Una delle cento vite di Nemesio. Pubblichiamo un estratto in anteprima dal nuovo romanzo di una delle firme di IL, in uscita per e/o

Al caffè dove aveva appuntamento trovò il direttore dell’Accademia di Brera già seduto con aria vagamente irritata.
«La puntualità non è il vostro forte…» gli fece. «Posso sapere che cosa vi ha trattenuto?».
«Mio figlio…» si scusò Nemesio. «Sapete come sono gli artisti: temperamenti capricciosi».
Il direttore ridacchiò e annuì soddisfatto, si asciugò la fronte con un fazzoletto e sorseggiò il bicchiere di gazzosa che aveva sul tavolo.
«Desiderate ordinare qualcosa?» chiese un cameriere a Nemesio.
«Una limonata, per favore».
«È una giornata littoria di maestoso sole incandescente» commentò il direttore.
«Già» rispose Nemesio. «Fa caldo».
La limonata fu servita su un piattino e Nemesio buttò giù un lungo sorso per placare la sete di buonsenso. La galleria era un andirivieni di persone: gli assi incrociati di quel mirino urbano che rischiava di diventare Milano con l’approssimarsi della guerra.
«Insomma…» venne al punto Nemesio. «Volevate parlarmi di qualcosa…».
«Certo» rispose il direttore. «Innanzitutto ci tengo a precisare che seguo il vostro lavoro da tempo».
«Vi ringrazio».
«So che avete lavorato nell’ariana patria incorrotta e pura».
«Prego?».
«In Germania».
«Oh, sì».
«Anni di depravazione e di arte degenerata, dev’essere stata dura».
Nemesio pensò all’attimo in cui quelle due gemelle polacche, dotate di capezzoli beffardi verso la stessa forza di gravità che aveva attratto ogni loro indumento a terra, si erano avvicinate al letto di ottone dove lui le attendeva e rispose: «Molto».
«Immagino sia stato quello a farvi andare via di lì».
Nemesio annuì, soprattutto per scacciare l’immagine delle gemelle. «Già».
«Posso chiedervi per quale motivo avete scelto la Francia?».
«Ho sbagliato treno».
Il direttore rise. «Voi artisti, tutti uguali! Ma Parigi è pur sempre una meravigliosa città. Inoltre avete anticipato i passi del nostro glorioso Führer».
«Già» mormorò Nemesio. «L’altro giorno sono andato al cinematografo e devo dire che la visione di un suo comizio mi ha rapito».
«Ipnotico, non trovate?».
«Eccome. E quel modo di battere i piedi…».
«I tacchi!».
«Esilarante!» rise Nemesio.
«In che senso?» si rabbuiò il direttore.
«Nel senso che… euforizza».
«Nel senso che ci induce a pensare all’imminente sconfitta del complotto plutogiudaicomassonico?».
«Ovviamente» lo rabbonì Nemesio. «Nel senso che ci induce a pensare».
«Nel senso che riempie il cuore di rabbia profonda e gagliardo ardimento?».
«Esatto! Nel senso che riempie il cuore di rabbia».
Il direttore buttò giù un altro sorso di gazzosa. «Siete uno dei pochi artisti che non è andato in esilio per antifascismo, ma per istruirsi».
Nemesio non smentì ma non confermò nemmeno.
«Non a caso siete tornato. Però so che fino a qualche anno fa aderivate a un gruppuscolo di movimentisti in odore di sovversione…».
«Alludete al Mmm?».
«Mmm».
«Mmm».
«Devo ammettere che a studiare i rapporti sulle vostre riunioni emerge più un’ispirazione nichilista che una vera e propria idea politica, sicuramente dettata dagli studi del compianto professor Tanfi, uomo fedele al regime… Che brutto epilogo, tuttavia. Togliersi la vita non è da veri uomini».
«I… rapporti sulle nostre riunioni?».
«Non sapevate?» disse il direttore. «Avevamo un informatore».
Nemesio rimase esterrefatto. Sapeva che a certi ritrovi era possibile trovarsi gomito a gomito con una spia e non a caso era tutto un intendersi per parole d’ordine, messaggi in codice, strizzate d’occhio. Grattini, a volte.
Ma un informatore così addentro?
L’uomo gli allungò un fascicolo. Nemesio lo aprì e trovò il rapporto n. 32566445/Xy, compilato dall’agente n. 99999999,75 dell’Ovra. L’oggetto diceva: “Rapporto intorno a una serata di ritrovo del Movimento Movimento Movimento riguardo al contenuto della Rivista Rivista Rivista, addì 12 marzo 1936”.

Recitava:

Debita premessa al rapporto n. 32566445, successivo al rapporto n. 32566444 e antecedente al rapporto n. 32566446, opera del vostro agente n. 99999999,75 in fattivo e operoso servizio per la gloriosa organizzazione fascista dell’Ovra, debita premessa dicevo è che per i considerevoli quantitativi di alcol ingeriti nel corso della serata l’agente non ha potuto essere presente a se stesso fino all’ultimo con la lucidità necessaria.

 

La serata si è avviata in modo sospetto. L’appuntamento era a casa del già menzionato Nemesio Viti, cfr. rapporto n. 1-32566444, e avveniva in seguito a una libagione all’Osteria Da me, cfr. rapporto n. 3-32566444, insieme al già menzionato Antonio Buttor, il quale la sera prima nel fissare l’appuntamento proferiva all’incirca le testuali parole: “Beviamoci una cosa io e te, Secco. Poi abbiamo quei mugugni di Tanfi da reggere e le frigne del figliastro di Nemesio. Inoltre volevo parlarti di una cosa”.

 

Nell’incontrarsi con il sospetto Antonio Buttor, costui si dimostrava fin dall’inizio estremamente affettuoso, poi tendeva a versare con eccessiva generosità il vino nel bicchiere dell’agente n. 99999999,75. Quindi diverse volte sosteneva di volere bisbigliare qualcosa all’orecchio e sfiorava i lobi dell’agente n. 99999999,75 con le labbra bagnate, mormorando parole di invito a fargli quelli che il sospetto Buttor chiamava “grattini”. L’agente n. 99999999,75 di conseguenza si indispettiva e prendeva le distanze. V’è motivo di credere che, pur nella virulenza viriloide della sua pittura, il sospetto Antonio Buttor, di professione pittore nullafacente, covi tendenze invertite, ergo antifasciste.

 

Bloccato l’assalto all’agente n. 99999999,75, l’agente n. 99999999,75 e il sospetto Antonio Buttor si recavano nell’abitazione del sospetto Nemesio Viti, di professione pittore nullafacente, dove trovavano il professor Sebastiano Tanfi, di professione filosofo nullafacente, e la moglie del Viti, Lotte, di professione scultrice nullafacente, sebbene di origine nobilmente teutonica. In una culla giaceva anche il figliolo, di nome Ornato e di professione bambino nullafacente.

 

L’agente n. 99999999,75 deve anche in codesta occasione premettere di non essere riuscito a decifrare, come in altre occasioni, e non per negligenza antifascista, il parlottio del professore, il quale si esprime con un balbettio stentato, tutto il contrario dell’eloquenza del nostro Duce. Anche la summenzionata Lotte usa esprimersi con locuzioni poco convenzionali come “vuoi un tazzo di cafè” o “moglio” al posto di “marito”, ma solo quando è agitata.

 

Tutta questa tendenza a un linguaggio estroso deve per forza avere un carattere antipopolare e insieme antipatico e quindi antifascista. Inoltre il summenzionato bambino frigna in una lingua che alle orecchie esperte dell’agente n. 99999999,75 suona tanto come russo. A conferma della sua origine sovversiva, il bambino principia a divorarsi se medesimo com’è uso dei comunisti nei confronti degli infanti, a partire dall’accanimento verso il suo pollice destro.

 

Il contenuto della discussione ruotava intorno alla differenza tra angoscia e disperazione nell’opera del filosofo danese Søren Kierkegaard. Da quel momento in poi la situazione è degenerata, in ogni senso. Il professor Tanfi è diventato un borbottio incontrollato, come una caffettiera sigillata. Il bambino filomoscovita ha cominciato a strepitare. Antonio Buttor cercava disperatamente di mettere in pratica quelli che il vostro agente n. 99999999,75 ha chiamato i “grattini” con il summenzionato professore, il quale tremava per lo sdegno.

 

Alcuni di loro davano segno di risolvere taluni sfinimenti dell’anima abusando delle sostanze alcoliche che il padrone di casa elargiva con grande generosità, in una pantomima decadente, laddove la moglie fulminava i commensali con lo sguardo mentre il marito colmava i bicchieri svuotati d’un lampo. Simile comportamento lascivo è senz’altro segno di immoralità, se non di perversione.

 

Dal momento dei “grattini” in poi il vostro agente n. 99999999,75 ha trovato un’estrema difficoltà a concentrarsi, ma può confermare la natura blandamente sovversiva delle riunioni, la componente degenerata non solo dei “grattini” ma di tutti i partecipanti, essendo il figlio di natura illegittima e bolscevica, la moglie promiscua nonché divorziata da un valente soldato delle SS (com’è emerso), il professore una figura la cui depressione si contrappone nella sua essenza alla forza dirompente del fascismo.
Inoltre…

 

E via per altre sei pagine, ma Nemesio aveva già perso il filo.
«Prolisso, bisogna ammetterlo» disse il direttore. «Opera di Luciano Tristolfi. Detto anche…».
«…il Secco» concluse Nemesio, allibito non tanto per il tradimento quanto dal fatto che la laconicità del Secco nascondesse una simile logorrea.
«Proprio lui. Non vi preoccupate: non l’abbiamo quasi preso in considerazione, con tutti i pensieri che avevamo. Inoltre il personaggio era squilibrato, quindi non era l’ideale come informatore. Sapevamo che voialtri andavate dietro a un’arte potente, ma apolitica. E scambiare i borbottii di un bambino per la lingua di Dostoevskij, oh be’…».
Rise.
Pur senza averlo mai intuito, Nemesio si accorse di averlo saputo da sempre. Povero Luciano Tristolfi, povero Secco: esiste un uomo più disperato di una spia?
«Come vi dicevo: ho seguito i vostri primi tentativi di simbolismo e li ho trovati eccellenti, sebbene vi riscontrassi qualche incertezza. Quel quadro con il nudo sotto un cielo procelloso…».
«Sì».
«Si intitola Nero di nubi, se non ricordo male».
«Ricordate bene».
«Mi piaceva molto. Avrei modificato solo qualche dettaglio, se posso permettermi…».
«Non sono uno di quegli artisti gelosi del proprio lavoro» lo rassicurò Nemesio. «Refrattari a ogni suggerimento, positivo o negativo che sia. E poi, consentitemi, ma dall’alto del vostro ruolo ogni critica è più che benvenuta».
Detta questa frase, Nemesio prese un tovagliolo e si pulì la bocca a lungo.
«Oh, non badateci» rispose il direttore, leccandosi la punta di medio e indice, per poi lisciarsi un baffo. «Io non sono che un umile coordinatore. Ma tutti noi siamo personaggi che fungono da cavalletto all’importanza dell’arte fascista. Non trovate?».
«All’importanza dell’arte, certo».
«Tornando al vostro quadro, avrei trovato più efficace rendere uniforme la consonanza tra le tenebre del cielo e quelle intorno al nudo».
«È un ottimo suggerimento».
«Avrei, sempre col vostro permesso, avvinto il nudo al cielo in un unico tratto di tenebra».
«…».
«Un buio uniforme che avrebbe potuto sovrastare cielo e nudo».
«Senza nudo e senza nubi?».
«Senza nudo e senza nubi».
«Un nero uniforme?».
«Un nero uniforme».
«A quel punto bisognava cambiare il titolo del quadro, però. Non trovate?».
«Avreste potuto optare per un più semplice e battagliero Camicia nera. Che ne pensate?».
«Penso che sia una vera sfortuna avere già non solo terminato ma perfino venduto quel piccolo quadro che oggi, grazie ai vostri consigli, mi pare irrimediabilmente incompleto. Se solo avessi capito che in fondo la mia visione tormentata puntava alla semplicità che voi avete intuito vi avrei rimesso mano all’istante. Però l’opera non è più mia e converrete che chiederla indietro non sarebbe elegante».
«Ma certo, ma certo…».
«Però non mi avrete convocato per questo motivo…».
«Oh no» commentò il direttore, sovrappensiero.
Cra!
Aveva cominciato a guardarsi intorno, come se cercasse qualcuno. La galleria era un viavai animato, ma non al punto da distrarlo con tanta frequenza, inoltre spesso alzava lo sguardo verso gli angoli distanti dove culminava la volta. Ma che gli prendeva? Che avesse piazzato qualche spia alle finestre dei piani soprastanti? Che fosse tutto un tranello: non poteva essere una trappola per saggiare la fedeltà di Nemesio al regime? Lo volevano forse arrestare?
Il direttore dell’Accademia continuava a dondolare il capo di qua e di là, come se da un momento all’altro potesse spuntare una qualche novità.
«Aspettate qualcuno?» si decise a chiedere Nemesio.
«A dire il vero…» abbozzò il direttore con un sorriso. «Aspetto una piccola sorpresa…».
Brividi.
Infatti proprio in quel momento il gracchio spaventoso di un corvo squarciò la galleria assolata e Nemesio si coprì addirittura la testa, nel timore che chissà quale creatura, imboccata la volta, planasse a ghermirlo.
Cra! Cra!
Non diversamente dalle cariatidi che decoravano la galleria, tutti si fermarono. Il verso cessò e si tramutò in un ronzio diffuso.
Cra! Cra!
I passanti ruotarono su se stessi con il naso all’insù e Nemesio si voltò verso il suo interlocutore che sorrise sotto i baffi.
Cra! Cra!
In quel momento arrivò la sorpresa. Dai quattro angoli della galleria il verso planò inaspettato.
«Cra! Cra! Crari combattenti di terra, di mare e dell’aria! Camicie nere della rivoluzione e delle legioni! Uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del regno d’Albania! Ascoltate!».
Non era un corvo, ma peggio: gli altoparlanti che si accendevano per diffondere i versi di una bestia più temibile. I passanti che ormai gremivano la galleria si fermarono come ipnotizzati. La voce disincarnata di Benito Mussolini vorticava nell’etere come un uccellaccio del malaugurio.
«Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria».
Nemesio non riuscì a non associare al verbo “battere” la malinconica iniziazione di Vicenza e il fumo che aveva invaso
le strade davanti all’Accademia delle Belle Parti. Era l’ora delle decisioni irrevocabili e, deambulando per l’aere della nazione, ci si vendeva al peggior offerente.
«La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia…».
Tutta la galleria eruppe in un grido festoso.
«L’Italia, proletaria e fascista, è per la terza volta in piedi, forte, fiera e compatta come non mai. La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola e accende i cuori dalle Alpi all’Oceano Indiano: vincere…».
Ci fu un momento di esitazione collettiva: il popolo proteso
verso l’ora mignotta delle decisioni irrevocabili. Nemesio, soffocato dai truci spolmonamenti e dal grido di orgasmo collettivo, mormorò: «E perderemo».
Nessuno lo sentì.
«…e vinceremo per dare finalmente un lungo periodo di pace con giustizia all’Italia, all’Europa, al mondo».
Il direttore dell’Accademia di Brera scattò in piedi a sventolare il fazzoletto nel tripudio generale.
Quindi si girò verso Nemesio: «Che ve ne pare?».
Nemesio sventolò il fazzoletto bianco per ventilarsi.
«La guerra! La guerra!» gridavano tutti, trasfigurati dalle parole diffuse nel viriloide aere italico. La folla in galleria venne come risucchiata verso la piazza antistante il Duomo, dove si riversò brandendo striscioni e bandiere.
Il direttore si accomodò nuovamente e sorseggiò le ultime gocce di gazzosa.
«Avete visto che sorpresa vi ho fatto?».
«C’era dunque un convitato di pietra» commentò Nemesio.
«Di granito!» ribadì il direttore. «Siete un uomo spiritoso, caro mio. E ammiro il vostro autocontrollo davanti ad annunci così decisivi per il futuro non solo del fascismo ma dell’umanità intera. Questo comunque era solo un condimento alla pietanza più prelibata, con tutto il rispetto per il nostro amatissimo Duce… Il motivo per cui vi ho convocato qui è un altro».
Dopo la sorpresa Nemesio non sapeva cosa aspettarsi.
Sarebbe apparso Francisco Franco a servire un camparino? O da un momento all’altro dalla sputacchiera sarebbe emerso Adolf Hitler in persona?
«Vi ho già detto che sono un ammiratore del vostro talento e del vostro equilibrio. L’ultima serie con quei manufatti leggiadri è molto apprezzabile, siete laureato in una materia solida come l’ingegneria, non siete in odore di sovversivismo e…».
Forse galvanizzato dalle pause che punteggiavano il discorso del Duce, il direttore ebbe un’esitazione. In questo caso l’unico risultato fu lo sguardo incuriosito di Nemesio, il quale mormorò: «E…?».
«E vorremmo proporvi…». Lasciò la frase in sospeso, come se ci fosse un immaginario rullo di tamburi, «…una cattedra all’Accademia di Brera!».
La piazza ammutolì e l’Italia proletaria und fascista fissò il fatidico balcone valutando il prestigio della carica. E l’opportunità di uno stipendio fisso.
«Naturalmente dovrete iscrivervi al Fascio» continuò il direttore. «Vi conosco voi artisti, avete sempre quel vostro leggero bisogno di anarchia. Siete spiriti liberi e io questo lo capisco. Ma è solo un’iscrizione, un tesserino. In buona sostanza, una carta d’identità. Dopotutto l’Italia è fascia, il suolo che calpestiamo è fascio e l’aria per la quale sono appena passate queste parole infiammanti è fascia anch’essa. Tutto è fascio».
Detto questo, la mano del Direttore accarezzò con un gesto lo spazio circostante che solo un attimo prima vibrava di eccitazione e planò su una fascia gazzosa.
«Allora, che ne dite?».
Nemesio venne preso da una sensazione di leggerezza, di lontananza dal mondo, di euforia irragionevole. Le opere nate dall’estro di Ornato gli avevano dato l’indipendenza economica che ora gli avrebbe permesso di compiere un gesto.
Un gesto, sì. Le parole non sarebbero bastate.
Lasciò qualche spiccio per pagare la limonata, calzò il cappello in testa, si alzò e s’incamminò nella sera.
Grazie, figliolo.
«Ma…» balbettò il direttore. «Dove andate?».
La corrente fascia e inesorabile dei cittadini fasci e guerrafondai lo trascinò verso il sagrato del Duomo, dove un grido si levava al cielo. Dopo un po’, Nemesio smise di lottare e si lasciò accompagnare – quasi sollevare di peso, come un re portato in trionfo o un pezzente appena arrestato – fino al centro della calca. Quel grido unanime e selvaggio era soffocante. Troppe bandiere, troppa patria, troppa guerra. Per trovare un po’ di quiete decise di riparare tra le mura del Duomo.
Ci volevano i fascisti, pensò, per farmi entrare in una chiesa.

Per gentile concessione delle Edizioni e/o

Marco Rossari

Le cento vite di Nemesio

e/o 2016
500 pagine, 18 euro
In libreria dal 15 settembre
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