Diario sentimentale di un’estate seguendo il tour di Springsteen: le solite quattro ore di adrenalina a sera, come sempre, ma anche la consapevolezza del tempo che passa e una promessa urlata al cielo

Ho passato l’estate a pormi qualche domanda su Bruce Springsteen, e a provare a fargliene una – esiziale – direttamente. Alla fine ho avuto tutte le risposte. Confesso subito che per me Springsteen è come la bombola d’ossigeno per un sub: non ne posso fare a meno da quando a quattordici anni lo vidi ballare, con la grazia di un orango, con una giovanissima Courtney Cox nel video di Dancing in The Dark. Era il 1984, l’apogeo della brucemania. Adesso è il 2016 e – chi l’avrebbe detto – è ancora il suo anno. Mezzo secolo dopo il suo balbettante ingresso nel mondo discografico (due canzoni incise a nome The Castiles in un centro commerciale di Bricktown, NJ), Springsteen ha appena concluso il suo tour mondiale, staccando biglietti per oltre duecentocinquanta milioni di dollari d’incasso. E ora pubblica Born to Run, la sua autobiografia, accompagnata da un disco antologico in cui compaiono per la prima volta quelle due antiche canzoncine dei Castiles: Baby I (un ingenuo tentativo di scimmiottare lo stile degli Animals) e That’s What You Got, dove c’è un verso – «Vivo una vita di menzogne» – che introduce un tema costante, sebbene sottotraccia, in tutta l’opera del Nostro: sì, perché anche Bruce Springsteen, il rocker più genuino dei due mondi, l’epitome stesso dell’integrità artistica e morale, di tanto in tanto (benvenuto tra noi!) viene assalito dal dubbio di essere solo un bluff.

A ventitré anni, in Growin’ Up si ritraeva davanti a uno specchio «tutto preso dalla [sua] mascherata»; a trentotto temeva di essere un «brillante travestimento»; ora scrive di venire «da una piccola città di riviera dove quasi ogni cosa ha una leggera sfumatura fraudolenta» e di avere da subito arricchito «le fila di coloro che mentono al servizio della verità: gli artisti con la “a” minuscola».

Springsteen – il Gary Cooper del rock – rischia da sempre di essere scambiato per il suo monumento: un profilo da Monte Rushmore affetto da prognatismo e da un’incrollabile fede nel proprio talento. È l’incrocio perfetto tra Elvis e Dylan venuto dal New Jersey (l’ascella d’America) per risparmiare agli anni Settanta ulteriori arabeschi progressive, l’ammiratissimo culo a stelle e strisce fasciato nei jeans sulla copertina di Born in the U.S.A., il menestrello che scende la scalinata del Lincoln Memorial per incoronare Obama, l’eroe senza macchia e senza paura dell’half time show del SuperBowl, l’equivalente musicale delle ali di pollo fritte e del motto E pluribus unum inciso sullo stemma nazionale. Una granitica, inscalfibile certezza americana. Ma dietro questa maschera c’è molto di più, e di più controverso. Niente di clamoroso, per carità! Ma le migliaia di persone che si accalcano sotto il palco per cantare in coro Badlands stenterebbero a riconoscerlo nel maturo signore che, una volta smessi i panni del supereroe, si fa i suoi cinquanta minuti dallo psicanalista, disegna personalmente buffi cartoncini di auguri di Natale, si diverte a rivedere i vecchi film di Jerry Lewis, tiene sul comodino gli Essais di Montaigne e qualche romanzo russo, e ha la fissa delle missioni spaziali Apollo. Ultimamente, poi, è assalito da certi fantasmi che non lo lasciano tranquillo. Questo 2016 così intenso per lui, così speciale, così sotto i riflettori, non si spiega fino in fondo se non si scava dentro i due sentimenti che sembrano più attanagliarlo, all’alba dei suoi sessantasette anni: i soliti, incessanti dubbi su stesso e una sempre più pressante angoscia – la paura di essere giunto ai titoli di coda. D’altronde, è  stato lui stesso a spiegarlo: «la musica rock, al culmine della sua vitalità, non è altro che una lotta contro quell’altra cosa… la morte».

Ci aveva provato, qualche anno fa, a tirare fuori un disco, Working On A Dream, che avrebbe potuto tranquillamente intitolarsi Senilità; con canzoni in cui descriveva che cosa si prova ad andare «incontro ai crepitanti giorni d’autunno», quelli in cui «il letto su cui giaci si trasforma in chiodi arrugginiti / e l’amore che hai dato in cenere e polvere»… Ma il suo pubblico glielo ha tirato dietro. E Bruce ha capito la lezione. Il disco successivo, Wrecking Ball, è uno dei più duri e politicamente espliciti della sua carriera: «Nel rock ‘n’ roll non sbagli mai, se t’incazzi» dice lui col sorrisetto di chi la sa lunga. Ma questa cosa del tempo che passa – e che prima o poi finisce – continua a tormentarlo. E neanche la musica, la Grande Esorcista, riesce più a combattere un demone tanto potente. Se quest’anno eravate tra quel paio di milioni che sono andati a vederlo dal vivo, e l’avete guardato bene, dritto negli occhi, non potete non averlo notato: Bruce Springsteen, il Cavaliere del Rock che imbraccia la sua Esquire come una spada e che per quattro ore vi fa credere che tutto abbia un senso e che la vita è dura ma è meravigliosa… il Boss, insomma, è in preda a una vaga disperazione.

Sono le cinque di pomeriggio del 3 luglio 2016. Un minivan nero dribbla i baracchini dei porchettari e le bancarelle che vendono le magliette del River Tour davanti allo Stadio Meazza. Qualcuno intuisce chi possa esserci oltre i vetri oscurati, ma è troppo tardi: un pesante cancello si richiude e gli stivali di Bruce Springsteen toccano l’incandescente asfalto milanese nel parcheggio sotto la prima torre d’angolo. «Bentornato nel tempio» gli dico. E lui, ridendo, mi benedice, come fa un prete con un suo parrocchiano.

Si capisce che non vede l’ora di suonare a San Siro, che dal 1985 (i tempi del tour di Born in the U.S.A.) considera un po’ come casa sua. Fosse per me, di questo stadio gli darei le chiavi… Tanto, di chiavi ne ha già tante e di un sacco di posti: «C’è sempre qualcuno che mi viene a trovare nel backstage e mi dice: “Ecco le chiavi della città, amico!”, e io: “Grazie, signore, grazie”. Ho sempre pensato che volesse dire che se per caso mi capitava di mandare tutto a puttane, potevo comunque tornare in quella città, perché avevo le chiavi».

Ciclicamente – un po’ sul serio, un po’ per gioco – c’è qualcuno che vorrebbe consegnargli anche le chiavi di quella casa tutta bianca al 1600 di Pennsylvania Avenue. «Se partecipasse alle presidenziali, le vincerebbe senz’altro» ha scritto qualche settimana fa l’Huffington Post. Senza dubbio, Springsteen sa come lavorarsi il pubblico: stringe dozzine di mani e tira su di tutto, dai cartelli con le richieste ai bambini che vogliono cantare con lui il ritornello di  Waitin’ On a Sunny Day; e a Chicago non ha battuto ciglio quando qualcuno gli ha passato una copia della Costituzione. È fortissimo in politica estera, peraltro: in Europa ha ormai un seguito più accanito di quello di casa sua; sicuramente più numeroso di quello che può vantare Donald Trump, di cui ha più o meno gli stessi anni, pur essendo molto più in forma. Talmente in forma che alcuni suoi sedicenti «fan di mezza età» si sono sentiti in dovere di scrivergli una lettera aperta: «La tua musica è stata la colonna sonora della nostra vita» si legge nell’appello, «sei il nostro punto di riferimento e il nostro eroe, e di questo ti ringraziamo. Ciò detto, cosa diavolo credi di fare?», domandano gli sfiniti estensori dell’epistola riferendosi all’abitudine del Nostro di prolungare all’infinito i suoi concerti. È sempre stato un performer infaticabile; ma adesso, a 67 anni, non scende dal palco prima che siano scoccate le tre ore e cinquanta minuti, come minimo… «Ti preghiamo, pensa a noi, tuoi devoti, cinquantenni ammiratori; pensa alla nostra sciatica, alle nostre bolse ginocchia, alle nostre vesciche incontinenti… Non dobbiamo preoccuparcene quando andiamo a vedere i tuoi amici Tom Petty o Bob Seger: fanno il loro bello spettacolo di due ore e ci mandano a ninna alle dieci. Dopotutto», si concludeva l’appello, citando un verso di Thunder Road, «forse non siamo più così giovani. Se lo fossimo, invece che sgolarci in piedi sotto il tuo palco, ce ne staremmo seduti a guardare Justin Bieber dimenarsi in playback per novanta, confortevolissimi minuti».

Ah, ma allora è questo… Qui, dietro l’ironia, malcelato, c’è l’orgoglio di essere ancora in grado di agitare il pugno su Born to Run – sudati, sfiniti, ma ancora vivi – dopo quattro ore che sono come la visita del medico sportivo imposta dal circolo di tennis ai soci over 45. Uhm… qui torna in ballo la storia della morte, della mitologia Rock ‘n’ Roll che, come spiega lo stesso Springsteen, è spesso intrisa di simboli come teschi e ossa incrociate; ma stavolta coinvolge noi, il suo pubblico-tipo: maschi, caucasici (sempre più europoidi), d’età compresa tra i 40 e i 50 anni, con una spiccata propensione al sentimentalismo e all’accumulo di grasso nella zona addominale. Il mio ritratto sputato.

Non sarà mica che l’angoscia che credo di intravedere negli occhi di quest’uomo – la mia personale versione di Babbo Natale – è piuttosto la mia? Mentre lo vedo farsi strada sorridente verso il retropalco di San Siro (nei suoi occhiali si specchia il latteo cielo milanese) ripenso a cosa mi è successo qualche giorno prima, quando sono andato a vederlo in concerto a Göteborg. Su Drive All Night, mentre Bruce cantava ho chiuso gli occhi e ho lasciato scendere le lacrime. Non mi era mai successo: piangere in mezzo a sessantacinquemila persone, che ridicolaggine!  Ma non m’importava: le onde sonore di quella canzone mi guidavano oltre i limiti della mia presupposta coscienza. «I concerti riusciti», ha detto Springsteen una volta, «ti danno la percezione furtiva di un mondo perfetto. È il ruolo della cultura, quello di offrire alla gente il desiderio di trascendere i limiti che gli sono propri». Ci ha pensato un poliziotto svedese con in testa un buffo cappellino e un minuscolo manganello a risvegliarmi dall’incantamento, intimandomi di sedermi perché stavo impallando qualcuno; senza pensarci, l’ho mandato a quel paese e per qualche minuto ho dovuto trattare sulla mia libertà: pare che per molto meno, da quelle parti, si finisca ad ammirare l’aurora boreale da dietro le sbarre.

 

 

 

Che cos’è stato che mi ha ridotto singhiozzante come una teenager a uno show degli One Direction? È una domanda alla quale non faccio in tempo a rispondere, perché l’oggetto dei miei studi si è messo un’acustica a tracolla e già si affaccia su uno Stadio Meazza dove, a tre ore dall’inizio del concerto, ci sono solo i fan che si sono accampati qui fuori per due giorni e due notti, garantendosi il diritto a stare nel pit (ovvero, la zona del parterre più vicina al palco; l’equivalente rock del Nono Cielo, il Primo mobile dantesco), e solo per loro intona – senti senti… – proprio Growin’ Up: «In piedi, fermo come un sasso a mezzanotte, / tutto preso dalla mia mascherata…». Poi dice: «Ci vediamo tra un po’», saluta e se ne va. Se ne va proprio: risale sul minivan e si dilegua, di nuovo diretto a Cernobbio, nel suo lussuosissimo albergo sul lago di Como, dove dopo due giorni di ozio evidentemente non riesce più a stare senza rompersi lussuosamente le palle. Perché si è fatto mezz’ora di macchina all’andata e un’altra mezz’ora al ritorno per salire cinque minuti su un palco dove tra tre ore ci starà per quattro? Un gesto di riconoscenza verso il suo pubblico più fedele? Forse. Ma c’è qualcosa di più privato, una sorta d’inquietudine. Questo posto, così speciale per lui… be’, potrebbe essere l’ultima volta che ci suona.

Perché, sì, il sottotesto di questo The River Tour 2016 è: potrebbe essere l’ultimo. Chiariamo: nessuno crede che Springsteen si ritiri: «Che cosa dovrei fare, giardinaggio?» dice. «Prendi Tony Bennett. Ha novant’anni e continua a cantare. E canta ancora alla grande. Tutto sta nell’avere un po’ di fortuna, e poi devi avere qualcosa che muori dalla voglia di cantare». Ma un conto è snocciolare pigramente Fly Me To The Moon appoggiato a un pianoforte in un teatro di Las Vegas; un altro è sbattersi per quattro ore, con la chitarra a tracolla, a San Siro, a Wembley, al Camp Nou, e alla fine proclamare orgogliosamente: «You’ve just seen… the heart-stopping, pants-dropping, earth-shocking, house-rocking, booty-shaking, earth-quaking, love-making, Viagra-taking, history-making – Legendary E – Street – Band!». Quanto potrà durare ancora? Ecco la domanda che – credo, temo – ci stiamo facendo in due: Bruce Springsteen e il sottoscritto, in qualità di suo pingue e attempato ammiratore-tipo.

La prima volta che l’ho incontrato, nei camerini dell’Arena di Colonia, qualche anno fa, gli ho raccontato che nel 1985, a quindici anni, sono scappato di casa, per poterlo vedere a San Siro. «Sai, io abito a Roma… A quei tempi erano sei ore e mezza di treno». Lui s’è messo a ridere, poi mi ha chiesto: «Ne è valsa la pena?».

Eh… eh… Il 21 giugno 1985, a San Siro, alle sette e mezza della sera, quando Springsteen urlò al microfono «one, two…» e si sentì rispondere «one, two, three, four» da un ruggito così potente da coprire le prime note di Born in the U.S.A. sparate da un’amplificazione da duecentomila watt, tutti, finalmente, quella sera (anche io, frastornato quindicenne), ebbero la sensazione esaltante che il rock, con tutto il suo potere liberatorio e catartico, stesse mantenendo la promessa che quel ragazzo col manico della sua Fender Esquire puntato verso il tramonto stava facendo a se stesso e a tutti noi cantando: «È una città piena di perdenti / e io me ne sto andando via da qui per vincere». Che cosa stava succedendo? Come era possibile che le pulsioni di fuga di un provincialotto del New Jersey, con quei panorami così esotici – autostrade su cui s’inseguono Buick e Cadillac, vicoli bui e strade secondarie in cui vanno in scena versioni hard-boiled di West Side Story, fra tramonti in frantumi e neon singhiozzanti – parlassero così bene (e in una lingua ai più sconosciuta) al cuore degli ottantamila di San Siro? E come era possibile che stesse parlando al mio? Eppure funzionava. Eccola là, a pochi metri da noi, la Terra Promessa: un paradiso di romantiche estenuazioni, un on the road attraverso un paesaggio costruito con le scenografie dei film di Elia Kazan e popolato di giovani teppisti che ciondolano fuori dai diners coi capelli unti di Brylcreem e un pacchetto di Lucky Strike infilato sotto la spallina del giubbotto da motociclista; il Sogno Americano in cui, confusi, s’intravedono Elvis e Jimmy Dean, Brando e la sua banda di ragazzacci, Easy Rider e Il mucchio selvaggio, Roy Orbison che canta per i solitari e Robert Mitchum al volante sulla Thunder Road, magari nel bel mezzo di un’estate dorata che sfrigola tra la puntina e un 45 giri dei Beach Boys.

«Ogni bravo scrittore ha qualcosa che lo divora dentro, che non gli dà pace» ha detto Springsteen. «Bisogna far sì che il pubblico s’interessi alle tue ossessioni».

Ecco, ci siamo. Gli altoparlanti diffondono le note di C’era una volta il West di Morricone, e grazie alla fatica di un gruppo di pazzi innamorati del Boss, San Siro diventa un’unica, incredibile coreografia, una gigantesca scritta che proclama: «our love is real». Quando Springsteen entra in scena e la vede, è impossibile non notare la sua commozione. È un attimo. Ma è l’attimo per cui sono qui, stasera, quello per cui mi sono deciso a scrivere questo strampalato Son cœur mis à nu. All’improvviso, tutto assume una prospettiva diversa. Persino Springsteen… eccolo che scende tra la folla, stringe mani, punta il microfono verso dieci, venti, trentamila bocche spalancate e si capisce dal suo sguardo tutta la tristezza di quello che potrebbe essere un lungo addio; quegli occhi piccoli e luccicanti, che i maxischermi rimandano di continuo, sono gli occhi di un uomo che soffre, perché capisce che questa cosa – l’unica ragione della sua vita – non potrà durare ancora a lungo. Guardate come succhia avidamente la vita dei ragazzi nelle prime file, come si sente vivo! I bicipiti rotondi e lucidi di sudore, malgrado tutta la palestra di questo mondo, sono quelli di un uomo invecchiato, seppure in gran forma. Mio amato vampiro! Ehi, Boss, tu lo sai ancora più di quanto lo sappiamo noi che la vita dovrebbe essere un concerto di Bruce Springsteen & The E Street Band tutte le notti.

La serata vive i suoi momenti più esaltanti (Independence Day, Point Blank, una Trapped più furiosa di quella che Springsteen fece qui trentuno anni fa, Because the Night, Badlands…). Il primo bis è Jungleland, il suo American Graffiti con le gang che si danno appuntamento sotto la grande insegna della Esso e «una ragazza scalza, sul cofano di una Dodge», che «beve birra calda sotto la soffice pioggia estiva». Parte l’assolo di sassofono (chi non lo conosce?), poi arriva la strofa che è la Dichiarazione d’Indipendenza del rock ‘n’ roll: «i poeti, quaggiù, non scrivono niente su queste cose: / stanno alla larga e fanno finta di niente / e nel cuore della notte arriva il loro momento / e così cercano di fare un’onesta figura. / Ma finiscono feriti – nemmeno morti – / stanotte, nella giungla d’asfalto». E quando Bruce si lancia in un liberatorio ruggito finale, io, confuso tra la folla col pugno alzato verso un meraviglioso cielo blu di Prussia bordato dall’alone dei mille soli dello stadio, ecco, di colpo… io ho una furtiva idea di cosa sia la Bellezza. Ogni volta, quest’uomo mi frega. Quando sale sul palco, in quel preciso momento, in nessun altro posto della Terra va in scena qualcosa di altrettanto significativo. Sei al centro del mondo.

«Come faccio?» dice. «Be’, Dna, talento naturale, mestiere, un determinato senso estetico, brutale desiderio di… che cosa? fama? amore? ammirazione? attenzione? donne? sesso? E poi – già, certo – i soldi…», scrive nella sua autobiografia. «è il kit di sopravvivenza rock ‘n’ roll. Tutte cose da tenere a portata di mano quando ti ritrovi faccia a faccia con ottantamila (o ottanta) fan urlanti che non aspettano altro che vederti fare il tuo trucco di magia; tirare fuori qualcosa dal cilindro, fuori dal nulla».

Di nuovo emerge questa storia della finzione, dell’inganno. «Che mondo curioso, mamma, quello in cui i desideri di un ragazzino si realizzano» cantava in The Wish, una canzone dedicata a sua madre. Ogni tanto, sembra che Springsteen senta di non meritarsi la fortuna che ha avuto; pare vivere nell’attesa che arrivi qualcuno e gli dica: Bruce, guarda, è stato tutto un grosso equivoco… Forse crede che per questo sia una giusta punizione l’angoscia che sta provando adesso – adesso che il concerto è finito, ma lui rientra da solo, perché proprio non riesce ad abbandonare questo posto, e alla chitarra attacca Thunder Road. Che è una canzone scritta da un ragazzo di provincia di ventiquattro anni; un invito alla sua Mary a scappare con lui in cerca della Terra Promessa. Guardate quest’uomo, quarant’anni dopo. Guardate nell’espressione del suo viso la consapevolezza del tempo che è passato, la malinconia: si vede che cantare questa canzone lo emoziona ancora, a sessantasette anni. E per ragioni tutte diverse. Le ragioni che – almeno ai miei occhi – ne fanno il più grande.

Il suo uovo di Colombo è stato proprio non aver mai voluto fermare l’orologio. Se Mick Jagger continua a cantare (I Can’t Get No) Satisfaction sculettando come un ventenne per una platea gerontocomiale, Springsteen ha scritto canzoni sul diventare adulti, poi mariti e padri, e infine vecchi. «Quando i miei figli avranno dei figli», ha dichiarato una volta, «mi piacerebbe scrivere una canzone sulle gioie di essere nonno. Chi l’ha detto che il rock non può raccontare una storia simile?». Mentre tutta l’opera dei Rolling Stones (una band immensa, per carità) alla fin fine non trasmette che un unico, inequivocabile messaggio: ovvero, quanto è fico essere i Rolling Stones, il canzoniere di Bruce Springsteen è il racconto del viaggio di un uomo nel suo tempo. Fino alla fine. «Assieme ai miei amici, a casa mia, nel Jersey Shore» racconta, «continuo a tuffarmi nelle gelide acque dell’Atlantico, così come facevo da bambino, ma mi accorgo che ogni anno che passa gli amici che mi nuotano accanto sono sempre di meno. E poi, quando dalla spiaggia guardo verso la battigia, vedo i miei figli andare incontro alle onde assieme a un nugolo di nuovi ragazzi, così come si va incontro al tempo. Ecco che cos’è il New Jersey per me: è il cimitero del mio tempo su questa terra: la mia memoria, la mia musica, le mie amicizie, la mia vita… è tutto sepolto qui, in un’urna, da qualche parte sotto la sabbia del Jersey Shore».

Due giorni dopo, il 5 luglio, San Siro è di nuovo pieno per il bis. Non credo di avere mai visto un altro performer ottenere un silenzio così assoluto, perfetto, da sessantamila persone; lui ci riesce mentre sussurra una strofa intera di Backstreets (una canzone che qualcuno ha definito l’equivalente rock dell’Iliade). Come ha dichiarato una volta Billy Joel, «se mi chiedessero di trasformarmi in un eroe del R’n’R andrei da un chirurgo con la foto di Bruce Springsteen». Qualcuno vorrebbe che a lui assomigliasse l’identikit del futuro Presidente degli Stati Uniti. Ma, si chiede giustamente l’articolista dell’Huffington Post, «perché mai Springsteen dovrebbe voler diventare Presidente per due mandati quando può essere il Boss per sempre?». È stato lo stesso Barack Obama a sintetizzare perfettamente la situazione: «Io sono il Presidente», ha detto, «ma il Boss è lui».

Una volta – era il 2008 –, Springsteen mi aveva gentilmente invitato a passarlo a trovare prima del suo concerto allo Stadio Comunale di Torino. Quando mi ha aperto, era già tutto vestito a puntino per lo show: sotto la camicia porta sempre una specie di busto, con delle stecche molto rigide che lo aiutano a prevenire dolorosi mal di schiena, ma gli impediscono di sedersi; così siamo rimasti in piedi, in mezzo al camerino, mentre dalle casse di un grosso stereo uscivano le note di Dusty Old Dust di Woody Guthrie. Mi ha spiegato che ascoltare i vecchi dischi di Guthrie lo aiuta a concentrarsi prima di salire sul palco. E siamo così finiti a parlare del padre di tutti i cantautori americani, l’inventore della canzone di protesta, l’uomo che andava in giro con una chitarra con su scritto «Questa macchina ammazza i fascisti». «In tutta la storia del mio Paese», ha detto Bruce, «la figura del cantautore ha sempre svolto un ruolo che, in qualche modo è un po’ quello del canarino nella miniera di cabone. Quando si fa buio, quello è il momento di cantare. E in questo momento è buio».

Eravamo all’epilogo della presidenza di George W. Bush e con l’album Magic Springsteen aveva appena provato a misurare – con canzoni politicamente molto esplicite – «la distanza che separa gli ideali americani dalla realtà americana». Da quando sputtanò pubblicamente Reagan, che aveva provato ad appropriarsi della sua immagine indicandolo come esempio per milioni di giovani americani, Springsteen non ha mai avuto paura di esprimere le sue idee politiche: ha aiutato le campagne elettorali di Kerry e Obama, ha sbeffeggiato l’ex governatore repubblicano del New Jersey, Chris Christie, nonostante il pover’uomo fosse un suo irriducibile fan, e qualche mese fa, a due giorni dal concerto che doveva tenere a Greensboro, ha cancellato la data per protestare contro la nuova legge appena passata in North Carolina che vieta misure antidiscriminatorie nei confronti di gay, lesbiche, bisessuali e transgender nell’utilizzo di bagni pubblici: «Per come la vedo io», ha scritto Bruce sul suo sito, «questo è un tentativo, da parte delle persone che non sopportano i progressi raggiunti nel nostro Paese nel riconoscimento dei diritti di tutti i nostri cittadini, di sovvertire questi diritti».

«Più di chiunque altro, Bruce Springsteen detiene il cuore dell’America» ha detto una volta Bono Vox. Ed è sempre più vero: Philip Roth si è ritirato, Spielberg non riesce più a riportarci al traumatico incanto dell’infanzia perduta, Dylan combatte da quarant’anni una meravigliosa battaglia per demolire il faro alla cui guardia il mondo ha provato a sistemarlo. Springsteen, invece, sembra accettare di buon grado il ruolo di coscienza della Nazione: è un diluvio di dichiarazioni su qualsiasi tema “caldo” sia sul fronte interno che su quello internazionale (da Guantanamo all’Iraq), sforna dischi con la prolificità dei Beatles nel loro decennio dorato («Ne ho già pronti due o tre» mi ha detto qualche tempo fa, «ma non so quando e in che ordine li tirerò fuori») e ha trasformato i concerti del River Tour in una specie di messa laica, in cui si celebrano matrimoni (due fidanzatini si sono presentati in abito da cerimonia e hanno chiesto, sul palco, la sua benedizione) e funerali (ha cantato Rebel Rebel la sera in cui è morto Bowie e Purple Rain per ricordare Prince), un pulpito dal quale dedicare The Ghost of Tom Joad ai lavoratori di una cooperativa sociale di Monterotondo (è successo durante il concerto romano) e My City of Ruins ai terremotati di Amatrice (lo ha fatto in occasione del terzo concerto a East Rutherford, nel New Jersey).

È la maturità ad aver donato a Springsteen un che di oracolare? Non lo so… «È il grande inganno: la saggezza dei vecchi», diceva Hemingay: «Non diventano saggi. Diventano attenti».

Be’, oggi, l’attenzione di Bruce – che sta spiando dal backstage – è tutta rivolta alle rovine sul Palatino, che il tramonto tinge di rosa. Una marea umana si accalca nella vallata che si apre ai piedi dei palazzi imperiali. È il 16 luglio e siamo al Circo Massimo. L’ultima data italiana del tour. Quella più attesa. Per via del posto. «Per noi americani», mi spiega George Travis (a capo dei tour di Bruce dal 1978), «questa è la pista di Ben Hur, un luogo mitico. Pensa che nel 1980, un promoter di nome Franco Mamone mi portò qui e mi disse: “Un giorno Bruce ci suonerà”».

Confesso di aver provato a trovare a Springsteen una location ancora più clamorosa, sebbene più intima: volevo che suonasse dentro il Colosseo con l’orchestra diretta da Morricone. Ero riuscito a far sì che il sindaco Marino gli mandasse un invito ufficiale; e sarebbe stata l’unica cosa buona per cui la sua amministrazione sarebbe stata ricordata… Ma poi Marino si è dimesso e il progetto è stato accantonato.

Peccato. Stasera, però, non importa. Siamo al Circo Massimo, gli archi dell’orchestra di Morricone (la Sinfonietta) ci sono. Ieri è stata fatta un prova generale in uno studio di registrazione in piazza Euclide, per quella che sarà la grossa sorpresa che Springsteen ha in serbo per Roma: aprire il concerto con New York City Serenade – uno dei suoi brani più belli e meno eseguiti dal vivo – con tanto di violini, mentre il sole precipita sulla Città Eterna.

Un colpo basso per i miei dotti lacrimali. Ma – cazzo! – anche per i suoi. E già. Perché quando Bruce esce sul palco e si ritrova Roma ai suoi piedi (sessantamila persone che sventolano dei cuori di cartone), per qualche istante sembra non farcela: troppo grande è l’emozione. E gli occhi gli si annacquano; guarda la scena e io ho la mia risposta. Mi sembra di riuscire a entrare nei suoi pensieri; e i suoi pensieri sono questi: sono passati cinquant’anni da quando ho registrato quell’acetato con i Castiles, e ora guarda dove mi trovo, mio Dio! Quanto tempo è passato, quante cose sono successe: mi hanno messo contemporaneamente sulle copertine di Time e Newsweek, sono stato sullo stesso palco con Chuck Berry e Paul McCartney, ho vinto un Oscar, ho suonato in ogni palestra, bar, teatro, arena e stadio d’America, ho fatto il giro del mondo ottanta volte, ho venduto più di un miliardo di dollari di biglietti, la gente canta le mie canzoni nelle pagode giapponesi e dentro gli igloo dell’Antartico… e tutto questo, tutto questo dovrà finire, prima o poi – anche questo posto, nel cuore millenario della più bella città della Terra, tra poco (ah, ma non così poco: almeno quattro ore!) si svuoterà, forse per sempre. Vi rivedrò più, tu, ragazzina in prima fila, e tu… sì, sì, dico a te, mio seguace-tipo, tu che da settimane mi guardi dritto negli occhi per capire qualcosa che non voglio tu capisca… rivedrò mai più le vostre facce, sudate, commosse, estasiate, sotto il palco?

Io che cosa posso dirti, Bruce? Solo che qui sotto, coi miei amici – i miei compagni di decine di concerti, di viaggi infiniti per venirti a vedere – ce lo diciamo da anni, ormai: oddio, questo è l’ultimo; l’ultimo tour, l’ultimo concerto. Ma poi tu torni. Sei sempre tornato. Forse anche stavolta… Forse andrai avanti per sempre. In fondo, è questa la promessa del rock ‘n’ roll. Quindi, sì, Bruce, giuramelo. Giuriamocelo insieme, stanotte, che non finirà mai.

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