Le campagne elettorali possono indurre alla pazzia. Al punto che molti voteranno Belzebù-Trump

È un fatto noto – scoperto e annunciato negli anni Trenta dell’Ottocento da Alexis de Tocqueville nel suo grande libro La democrazia in America, con implicazioni per tutto il mondo – che le campagne elettorali producano furori di massa, prossimi alla pazzia. Ma questi furori seguono delle traiettorie precise? Ho condotto un’importante inchiesta scientifica su questo aspetto, che si basa su una pigra e occasionale osservazione dei miei umori stravaganti e delle mie fantasticherie, a cui si aggiunge la lettura dei giornali, un metodo che non è del tutto differente da quello di Tocqueville. E posso rivelare che, sì, il furore ha una sua traiettoria. Cresce in linea retta, dall’affabilità all’astio. Ogni settimana che passa sono sempre più pieno di odio.

Molti mesi fa, all’inizio della stagione politica, non ero soltanto una persona più gradevole: ero anche gioiosamente patriottico. Ammiravo i miei conterranei e auguravo loro ogni bene. Il sistema elettorale americano richiede primarie in ognuno dei cinquanta Stati, nonché nella città autonoma di Washington D.C., nell’isola latinoamericana conquistata di Porto Rico e in qualche altro luogo, frutto di bottini di guerra. E le primarie, accendendo via via i riflettori ogni volta su una zona diversa, hanno rivelato la meravigliosa varietà vegetale della natura umana nella sua versione americana, erbosa e verde in una parte del Paese, muschiosa da qualche altra parte e così via attraverso tutto il continente nordamericano: a ciuffi, lussureggiante, ombrosa, grigia, marrone, rossa e fosforescente.

Lo stesso Partito repubblicano si configurava come una stravaganza pagana politeistica, con templi a diciassette divinità o candidati, che non erano tutti di mio gusto: ma nessuno si è mai immaginato che si potesse dare la propria approvazione a Baal, Lucifero e Huitzilopochtli. Gli dei del Partito democratico erano semplicemente due, vale a dire Atena, la dea della ragione che brandisce la spada, che poi ha trionfato, e il suo nemico, Bernie Sanders, il dio della naïveté. E lo spettacolo è stato eccitante.

Getty Images

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Ma i mesi sono passati e nel frattempo ho smesso di divertirmi. Il rigoglio della vita americana si è disseccato in due bellicose aridità, ciascuna delle quali con la propria divinità. Mi ritrovo cautamente ad apprezzare gli Stati che si accingono a votare per Hillary, dea della ragione, e a detestare quelli che si accingono a votare per Belzebù, il dio Trump. La prospettiva secondo cui interi Stati si stanno rivelando belzebuisti mi fa infuriare. Se nei prossimi quindici minuti mi dovesse accadere di imbattermi in un elettore di Trump, fisserei questa persona aspettando di vedere il vuoto nel suo occhio pendulo e una deformità alterare la forma del suo minuscolo cranio, ma non avrei niente da dire. Il momento di litigare con i miei concittadini è ormai passato. Io deploro le loro case, le loro famiglie, i loro antenati, le loro religioni e l’erba che appassisce sotto i loro piedi.

Tocqueville direbbe che il furore si è impossessato di me? Forse è così ma non sono più dell’umore di preoccuparmi di questo. La campagna è ora al suo culmine e, per come la vedo io, furore è verità.

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