano a casali come sospesi sulla loro ombra (vengono in mente i racconti di Silvio D’Arzo). Grandi boschi di bambù e poi ecco l’ingresso di questo labirinto, che è un grande cottage inglese in mattoni a vista, con anche la sua grondaia inglese, pare la casa di lady Violet, ed è una specie di sogno neoclassico, pare fatta da sir John Soane, dentro il consueto décor franco-maria-ricciano, colonne doriche ioniche e corinzie e finto bugnato e finto marmo, dentro c’è la sua Jaguar E nera con cui scorrazzava tra la via Emilia e il West, «era impossibile da guidare, ci ho fatto 48 testacoda, li ho contati», ci dice Ricci, che a trent’anni gareggiava con le macchine, in una delle sue tante vite. Prima era geologo, «ma lavoravo per aziende americane che mi mandavano in posti di merda, tipo al confine col Kurdistan, a cercare il petrolio dove il petrolio non c’è». Poi è stato grafico, partecipando alla gloriosa stagione milanese, quella dei Bob Noorda, e alcuni loghi tuttora utilizzati sono opera sua – le cucine Scic e Smeg, la fondazione Agnelli. «Anche adesso, a chi mi chiede di fare un logo io glielo faccio, mi diverto». Ci dà una notizia: FMR, la mitologica rivista, qui nel museo accanto al labirinto esposta insieme a tutta la Wunderkammer ricciana – olii di De Chirico, ritratti di Corcos, monumenti funebri, dipinti di gentiluomini settecenteschi, busti del kaiser Guglielmo – tornerà presto in edicola. Uscirà a marzo e sarà in tre lingue, italiano inglese e francese. «Forse ho sbagliato a venderla, ma avevo bisogno di soldi per finire qui», e infatti se l’è ricomprata, e qui è il Labirinto, la sua Opera finale, tutta di bambù, perché adesso gli è presa la mania del bambù, vorrebbe tappezzare di questa specie l’intera pianura padana sfregiata dalle fabbrichette.

Il Labirinto della Masone di Franco Maria Ricci a Fontanellato (PR)

Franco Maria Ricci

Facciamo un giro in questo labirinto, e a ogni angolo ci sono dei numeri, chiediamo cosa sono a un nipote di Ricci molto chic che ci guida tra le frasche di bambù, e sono i numeri da digitare chiamando in soccorso l’apposito numero telefonico: «Prima non avevamo messo niente ma ogni volta si perdeva qualcuno, nei giorni di grande affluenza, anche cento persone al giorno, e non ce la facevamo a recuperarli tutti», così adesso si digita un numero e via, ecco che arriva il ritrovatore di turisti. Chi riesce a districarsi arriva a una porticina che immette in un’altra ala della costruzione ricciana, vicino a una grande piramide sempre di mattoncini, circondata da alte mura, e dentro questa piramide è tutta dorata, con un pavimento a mosaico sempre a labirinto, due pietà ai lati, e su su ai vertici della piramide grandi prese d’aria dei condizionatori. Ai lati dell’altare, invece, due finestrelle sfondate tipo Schüco con camera d’aria, stondate, tipo trullo o seconda casa a Capri. Fuori, alte torrette e porticati e un’aria che vorrebbe essere alchimia ma che ci dà un pazzesco senso di déjà-vu. Ma qui siamo già stati. Impossibile: sarà l’alchimia? Ah, ecco, siamo all’Outlet di Valmontone. «La provincia italiana è tutta uguale, i parmigiani sono come i cremonesi, la provincia è unica, c’è più raccoglimento, c’è più spazio per la riflessione», dice Ricci, congedandoci, e noi si fila a Parma, deserta e affilata nel sole pomeridiano.

La Prosciutteria di via Farini a Parma

Pare sia esplosa una bomba nucleare, nulla in giro, i negozi consigliati dagli amici tutti chiusi. Bar sbarrati. Sarà troppo tardi? Troppo presto? Già chiusi per ferie? Mistero. Ci aggiriamo, chiuso il T-Cafè, di fronte al Duomo e al Battistero candidi e stendhaliani, all’interno dell’adiacente palazzo Dalla Rosa Prati, una delle poche grandi famiglie nobili rimaste a Parma (molte furono decapitate, e non in modo figurato, dai Farnese quando nel XV secolo arrivarono in città dalla provincia romana): lì, raccontano gli amici parmigiani chic, si va a bere l’aperitivo di massimo successo, il Gin Marine, gin tonic con acqua di mare che a Parma è quanto di più sexy e incongruo si possa immaginare (per Guido Piovene, «Parma è la più sensuale delle città emiliane»). Poi, di fronte al Comune assolato, incontriamo il sindaco Federico Pizzarotti, «i negozi son tutti chiusi perché è giovedì pomeriggio, è una cosa atavica di Parma», ci dice. Poi il sindaco, insieme col capogruppo dei Cinquestelle in comune Marco Bosi, ci dà delle indicazioni per la cena: divergono, il sindaco ci consiglia Borgo 20, Bosi Al Tribunale; non chiediamo aiuto al Direttorio né alla Casaleggio per dirimere la questione, anche perché abbiamo poco tempo. Bosi ha un’idea sua di cosa sia la provincia, «una volta avevo una morosa di Milano che per anni è venuta qui e non ce la faceva a camminare così lenta, guarda come camminano», dice indicando coppie spiaggiate sotto i trentacinque gradi nella via Larga, mentre si consuma il rito dell’aperitivo. Sfrecciano soprattutto immigrati, qualche rara signora in bici, un’amica parmigiana ci avverte che oltre all’atavico coprifuoco del giovedì pomeriggio «chi può è già fuggito al Forte».

Alla fine mangiamo alla sagra dei «Magiatori di angurie», a Sala Baganza, provincia di Parma, con refuso originale nella cartellonistica, i bambini mangiano il cocomero e poi vengono fatti pesare sulla bilancia per capire chi ne ha mangiato di più, io mangio tortelli alle erbette e i miei vicini di tavolo, una coppia della mia età, forse marito e moglie, che sembrerebbe urbana, ordinano e divorano i due calzoni più grandi che abbia mai visto, ci fanno anche mettere del prosciutto sopra, e poi reclamano che non è arrivata la «torta fritta», sbranano subito anche questa – e io capisco che è poi lo gnocco fritto, nonostante il confine con Reggio Emilia sia solo a dieci chilometri.

Piazza Vittoria a Brescia

Il rito del Pirlo al bar Elda a Brescia

Il Capitolium a Brescia

Partiamo per la Lombardia all’alba, dopo aver bevuto tisane dell’orto, e scappiamo dal bosco. Arriviamo a Brescia dall’A4, e l’intento finale di questo viaggio è dimostrare che Brescia è meglio di Roma. Ecco dunque l’alto camino dell’inceneritore più sexy del mondo, 120 metri, colore azzurrino cangiante, 800mila tonnellate di rifiuti bruciati all’anno, trasformati in calore ed elettricità (ciao ciao Malagrotta). E niente gabbiani. Poi arriviamo in centro, ed ecco nella location più bella del fascismo, piazza Vittoria, un grande marmo candido; lì, una coppia al bar si sta lasciando, pare Antonioni, con tutta l’incomunicabilità del bianco lunare del marmo di Botticino, lui le dice: «È che dobbiamo passare più tempo insieme», lei: «Non è questione di tempo ma di», all’ombra del grattacielo più antico d’Italia, terminato nel 1932 su disegno di Marcello Piacentini, la torre Ina, entriamo e al terzo piano c’è una vista stupenda sull’entrata della nuova metropolitana. Si scende giù, non c’è tornello, un ragazzo suona un pianoforte, e al posto dei piccoli rom romani una serie di addetti che consigliano come fare il biglietto, e dagli altoparlanti non rauchi e romaneschi «attenzione ai borseggiatori», ma strofe poetiche, frasi di Alighiero Boetti recitate da Elisabetta Benassi, che fanno parte di una vasta rete di installazioni. È infatti una metropolitana artistica, tipo quella di Napoli. A differenza di quella di Napoli, però, sotto le opere d’arte qui passa pure la metro: cioè sotto scorrono proprio frequenti dei vagoni, molto affollati, e senza conducente, come la Lilla di Milano o la linea C di Roma (ma qui con anni di anticipo). Alla fermata San Faustino, nuovo epicentro hipster di Brescia, opera di Patrick Tuttofuoco, con neon; scendiamo qui, al quartiere del Carmine, un tempo malfamato, un Esquilino bresciano, però con locali e localetti, oggi regno del Pirlo, che sarebbe lo Spritz (a Brescia si chiama così, c’è il Pirlo da uomo, col Campari, e il Pirlo da donna, con l’Aperol, secondo il barman del bar Elda, avamposto pirlesco, per il movimento del liquore nel prosecco, che pirla, scivola insomma).

Il monastero di San Pietro in Lamosa a Provaglio d’Iseo (BS)

Seguendo un nostro percorso interiore enologico, scendendo di gradazione verso la fine del viaggio, andiamo a celebrare la Provincia che muore e quella nuova che rinasce: prendiamo la A4 (sbagliando uscita causa Pirlo) e giungiamo all’area di servizio Sebino Sud, coi percorsi consigliati da Autostrade, e ci buttiamo sulla Franciacorta, ecco la consueta distesa di vigneti santuari palazzetti e corti: superiamo cartelli da palloncino (Ca’ del Bosco-Berlucchi-Bellavista) andiamo a trovare l’avvocato Leonardo Vizza, a capo del progetto Terra della Franciacorta, unico in Italia che, venendo meno formalmente le Province, istituirà una Super Provincia del vino: «Un agglomerato da 150mila abitanti, tra Brescia Bergamo e Milano», dice, che radunerà forze di polizia, piani regolatori, urbanistica, puntando a prendersi tutti i fondi strutturali, e «al consumo di suolo zero» (mai più capannoni, si punta ad abbattere anche gli ecomostri) per valorizzare questa provinciona pazzesca che aspetta solo di essere sottoposta a storytelling per la sua terza e ultima trasformazione in cent’anni: fino ai Sessanta, manodopera per piastrellisti e muratori e magutt verso Bergamo e Milano; poi, il lento boom della bollicina; oggi, una salentizzazione che tanti sperano, per mettere insieme castelli e vigneti e panorami, una brandizzazione che funzioni anche dopo Christo (è chiaro che serve una Franciacorta Film Commission). Tra casali in restauro e cantine dai nomi araldico-fantozziani (Barone Pizzini, Barzanò Barboglio), Vizza è riuscito a mettere d’accordo 18 Comuni tutti di estrazione politica diversa, forse perché calabrese, e la scorza calabrese ha avuto la meglio su quella bresciana. Ma adesso è ora di tornare a Milano: lasciamo la vista del lago d’Iseo orfano dei moletti di Christo, si passa dal superbo monastero di San Pietro in Lamosa, con vista molto leonardesca sulle Torbiere (dove si faceva la torba), e il sindaco di Provaglio d’Iseo, Marco Simonini, orgoglioso-ironico: «E voi che cosa avete a Roma, Monte Mario?».

 

Le foto di questo servizio sono state scattate con iPhone 6S.
Si ringraziano: Airbnb, Apple, Autostrade per l’Italia, Peugeot.

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