Gli scienziati indagano sul batterio che devasta gli uliveti salentini e la Procura indaga sugli scienziati. Una soluzione per fermare l’epidemia c’è, ma prevalgono dicerie e teorie infondate

L’Audi A4 di Giovanni Melcarne è un ufficio di guerra in movimento. Le cuffie bianche dell’iPhone perennemente nelle orecchie, risponde ai giornalisti, coordina amici e collaboratori, inizia le frasi in italiano e le chiude in dialetto, esorta, avanza letture dei fatti e dei comportamenti («Tie nu l’hai capito allora ca qhiddru sempre così face»), propone strategie, poi con due dita chiude la chiamata e riprende il discorso che stavamo facendo senza perdere il filo. Fuori dai finestrini c’è il suo campo di battaglia: le distese di ulivi dissecati dal batterio Xylella nel Sud-Ovest del Salento. Quella di Melcarne è una guerra per la sopravvivenza insieme personale e collettiva: salvare gli ulivi, la sua azienda e il consorzio di cui è presidente, quello dell’olio Dop Terra d’Otranto, un prodotto che deve essere fatto al 60 per cento di Cellina di Nardò e Ogliarola, le due varietà d’ulivo tipiche del territorio e che a oggi sono anche quelle più pesantemente colpite dal batterio.

Mi accorgo che il contachilometri dell’auto segna 487mila. Non ho mai visto un’auto con mezzo milione di chilometri. Quando glielo faccio notare Melcarne ride: «Li ho fatti quasi tutti negli ultimi anni, da quando è iniziata l’epidemia». Da tre anni Giovanni cerca di convincere il maggior numero possibile di persone che il problema non è serio, è serissimo, e il Salento senza la monocoltura dell’ulivo non solo non avrà quasi più un settore agricolo, ma si trasformerà nel giro di qualche anno in un deserto di terra rossa pieno di lapidi di legno, ben poco attraente anche per i turisti, altro comparto fondamentale per l’economia della zona.

Xylella è un batterio incurabile che s’insedia nel sistema linfatico delle piante ostruendolo fino a farle seccare. Si diffonde tramite un vettore, la cicalina sputacchina. Gli ulivi, una volta infetti, rimangono asintomatici per una fase che dura all’incirca un anno e mezzo, un periodo in cui sembrano in forma smagliante ma in realtà sono già un deposito di inoculo e fanno quindi da base per l’infezione degli alberi vicini, come una sorta di zombie vegetali. Per questo i protocolli internazionali richiedono l’abbattimento degli alberi infetti e di quelli nelle immediate vicinanze. Strategie di eradicazione che comprendano – oltre al controllo del vettore tramite trattamenti e buone pratiche agricole – gli sradicamenti degli alberi sono la norma quando patogeni pericolosi arrivano su un nuovo territorio. In Australia per un fungo del banano sono state sradicate le piante nel raggio di un chilometro da quelle infette, in Canada per il plum pox virus l’area fu di 500 metri. In Francia, dove recentemente è comparsa un’altra sottospecie di Xylella, si stanno seguendo le procedure internazionali, sradicamenti compresi, e non ci sono notizie di proteste. Nel Salento, al contrario, il concetto apparentemente non molto complicato che per salvare gli 11 milioni di alberi della provincia (senza contare quelli nel resto della Puglia e dell’Italia e del bacino mediterraneo) dall’infezione del batterio senza cura ci sarebbe stato bisogno di abbattere quelli malati non è mai passato presso la popolazione, né presso i politici e nemmeno, almeno per i primi due anni della crisi, presso le associazioni di categoria. Così, nel giro di un paio di anni, il Salento è diventato “Zona infetta”, dove non si prova nemmeno più a eradicare il batterio. La notizia fu accolta da molti con gioia, anche se di fatto equivaleva a una lenta ma inesorabile condanna a morte di tutti gli alberi della provincia. Da quando seguo questa storia ho imparato a conoscere il riso amaro di Melcarne quando racconta aneddoti su quello a cui ha assistito, come una riunione di un’associazione di categoria in cui dal pubblico a un certo punto qualcuno si alzò per dire: «Io tengo un libro di cure giapponese di 1.000 pagine, e vuoi che in 1.000 pagine non c’è manco una cura per Xyella?».

Dopo tre anni, la vicenda di Xylella incomincia a essere nota anche al grande pubblico, quello che forse ancora sfugge è però l’ampiezza della minaccia che il batterio rappresenta, una minaccia i cui confini vanno ben oltre il Salento e gli ulivi. Arrivato molto probabilmente su una pianta ornamentale dalla Costa Rica, il batterio si è insediato a Gallipoli ed è stato individuato e riconosciuto dai ricercatori del Cnr di Bari nell’autunno del 2013. In poco tempo ha invaso la provincia di Lecce e raggiunto il brindisino. L’incapacità delle autorità di contenerne la diffusione ha scatenato l’ira dell’Unione europea che ora minaccia sanzioni economiche pesantissime, a carico, si capisce, dei contribuenti italiani. L’Europa ha tutte le ragioni per essere infuriata, l’inerzia nel contenimento da parte delle istituzioni e l’ulteriore diffusione del patogeno da quarantena potrebbe causare misure fitosanitarie di Paesi terzi contro l’Unione, con danni economici semplicemente incalcolabili. La vicenda Xylella, inoltre, viene sempre raccontata come la “malattia degli ulivi” ma solo nel Salento, che è quasi una monocoltura olivicola, ci sono altre ventiquattro specie ospiti del batterio, tra cui il ciliegio e il mandorlo, un elenco destinato ad aumentare con il diffondersi dell’epidemia. Sarebbe quindi più corretto raccontarla come la storia di “Xylella, il batterio che può mettere in ginocchio l’agricoltura europea”. Ecco perché esistono leggi internazionali che impongono tassativamente il contenimento di un batterio che è devastante a prescindere dal suo coinvolgimento nel disseccamento degli ulivi, un ruolo che a ogni buon conto è stato dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio con il completamento dei test di patogenicità. La credenza più diffusa nel Salento è però ancora oggi quella secondo cui gli alberi ben curati o in regime di agricoltura biologica non soffrano la malattia, questo nonostante le evidenze contrarie e le tante dettagliatissime valutazioni degli studi scientifici su Xylella rese pubbliche da Efsa, l’Ente europeo sulla sicurezza alimentare, in cui, tra le altre cose, si può leggere nero su bianco: «Gli interventi che supportano il vigore della pianta, potrebbero ridurre la severità dei sintomi causati da X. Fastidiosa e prolungare la fase asintomatica, ma senza alcuna prova di cura dell’infezione della pianta».

Melcarne parcheggia ai bordi della Masseria del Fano, uno splendido fondo ricco di reperti archeologici, tra cui un sito votivo risalente all’età del bronzo, un luogo che, non a caso, prima di finire nella mani di un imprenditore del Nord appassionato di storia antica è stato per secoli proprietà di famiglie nobiliari. È attraversato da un rarissimo – nel Salento – rivo d’acqua dolce la cui qualità delle acque recentemente testata è risultata incontaminata. Qui non viene usato alcun tipo di fitofarmaco, fra gli alberi talvolta pascolano cavalli e il residuo di materiale organico nel terreno è del 6 per cento, quando per una coltivazione bio in genere si considera sufficiente un 2-3 per cento. «Vedi lì? È tutto infiammato», dice Melcarne indicandomi la dorsale con cui il terreno scende verso il piccolo torrente. Le chiome degli alberi sono grigie. «Questo non è bio, è più che bio e qui la malattia è arrivata prima che nei fondi vicini, che non sono della stessa qualità». Più tardi siamo in un’altra tenuta nei pressi del ristorante Li Sauli, vicino all’epicentro della malattia, anche qui le piante sono condotte con metodi naturali. Nel giro di un anno, la produzione delle 1.100 piante è passata da 3.500 chili di olive a 60. «Quest’anno – spiega il proprietario di fronte al suo cimitero di ulivi neri – non faccio neppure più la raccolta». Poi scuote le spalle con un sorriso assieme sarcastico e rassegnato. Attorno a Natale la Procura di Lecce mette in dubbio il fatto che sia Xylella la responsabile dei disseccamenti e muove le accuse, pesantissime, di diffusione colposa della malattia delle piante, violazione dolosa delle disposizioni in materia ambientale, falso materiale e ideologico, getto pericoloso di cose e distruzione di bellezze naturali a dieci persone. Fra gli indagati figurano il commissario speciale Giuseppe Silletti, alcuni dei ricercatori che per primi hanno individuato Xylella sequenziando rapidamente il batterio, e altri che nel 2010, nell’ambito del crescente allarme per i pericoli legati all’emerging desease Xylella Fastidiosa nelle Americhe, avevano organizzato all’Istituto agronomico di Valenzano un workshop con presenza in ambiente controllato di ceppi di Xylella diversi da quello salentino. Grazie alla richiesta di sequestro (convalidata dal Gip) di circa duemila ulivi destinati a essere abbattuti per il contenimento, sono emersi elementi dell’indagine apparentemente contraddittori.

Da un lato la Procura indaga sull’accusa, abbastanza incredibile, di un’eventuale diffusione del batterio da parte dei ricercatori che lo stavano studiando (anche se come detto si trattava di un ceppo differente e si trovavano a circa 200 km da Gallipoli), dall’altro si avvale di una perizia che sembrerebbe aprire alla possibilità che Xylella sia presente sul territorio da moltissimi anni e per questo non sia letale per gli alberi, un dato quest’ultimo su cui i magistrati leccesi hanno puntato molto. Se da un lato non risulta quindi facile capire esattamente quale sia l’accusa, (diffusione di batterio innocuo?) la prova regina della pre-esistenza di Xylella, e quindi della sua innocuità, sarebbero stati nove ceppi diversi del batterio ritrovati sul territorio salentino. In realtà, grazie a Beatrice Mautino, giornalista de Le Scienze, si è scoperto che le analisi genetiche dei periti della Procura confermavano l’unicità del ceppo, che risultava esattamente lo stesso sequenziato dai ricercatori di Bari, e che probabilmente la questione dei nove ceppi derivava da una confusione piuttosto marchiana fra “ceppi” e “isolati” e da un inserimento nel database da parte degli indagati di un dato grezzo riguardante il Dna, un errore prontamente corretto ma a quanto pare senza che la Procura ne prendesse atto.

Il sito scientifico Italia unita per la scienza nel frattempo intervista l’esperto californiano Alexander Purcell, che smentisce di aver mai rilasciato la dichiarazione citata con rilievo all’interno della richiesta di sequestro («Gli abbattimenti non servono a nulla»), una frase estrapolata da una ricostruzione dell’europarlamentare grillina Rosa D’Amato e pubblicata dal blog Videoandria. Lo stesso luminare americano mesi prima aveva al contrario espresso solidarietà ai ricercatori indagati in una lettera aperta pubblicata online dal Foglio. Il caso dei ricercatori indagati attira anche l’attenzione di Nature che conferma il quadro scientifico dei baresi, e successivamente di Science, che ribadisce come la vera chiave del controllo dell’epidemia «potrebbe essere il taglio degli alberi infetti» e infine del Washington Post per il quale «la pesantezza della accuse non sembra accordarsi con il quadro scientifico». In Italia La Stampa titola: No ai processi al metodo scientifico. Il Corriere della Sera: Un Paese che odia la scienza. In una conferenza stampa gli avvocati di alcuni dei ricercatori indagati, come riportato ancora su Le Scienze, parlano delle piantine aeree con cui era stata sostenuta la tesi secondo cui i disseccamenti si presentavano solo in alcuni fondi e non in altri, benché attigui, e che questo avrebbe indicato il ruolo determinante delle buone pratiche agricole. Peccato però che alcune delle aree indicate come infette fossero in realtà edificate. In primavera l’Efsa pubblica i tanto attesi test di patogenicità, uno studio effettuato dal Cnr di Bari e valutato da ventuno esperti accademici internazionali reclutati con una call aperta e pubblica, che pone definitivamente la parola fine al dibattito se Xylella sia o meno la causa dei disseccamenti degli ulivi. L’ultimo colpo, se possibile ancora più duro, all’inchiesta della Procura di Lecce arriva il 23 giugno quando viene messo online un rapporto di una novantina di pagine sull’affaire Xylella prodotto dall’Accademia dei Lincei. Il responso è lapidario: «L’agente causale della malattia è Xylella Fastidiosa, una conclusione che abbiamo accettato come non più discutibile. Tutti gli isolati di Xylella all’analisi molecolare sono riconducibili a un identico genotipo». Inoltre: «Le informazioni scientifiche raccolte in questi anni in Puglia per tutto il periodo dell’allarme Xylella hanno anche dato indicazioni univoche, mentre le ipotesi alternative per l’origine del CoDiRO non sono mai state sostanziate da dati oggettivi. Purtroppo, ipotesi non verificate sperimentalmente hanno ritardato la messa in atto di misure contenitive della malattia». Infine: «Il Gruppo linceo condivide le certezze sul caso Xylella dei ricercatori baresi, su cui si basano le conclusioni dell’Efsa, poiché fondate su solida base scientifica. Rileva, inoltre, che alcuni ricercatori che hanno contribuito a sostenere ipotesi alternative, a fronte di elementi scientifici certi emersi nell’ultimo anno, non hanno riveduto le loro posizioni e preso le distanze dai gruppi che le sostengono». Intervistato a inizio luglio da Radio Rai, il procuratore capo di Lecce, Cataldo Motta, afferma che la chiave per la cura degli ulivi contro Xylella sia il tenere bene i campi, irrigare e provvedere alla “zappettatura” della terra. Alla fine del mese, negli stessi giorni in cui l’Europa alzava ancora la voce per ottenere la messa in atto del contenimento, gli ulivi vengono finalmente dissequestrati. Ora la zona in cui si trovano è ufficialmente infetta, per cui non corrono più il rischio di venire abbattuti.

Durante un’altra visita nei campi, Enzo – un frantoiano di lunga data che per primo mi portò a vedere il gigante di Alliste, un ulivo millenario, quando ancora era verde e non moribondo – mi ha confessato come non riesca ad accettare che in televisione o in radio si dica che basta curare i campi: «Mio padre andava in campagna dalla mattina alla sera, con il sole, con il vento e con la pioggia. Qui c’è gente che ha lavorato fuori, è tornata qui, ha investito tutto nei campi, li ha curati in maniera maniacale e le piante sono morte. Non riesco a sopportarlo, mi colpisce proprio nell’orgoglio, nella mia dignità, e in quella di chi ha creato le bellezze che teniamo». Poi ha stretto le mani nodose in un moto di fastidio e si è corretto: «Che tenevamo». Il giorno seguente ho chiesto un’intervista al procuratore capo di Lecce Cataldo Motta, volevo raccontargli questa conversazione e fargli altre domande. Era in ferie ma ha accettato comunque di incontrarmi, abbiamo parlato a lungo nel suo ufficio, divisi da una scrivania ricoperta di carte e dal fatto che da un certo punto in poi non ero più nemmeno sicuro che stessimo parlando la stessa lingua. Il procuratore, quando gli ho raccontato degli agricoltori come Enzo, ha ribadito che secondo le sue fonti effettivamente la zona di Gallipoli è più profondamente colpita ma nella zona a Nord di Lecce le piante si stanno riprendendo con le buone pratiche. Ma ha anche confermato che si tratta di un’evidenza empirica, non suffragata da uno studio scientifico. Ha ammesso che la questione dei nove ceppi sembra essere caduta, che parrebbe che le prove di patogenicità provino in effetti il ruolo di Xylella nei disseccamenti. Non conosceva invece i problemi alle cartine demaniali pubblicati su Le Scienze, e ha ricordato che l’azione della magistratura in campo scientifico si basa sulle perizie (di cui abbiamo parlato sopra) e che ce n’è una nuova in divenire. Gli ho chiesto se stanno indagando anche sull’ingresso del batterio su piante da vivai oltre che sul workshop di Valenzano, ma ha opposto il segreto istruttorio. Gli ho chiesto anche se non lo turbasse il fatto che i ricercatori baresi avessero vinto due bandi milionari per la lotta al batterio a livello europeo, e questo dopo essere stati indagati, e mi ha risposto: «No». Stessa riposta alla domanda se avesse letto il rapporto dell’accademia dei Lincei su Xylella: «No». Alla fine gli ho chiesto cosa pensa che abbiano Science, Nature e le autorità scientifiche europee contro il Salento e mi ha risposto: «Dovrebbe chiederlo a loro». Di lì a poco l’intervista si è conclusa.

Il primo campo sperimentale dell’Efsa contiene dieci cultivar diverse, ventiquattro esemplari per ogni cultivar, randomizzati in finali di sei. Sono state infettate con le cicaline prese dal campo adiacente, dove ce n’era abbondanza, lo scopo è vedere quali sono le varietà che resistono alla batteriosi. «Quando siamo arrivati qui l’albero era verde», dice Donato Boscia – capo del team di ricercatori del Cnr di Bari che lavorano su Xyella, nonché uno degli indagati dalla Procura di Lecce – indicando un grande ulivo di alcuni decenni di età alle sue spalle, un esemplare estraneo alla sperimentazione e ormai quasi totalmente secco. Accanto al campo dell’Efsa, ci sono altre 480 piante di venti cultivar diverse piantate ad aprile, finanziate con un progetto europeo, e in arrivo da Cordoba ci sono ulteriori cinquanta cultivar. Scorro le fascette bianche e blu, con i nomi delle varietà, alcune presentano già dei disseccamenti, il che significa due cose: non saranno loro a costituire il futuro dell’olivicoltura salentina e anche il territorio da cui provengono è in pericolo. Altre invece sembrano promettere bene. Una varietà, il leccino, si è recentemente dimostrata tollerante, ma non incontra il favore di molti olivicoltori per la qualità dell’olio che produce. La ricerca quindi continua. Non incontravo Boscia da questa primavera, quando avevo visitato le serre del Cnr di Bari in cui erano appena stati completati i test di patogenicità, la prova regina del ruolo di Xylella nei disseccamenti. Boscia era stato nominato membro dell’Accademia dei Georgofili il giorno precedente, ma era soddisfatto soprattutto per la piena riuscita dell’esperimento. «Non è facile capire – mi aveva spiegato – quanta soddisfazione può dare strappare qualche segreto alla natura. È come una scarica di adrenalina, solo chi l’ha provata può capire». Avevamo parlato a lungo di questioni scientifiche perché Boscia non è uno da lasciarsi andare a grandi confidenze, né è abituato a speculare su cose, anche quando innocue, che non abbiano ancora raggiunto il grado di certezza. Mi stava stampando alcune delle lettere di solidarietà che, all’indomani delle perquisizioni nei laboratori effettuate dalla Procura di Lecce, erano arrivate dagli istituti di ricerca di tutto il mondo, quando gli si sono inumiditi gli occhi. Eravamo arrivati a parlare dei suoi tre figli e di come gli risultava difficile trovare un modo per fargli credere ancora nelle istituzioni italiane. «È fin troppo evidente anche a loro quello che è successo». Poi è uscito in fretta per prendere i fogli stampati in corridoio e quando è tornato ha cambiato discorso. Oggi Boscia è visibilmente dimagrito e di buon umore, aveva fatto voto di perdere dieci chili se il suo gruppo di ricerca avesse vinto il bando internazionale Horizon, un progetto che l’Europa ha deciso di destinare alle ricerca sulla lotta alla Xylella non solo in Puglia ma in tutto il continente. La proposta dei baresi si chiamava xf-factor e a settembre i ricercatori firmeranno l’assegnazione. Hanno battuto tutte le altre cordate e ora sono a capo di un consorzio di ventinove poli di ricerca internazionali, tra cui l’università di Berkeley e istituti francesi, spagnoli, inglesi e tedeschi, fino alla Costa Rica e a Taiwan. È il secondo riconoscimento a livello continentale che ricevono per gli studi per la lotta a Xylella, l’altro è il progetto Ponte, anche in quel caso 7 milioni di euro, di cui però solo una parte dedicata al batterio. Boscia è a capo di Ponte mentre per Horizon il coordinatore è Maria Saponari, la scienziata che per prima ha isolato il ceppo salentino, anch’essa indagata.

Il campo delle cultivar non è l’unica sperimentazione in corso. Di fronte all’inerzia delle istituzioni Melcarne ha deciso di avviare una sperimentazione di altro tipo a sue spese. Ha investito 30mila euro e con la supervisione scientifica gratuita di Pierfederico La Notte del Cnr, ha innestato nuove varietà su alberi infetti di Cellina e di Ogliarola. L’innesto di altre varietà su un ulivo ha qualcosa di miracoloso, è un’operazione con cui si toglie un piccolo quadrato di corteccia da un ramo giovane della cultivar “donatrice” e lo si inserisce a tassello nella pianta ricevente, si fascia il tutto per alcuni giorni, finché la corteccia non aderisce alla nuova pianta. A quel punto, se tutto va bene, nel giro di qualche settimana dal fazzoletto di corteccia “straniero” spunta un piccolo bitorzolo che poi diventerà un ramo e infine una branca dell’albero. Gli scopi di questo progetto sono molteplici: individuare cultivar resistenti, trovare una soluzione per salvare i secolari, mantenere in vita i tronchi delle varietà locali per tutto il tempo necessario alla scienza per trovare una cura al batterio, e, ma questa al momento è fanta-agronomia, lasciare la porta aperta a un marchio dop di ulivi locali innestati con varietà che ne permettano la sopravvivenza. L’altra sperimentazione di Melcarne avviene “on the run”. Mi mostra un olivastro cresciuto spontaneamente nel mezzo della superstrada, fra i due spartitraffico in cemento armato che separano le corsie. Accanto ce ne sono altri due, ma uno è visibilmente morto, l’altro presenta dei disseccamenti importanti. Solo il terzo appare perfettamente sano. «L’ho già fatto testare e non ha il batterio», dice Melcarne che ha una strana luce negli occhi quando guarda “il prescelto”. La ricerca di questi semenzali immuni si svolge ovunque, e per ovunque intendo proprio ovunque. La pianta sulla superstrada è una delle undici speranze dell’asfalto, del cemento e della terra rossa che Melcarne ha individuato e che sembrano avere sia del potenziale agronomico sia la non presenza, testata, del batterio. Un mattino, giorni dopo aver assistito a questi raid, quando ormai ero tornato a Bologna, ho ricevuto una sua chiamata. Stava sfrecciando in auto verso il laboratorio dove faranno la caratterizzazione genetica dei semenzali. L’ho immaginato con le sue cuffiette bianche alle prese con la serie di telefonate del mattino, il punto quotidiano sulla sua battaglia. Lo scopo, mi ha spiegato, è scoprire chi sono i parenti dei semenzali. Un altro passo per capire se saranno proprio i suoi ulivi randagi a salvare il Salento.

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