Se a Milano coltivi un banano in salotto è grazie ad Alexander von Humboldt. Certo, la natura esisteva già, ma è stato lui a insegnarci a leggerla e a raccontarla

Un nobile prussiano trascorre l’anno della rivoluzione francese in giro tra la Svizzera e le Alpi. È in compagnia di un fisico svizzero, e i due non fanno che guardare in alto: vogliono inventare uno strumento in grado di misurare l’intensità del blu del cielo. Basterebbe anche soltanto questo aneddoto per appassionarsi a The Invention of Nature, la biografia dedicata alle imprese di Alexander von Humboldt, l’uomo che oltre due secoli fa cambiò per sempre il nostro modo di interpretare e desiderare la natura.

Scritto da Andrea Wulf – una giornalista tedesca naturalizzata inglese, specializzata in design e botanica –  il libro racconta le avventure di questo genio autistico e multiforme, una sorta di Forrest Gump del Settecento che passò alla storia e incontrò tutti i grandi del pianeta senza neppure badarci troppo, perché troppo occupato a rincorrere, di volta in volta, l’ennesima delle sue ossessioni, tra cui c’erano cose come:

Esplorare il Sud-America

Il sogno di Humboldt era partire alla scoperta del Nuovo Mondo. Salpò nel 1799, e restò nelle Americhe quasi cinque anni. Tornò come si torna a sedici anni da un Interrail: quando aveva finito i soldi, che poi erano quelli che gli aveva lasciato sua madre in eredità.

Salire sulla montagna più alta del mondo

Allora si pensava fosse il Chimborazo, un vulcano in Ecuador. Humboldt non lo scalò tutto, ma soltanto perché lui e i suoi compagni di viaggio ci arrivarono a dir poco impreparati, senza provviste e vestiti come boyscout per una gita in collina. E comunque «il punto non era certo arrivare in cima», vi avrebbe risposto se glielo aveste chiesto.

Attraversare in lungo e in largo la Russia

Impresa che gli riuscì nel 1820, quando aveva già cinquant’anni. Ormai era famoso in tutto il mondo ma, non avendo un soldo da parte, gli toccò farsi finanziare la spedizione dallo zar promettendogli che avrebbe cercato per lui miniere di oro e diamanti. Non li trovò.

Scrivere un libro che mettesse una volta per tutte in ordine il mondo e forse l’universo, e spiegasse come tutto fosse unico e al contempo interconnesso

Si tratta del Kosmos, l’opera in cinque volumi che Humboldt stava ancora finendo di scrivere quando morì, a novant’anni, nella sua casa di Berlino. La Recherche dei libri di scienza: una prova ineguagliata di talento, sensibilità e monomania.

The Invention of Nature è un libro memorabile, scritto in uno stile il cui solo difetto è forse quello di lasciarsi andare qui e là a qualche affondo di epic grandeur hollywoodiana. È uscito nel 2015 in Inghilterra e in America, riscuotendo un enorme successo di critica e di pubblico e confermando l’interesse contemporaneo verso un’offerta culturale in grado di mescolare divulgazione scientifica e appetiti umanistici, conoscenza e letteratura, geografia e poesia. In Italia, il libro sarà pubblicato nella prossima primavera dalla Luiss University Press.

 

Andrea Wulf
The Invention of Nature. Alexander von Humboldt’s New World

Alfred A. Knopf 2015
473 pagine, 30 dollari
La traduzione italiana uscirà nella primavera 2017 per la Luiss University Press

Humboldt è stato il primo “walking poet della storia. Non era un esploratore che voleva scrivere, bensì uno scrittore che voleva vivere all’aria aperta, un autore il cui soggetto preferito era la natura. Fu il primo a intuire che le due cose, l’ispirazione poetica e la passione scientifica, potevano camminare insieme. Nelle sue opere – lette e apprezzate in tutto il mondo quando lui era in vita e oggi perlopiù dimenticate – non c’era posto per relazioni umane, lotte politiche, meno che mai per l’amore. C’erano alberi, cascate e ruscelli. Zone climatiche, isoterme, equatori magnetici. È a Humboldt che dobbiamo il Walden di Henry David Thoreau, i versi di Walt Whitman, il Faust di Johann Wolfgang Goethe, e persino l’Origine della Specie di Charles Darwin.

Tutto, ci racconta la Wulf, ha avuto inizio proprio nel 1789, nei giorni in cui Humboldt e il fisico svizzero Bénédict de Saussure salirono sul Monte Bianco, vagarono per le valli di Chamonix, osservarono il cielo di Ginevra e si scambiarono meticolose osservazioni sui loro viaggi precedenti. Al ritorno dal viaggio, misero a punto il primo cianometro della storia. Si trattava di uno strumento abbastanza semplice: una ruota graduata, simile a una mazzetta colori Pantone odierna, che scandiva il cielo in cinquantatré tonalità progressive di blu di Prussia, un pigmento scoperto per caso mezzo secolo prima da altri due chimici tedeschi, Johann Jacob Diesbach e Johann Konrad Dippel.

La bellezza del cianometro non stava tanto nella sua reale utilità, quanto nella sua capacità di coniugare, in maniera limpida e intellegibile, due visioni per secoli rimaste se non antitetiche quantomeno parallele: la visione poetica e quella scientifica del mondo. Uno strumento come il cianometro (che ha molto a che spartire con la bellezza di alcune user interface contemporanee o con i recenti prodigi dell’infografica) nascondeva – al di là del suo intento razionale – un desiderio tipicamente romantico: voleva regalare poesia alla scienza e scienza alla poesia, rendere in qualche modo la scienza e la poesia accessibili anche ai non-scienziati e ai non-poeti. Era quello, il sogno di Alexander von Humboldt, che allora non aveva neppure vent’anni e che oggi in pochissimi ricordano. Molti lo confondono con il fratello, il politico e linguista Wilhelm, personaggio altrettanto eminente ma non così rivoluzionario (Wilhelm fu un geniale figlio del suo tempo, Alexander fu padre di un nuovo modo di vedere il mondo).

 

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Per avere un’idea dell’importanza nella storia di questo genio logorroico e irrequieto ci basta sapere che a oggi, nel mondo, esistono ben dodici città, nove corsi d’acqua, sei montagne, oltre trecento tipi di piante, cento animali e decine di minerali che portano il suo nome, e perfino la luna vanta il suo mare Humboldtianum.

A detta dei suoi contemporanei europei, Humboldt era “l’uomo più famoso dopo Napoleone”. In America era talmente ammirato che quando nel 1860 (a un anno dalla sua morte) il congresso costituzionale si riunì per scegliere i nomi degli Stati, il Nevada per un pelo non venne chiamato Humboldt. Il 14 settembre 1869, per celebrare il centenario della sua nascita, venticinquemila persone sfilarono per le strade di New York, città in cui Humboldt non aveva nemmeno mai messo piede, e il Times dedicò l’intera prima pagina all’evento.

Schivo e insopportabilmente meticoloso, Humboldt era ossessionato da ogni forma di vita animale, vegetale o minerale. Gli umani, in effetti, lo interessavano molto meno, men che meno le donne, che lo corteggiarono per decenni senza riuscire ad attirare, nemmeno per un attimo, la sua attenzione. Si diceva fosse omosessuale, ma in realtà la sua voglia di esplorare e scoprire non gli lasciava tempo di amare, o di desiderare davvero la compagnia di qualcun altro, uomo o donna che fosse, e le sue lettere più romantiche erano quelle che indirizzava ai suoi compagni di viaggio.

Humboldt non mancava di cinismo e di un certo disprezzo per il prossimo. Durante la sua spedizione in Sud America, passava le giornate a vagare per la foresta a collezionare foglie, boccioli e radici, li classificava uno a uno, poi li ordinava schedati in enormi casse di legno e li inviava su navi merci alla volta del Vecchio continente, perché l’Europa sapesse cosa c’era dall’altra parte del mondo. Insieme alle casse spediva lettere che terminavano con frasi come questa: «And you, dearest, how is your monotonous life?». Fu generoso anche col genere umano, a modo suo: fu tra i primi intellettuali a voler democratizzare la scienza, e si disse ripetutamente contro il colonialismo.

Il Barone Alexander von Humboldt ritratto da Julius Schrader (1859)

Nel 1827, al suo ritorno a Berlino dopo i molti anni trascorsi a Parigi, le sue lectures congestionarono le vie intorno all’università per un intero anno. Ne tenne sessantuno, una a settimana, ognuna dedicata a un tema diverso, frutto dei suoi studi e dei suoi viaggi. Humboldt esigeva che le sue lezioni fossero gratuite e aperte a tutti, e la risposta del pubblico fu impressionante: le gente si accalcava per venirlo a sentire e la sua audience includeva «membri della famiglia reale, cocchieri, studenti e servitori, scolaretti e muratori. La metà, infine, erano donne». Essere una star in patria, però, non gli interessava: fosse stato per lui sarebbe rimasto sempre in viaggio, per città sconosciute e foreste inesplorate e, quando l’età e la mancanza di possibilità economica lo costrinsero a rinunciare ai viaggi, iniziò a maledire «la vita incredibilmente monotona» cui era condannato (e a scrivere il Kosmos, ovviamente).

Insomma, se la natura esisteva ben prima di Humboldt, è stato lui a insegnarci a scriverla e a leggerla. Ha regalato, o meglio restituito, a isole e foreste la dignità dell’arte, e se nell’ultimo secolo la sua figura è apparsa un po’ appannata forse è proprio perché, come ci spiega la Wulf, il suo modo di vedere il mondo, che prima non esisteva, oggi ci appare così scontato che ci dimentichiamo di chiederci da chi l’abbiamo ereditato.

Ma ecco perché abitiamo a Milano e teniamo un banano in salotto. Studiamo le coste di isole in cui non metteremo mai piede. Una carta geografica ci commuove come un romanzo. E vorremmo tanto metterci a scrivere ma anche andarcene a piedi nudi nel parco. Finalmente qualcuno è venuto a spiegarcelo.

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