Dave Eggers è uno scrittore ossessionato dall’oggi. Ma poi lo si legge e, beh, è bravo

Il grande spazio americano è da sempre un luogo della mente, il territorio che terrorizzò e affascinò i pellegrini, quindi i pionieri e poi i dropout. Il ricorso alla natura intatta è un filo rosso: la conquista del West raccontata dal cinema; il battesimo delle parole operato da Walt Whitman lungo la sua “open road”; il ritorno al fiume dopo la guerra del Nick Adams di Ernest Hemingway; l’ubriaco vagabondaggio dei beat; la pacata esplorazione di William Least Heat-Moon; lo squilibrato isolamento di Into the Wild.

La wilderness, appunto, parola chiave fin dai primi testi, è insieme attrazione per l’ignoto, terra di conquista, ma anche fuga dal mondo e dalle responsabilità, una dicotomia che attraversa tutto il Novecento americano, e se di terra desolata non ne resta granché ecco l’evasione verso l’avamposto a Nord, la quasi Russia e quasi oblio – come si dice qui – che è l’Alaska.

È quello che accade nel nuovo, corposo romanzo di Dave Eggers, Heroes of the Frontier. Una madre in crisi sentimentale e lavorativa chiude baracca e burattini per scappare insieme ai due figli dal marito e dalla causa legale che l’ha spinta a vendere lo studio dentistico, puntando verso una terra che reputa incontaminata e in questo salvifica. È in crisi di mezza età, beve tanto e nutre uno spaventoso senso di colpa per la morte di un ragazzo finito in Afghanistan dietro suo consiglio. Lì al Nord ha una specie di sorellastra, noleggia un camper scassato e, sebbene il Paese sia devastato dagli incendi, lo attraversa in cerca di qualcosa che non riesce a definire. Un nuovo inizio, la felicità, la stabilità? Tutto questo e molto meno. Cerca qualcosa o qualcuno di sostanza, dice. Troverà personaggi strambi, scenari inaspettati, brutti incidenti. E poi confusione, dispersione, scombussolamento, ossia tutto quello che già alberga nella sua testa e nella sua famiglia:

Forse è questa la causa di tutte le nevrosi moderne, pensò lei, il fatto che non abbiamo identità stabili, non abbiamo certezze.

Si torna al punto di partenza:

Venivano dal nulla. Essere americano significa esser vuoto e un vero americano è completamente vuoto. Di conseguenza, tutto sommato, Josie era una vera grande americana.

Dave Eggers
Heroes of the Frontier

Alfred A. Knopf 2016
385 pagine, 28,95 dollari
La traduzione italiana (di Giovanna Granato) uscirà per Mondadori nel febbraio del 2017

Da una parte Eggers dice che tutto ciò che ha costituito la grande forza degli Stati Uniti ne è ora la debolezza, ma dall’altra è sempre sad-happy, sempre ironico. Già il titolo lo è, evocando due parole che hanno un’eco sacra nella mente di ogni cittadino americano. L’eroismo dei primi viaggiatori (o dei pompieri, dall’11 settembre alla serie di fuochi che divampano qui: «It’s not so cold in Alaska») più la “nuova frontiera” evocata da Kennedy negli anni Sessanta e tirata in ballo ogni volta che bisogna ricorrere alla retorica del progresso. Ma qui non ci sono eroi, non c’è frontiera che tenga, anzi l’estremo lembo boschivo che Josie attraversa con i figli è divorato da roghi che continuano a sballottare di qua e di là il loro camper, che spostano la frontiera in modo impazzito, in un’immagine nemmeno tanto sottile del cittadino medio, allarmato e disorientato, forse pronto a votare Trump. Ce la farà questa donna a salvare i suoi figli? Ehi, mi ricorda qualcosa. Per certi versi Eggers è rimasto il protagonista del suo primo memoir, costretto dalla morte dei genitori ad allevare il fratello minore, solo che i fratelli minori siamo noi, l’America, la società, il mondo odierno. Da tempo non fa che raccontare una difficoltà, una sopravvivenza. Di qui le storie dei bambini fuggiti al massacro del Darfur (Erano solo ragazzi in cammino), quindi dei superstiti di Katrina (Zeitoun), degli uomini d’affari disorientati (Un ologramma per il re), dei prigionieri del web (Il cerchio), dei tardoadolescenti in odore di psicosi (I vostri padri…), infine della famiglia prostrata e tenera protagonista di questo romanzo. Di qui, anche, tutti i lodevoli e condiscendenti progetti, come la scuola di scrittura per ragazzini, le collettanee sulle voci di chi voce non ha e le iniziative edificanti che gli hanno attirato l’etichetta di scrittore “smarm” (buonista, più o meno) in un’invettiva di Tom Scocca.

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Eppure Dave Eggers ha anche un lato più sinistro, che serpeggia tra le righe e qui prende corpo con un umorismo sconclusionato che fa di Heroes of the Frontier una specie di National Lampoon con una toccante ma sciroccata Julia Roberts al posto di Chevy Chase e Todd Solondz al posto di John Landis e rende il libro molto più leggibile di quanto non sarebbe stato se si fosse preso troppo sul serio (anche se naturalmente Eggers è serio, anzi no è ironico, anzi no è serio, come uno che ripete di continuo frasi a effetto rimediando con uno “sto scherzando” ogni tanto). Di cose riuscite ce ne sono: l’ingloriosa carrellata maschile (il marito abbacinato dal movimento Occupy che non vuole ristrutturare casa perché si sente colpevolmente l’1% ma resta stranito quando la moglie gli fa notare che così toglie lavoro agli operai); l’aggressività deresponsabilizzante per cui ci deve essere sempre un colpevole più colpevole di noi e possiamo mandargli un avvocato a rompergli le ossa; il delirio bellicoso del politicamente corretto (qui è il ciclettaro a pestare a sangue un camionista docile); l’ipocrisia interessata di chi fa del bene (vedi le due lesbiche che circuiscono ragazzine in difficoltà per adottarle); il programma scolastico “We’re all in this together” in cui i figli dei genitori che non possono partecipare alle innumerevoli attività ricreative vengono “adottati” da altri genitori per postare le foto di rito. È il festival della trovata e dell’intelligenza. Poi Eggers è, be’, bravo. Usa le similitudini come chi non ha bisogno di dimostrare niente (le mani di un vecchio sembrano caschi di banane che fa dondolare di qua e di là; la figlia stretta dalla madre si dimena «come un barracuda»), scrive dialoghi perfetti, elabora una struttura lineare con qualche flashback a ricapitolare la storia, insomma la vicenda è appassionante.

Resta uno scrittore ossessionato dall’oggi, dalle idee, che sembra avere abbandonato tutte le viscere all’esordio. Non so quale autore del passato abbia così appassionatamente abbracciato la storia contemporanea. Forse Dave Eggers è un Norman Mailer alla camomilla, con la virtù al posto della virilità (entrambe esibite): «Il romanzo come presente, il presente come romanzo».

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