Sul sottomarino Pietro Venuti in combat training si pranza appoggiati a un lanciasiluri che non lancia mai. Eppure sott’acqua la guerra è una presenza palpabile

Non si sente il gorgoglio dell’acqua, non si avverte un tonfo di pressurizzazione o un cambio di luminosità negli spazi angusti delle cabine. Da quando l’ordine del comandante squilla nell’intercom («Assumere ruolo immersione!») ho i sensi tesi ad attendere una prova empirica del fatto che quello su cui sto navigando è davvero un sottomarino, e che lo scafo su cui pochi minuti fa ero seduto a guardare l’alba sul golfo di La Spezia si sta davvero inabissando con noi dentro. Però dall’interno non si avverte niente, tranne un confuso senso di perdita dell’equilibrio simile a quello di un ascensore che ballonzola all’arresto. Gli addetti alla strumentazione, incollati ai monitor e ai periscopi che affollano il centro di comando, scandiscono ad alta voce le letture della strumentazione, ma l’unico segno non-verbale che non si tratta di un’esercitazione, o di un imbroglio, è nella concentrazione nervosa delle poche pause di silenzio.

«Meno otto, meno dieci», dice un ufficiale, ai sistemi di bordo.

«Acqua in coperta», dice un altro, dal periscopio, e mi pare di capire che è una buona cosa.

«Meno tredici. Profondità periscopica», prosegue il primo.

Da dietro arriva la voce dell’addetto al sonar: «Preso contatto con un bersaglio».

Sono a bordo del nuovo sottomarino varato dagli stabilimenti Fincantieri di Muggiano per la Marina Militare Italiana. È il terzo su quattro ordinati della classe Todaro (designata internazionalmente U212-A), un modello sviluppato insieme alla marina tedesca e concepito principalmente per le operazioni nel mar Baltico e nel Mediterraneo. È dedicato a Pietro Venuti, un sommergibilista che nella Seconda guerra mondiale si sacrificò per salvare il suo equipaggio chiudendosi in una camera stagna in cui si era aperta una falla, con un atto di eroismo che la mia mente, guastata dal cinismo dei civili, non riesce a non paragonare alla morte di Charlie nella terza stagione di Lost: «Not Penny’s Boat».

Un mese prima di questa uscita in mare ho potuto visitare il Venuti in ormeggio a La Spezia. Era una mattina di luglio, gli oleandri erano fioriti di rosa e bianco fra i caseggiati bassi dell’Arsenale. Dopo un percorso tortuoso fra edifici sfioccati da un secolo di salsedine siamo arrivati a un molo che cominciava con una grande magnolia e un monticello di vecchi siluri arrugginiti. Mi aspettavo una visione grandiosa avvicinandomi all’acqua, ma accanto alla passerella si distingueva appena la “vela”, quella sporgenza rettangolare alta poco più di un uomo che vista di profilo sembra un po’ una grossa pinna; sopra di essa il tubo del periscopio simile a una piccola canna fumaria; e sotto, quasi a pelo d’acqua, la superficie dello scafo, color verde petrolio, sinuosa e stondata come il dorso di un cetaceo. Il modo migliore di figurarsi un sottomarino è come una pallottola di metallo circondata da un involucro di vetroresina. Solo il primo, quello interno, è a tenuta stagna. L’altro, che lo ricopre, fa scorrere l’acqua al proprio interno (è a quello che si riferiva il minaccioso “acqua in coperta”) e serve come appoggio quando si opera in emersione; da esso si proiettano le bitte e la strumentazione (telescopi, radar) che, prima dell’immersione, vengono riassorbite dallo scafo come organi retrattili. A poppa affiorano i due bracci superiori del timone, che ne ha quattro in tutto disposti a forma di X.

Per entrare passo attraverso il “becco” (la porta a scomparsa dello scafo esterno) e quindi mi infilo nello scafo vero e proprio, passando orizzontalmente in uno stretto portello tondo dal quale devo snodarmi per proseguire scendendo su una scaletta verticale, con la prima di una serie di contorsioni che a sera mi lasceranno contuso e slogato. Il secondo ufficiale osserva un po’ preoccupato la mia discesa vacillante e mi indica dove reggermi. «No, la maniglia è lì. Quello è un cavo elettrico».

L’interno del sottomarino ha due livelli, distribuiti intorno a corridoi larghi appena abbastanza per le mie spalle. Al livello superiore ci sono le cuccette per venti persone, la cabina radio, un gabinetto, la sala dell’elettronica (una specie di server farm) e il command information center – la sala di controllo – tappezzata di schermi, mappe elettroniche, sonar e quadri di comando, con al centro la colonna del periscopio – che non può non ricordare quella di Battlestar Galactica. Al livello inferiore si accede da tre scalette verticali che si possono imboccare solo dopo aver gridato «Occhio sotto!», e passando lo zaino con un arganello per evitare che si impigli. Sotto c’è la cucina, la cambusa, la mensa, e i tubi lanciasiluri, con dietro un enorme caricatore che è come il tamburo rotante di una pistola lunga dieci metri. In fondo, a poppa, c’è la sala macchine con i due motori e le celle di combustibile. È chiusa in un comparto ammortizzato per non scaricare le vibrazioni sullo scafo: prima di entrare si avverte a stento un ronzio smorzato, ma dietro la porta il rumore è tale che anche con i paraorecchi si ha la sensazione di un martello pneumatico contro il timpano. Questa descrizione, per quanto, accurata, sorvola su un dettaglio: sarebbe appropriata per un mezzo lungo un centinaio di metri e largo venti, ma il Venuti è lungo poco più di 50 metri, largo 8, e alto 12 compresa la vela: e cioè è piccolissimo. Ogni cosa appare compressa, ogni spazio superfluo o libero è stato risucchiato, generando un caos di funzioni combinate e affastellamenti simile a quello di una valigia in cui si miniaturizza l’ingombro cacciando il caricatore del telefono all’interno di una scarpa e il dentifricio nell’altra. Ogni superficie è interamente ricoperta di tubi, cavi, display, apparecchiature fissate a parete o agganciate al soffitto; valvole e manometri sporgono costringendo chi passa a piroette e contorsioni per non urtare. Le cuccette sono grandi come bare, e sono meno dell’equipaggio totale (alcuni si alternano in base alle guardie, con un sistema detto “brande calde”, come gli operai sposati coi turni fuori sincrono in un famoso racconto di Italo Calvino). Nel bagno, sedendosi sul gabinetto, si ha sulle ginocchia il tubo per il lancio delle radioboe («Occhio a non premere il tasto sbagliato tirando lo scarico», mi avverte l’ufficiale che mi accompagna, spero scherzando). Nella mensa, chi siede su una delle due panche appoggia la schiena contro lo scafo; chi gli siede davanti la appoggia sui tubi del caricatore del lanciasiluri.

Solo dopo un po’ di tempo passato all’interno – scordata la claustrofobia dovuta all’assenza di finestre e lo strano odore metallico dell’aria secca – lo spazio sembra dilatarsi e assumere una nuova profondità, con un aggiustamento graduale del senso corporeo che ha qualcosa di simile all’adattamento degli occhi all’oscurità. Le distanze di sicurezza che siamo abituati a tenere da oggetti e altre persone, il perimetro invisibile del nostro corpo, si restringono: e di colpo vediamo un passaggio dove prima c’era un anfratto, una stanza in quello che sembrava solo un intrico di interstizi. Probabilmente è un effetto del genere che permette all’equipaggio di spostarsi al suo interno con quella naturalezza: si sorpassano affiancandosi senza pensarci, si chinano e si voltano per farsi spazio in quei bugigattoli con una coreografia spontanea che ricorda i movimenti di una brigata di cucina ben affiatata.

L’assistente del fotografo con cui ho fatto quella prima visita era un’architetta, e una volta usciti le ho chiesto, a occhio, quanto era lo spazio disponibile all’interno del Venuti. «Sulla superficie effettiva non saprei», mi ha detto lei. «Però posso dirti quanti sarebbero i metri quadri calpestabili», che nella definizione di legge escludono le parti in cui una sporgenza o un abbassamento del soffitto rendono disagevole o pericoloso il passaggio. «Sarebbero zero».

La definizione di sottomarino che il comandante mi ripeterà più volte è “mezzo occulto”, che mi sembra un’espressione poetica e leggermente ambigua (una definizione altrettanto affascinante, che ne mette in luce il ruolo nello spionaggio, è: “grande orecchio invisibile”). Presa come principio-guida, questa aiuta a comprendere la progettazione e la costruzione di questo mezzo dalla forma compatta e dalla pianta angusta e labirintica: deve essere in grado di funzionare il più a lungo possibile – e di tenere in vita l’equipaggio – senza ossigeno né luce, a centinaia di metri sott’acqua, e senza essere visto.

Ad esempio la propulsione. I motori a diesel, come quelli delle auto, hanno bisogno di aria per la combustione, che sott’acqua non c’è. I sottomarini non nucleari (fra cui questo) risolvono il problema con uno snorkel: una presa d’aria parallela al periscopio che permette di funzionare a una ventina di metri di profondità, affiorando appena dalla superficie. Non è una marmitta, perché lo scarico lascerebbe una traccia termica troppo facile da identificare: i gas di risulta vengono refrigerati fino a raggiungere la temperatura dell’acqua e rilasciati lì in forma liquida.

In parallelo al motore diesel i sottomarini ne hanno uno elettrico, più lento ma più silenzioso e in grado di funzionare a profondità maggiori. La caratteristica principale della serie di cui fa parte il Venuti è qui, nella cosiddetta propulsione “indipendente dall’aria”: il motore elettrico è alimentato da fuel cell (cioè riserve di idrogeno e ossigeno, che combinate in acqua generano elettricità) in grado di garantire fino a tre settimane di navigazione autonoma in immersione, più del doppio della classe Sauro, la precedente.

Tre settimane sono tantissime. Non si vede la luce naturale, non si respira aria fresca, si è ermeticamente sigillati da ogni interazione con l’esterno, si resta giorno e notte a contatto strettissimo con le stesse venticinque persone. Ma in realtà è fuorviante dire così, perché “giorno è notte”, da qui, è un’astrazione da terricoli: qui esiste solo un sempre continuo e ininterrotto, scandito dalle variazioni del menù e dai cicli delle guardie, che durano sei ore l’una ma sui cui orari precisi mi è stato vietato di scrivere, perché è segreto militare.

Un sommergibilista fa cento-centocinquanta giorni così all’anno; cioè 2.400 in una carriera media; cioè, nella vita, passa sei anni e mezzo sott’acqua. Il conto l’ho fatto io: l’ufficiale che è venuto a prendermi in stazione sembra perplesso quando glielo chiedo, sia dalla mia domanda sia dal fatto che non se l’è mai posta prima. (In realtà non è così strano: ho chiesto una cosa simile anche nell’intervista a un grande velista di solitaria, e non aveva mai contato i giorni passati da solo nell’oceano. D’altro canto, io non ho contato i giorni passati da solo al computer).

Ci vuole un carattere molto specifico per essere attratto da questo tipo di vita. Un’intervista su YouTube all’ammiraglio della componente sommergibili è rivelatoria, in questo senso. L’ammiraglio è un uomo veneto dall’aria spiccia e affabile; il cronista gli chiede qual è la caratteristica principale di un sommergibilista, con un tono deferente da cui è chiaro che si attende una risposta epica e virile, qualcosa tipo “volontà di ferro e muscoli d’acciaio”. L’ammiraglio, con voce pacata e quasi con tenerezza, risponde: «Be’, deve essere molto comprensivo».

Dall’interno del sottomarino questa risposta è autoevidente. Le distanze e la formalità gerarchica che si associano ai militari sono difficili da mantenere dormendo a 30 cm l’uno dall’altro (il comandante è l’unico che ha una cabina separata), e la convivenza forzata in spazi così ristretti sarebbe intollerabile a chiunque non sia molto portato alla condivisione, a smussare i conflitti, e a fare a meno della solitudine. Dopo appena un’ora di immersione, andando in bagno proverò un inatteso e sorprendente sollievo, rendendomi conto che per la prima volta, quella mattina, avevo un istante in cui nessuno mi stava guardando.

Forse per questo requisito di giovialità, o forse perché lo scarso contatto professionale con i civili non ha coltivato nei sommergibilisti la stessa diffidenza ostile dei militari chiamati a pattugliare le strade, l’equipaggio del Venuti mi sorprende per la spigliatezza e l’informalità dei rapporti, fra di loro e con me. Quando mi spiegano i sistemi di bordo non sembrano soldati che oliano il fucile, ma smanettoni fieri del gioiello tecnologico che hanno fra le mani – parlano in fretta, con entusiasmo, scusandosi ogni volta che chiedo spiegazioni su un tecnicismo per poi proseguire con lo stesso linguaggio astruso.

Nell’equipaggio del Venuti c’è anche una donna. È il secondo anno che questa componente della Marina è aperta a entrambi i sessi (incursori e San Marco restano solo maschili), probabilmente perché l’intimità forzata dei sommergibilisti sembrava inadatta a certe idee antiquate di pudicizia e buon costume. Ma nei fatti sembra perfettamente integrata con l’equipaggio (che anzi sembra vedere un sospetto di sessismo nella mia domanda su come si trovano con lei, visto che è a tutti gli effetti una di loro). Ha 25 anni, ha deciso di entrare in Marina dopo aver studiato al classico; quando le chiedo se ha mai avuto problemi a essere l’unica donna chiusa per un mese sott’acqua fra soli uomini, scrolla le spalle con un mezzo sorriso: «Semmai, è un problema loro».

I sottomarini della classe Todaro costano allo Stato fra i 350 e i 500 milioni di euro l’uno. La cifra di per sé non significa niente senza parametrarla a uno scopo: con una quantità simile di denaro, per dire, lo Stato potrebbe costruire 4 ospedali come quelli appena aperti a Prato, Massa e Carrara, Pistoia, e Lucca, o scavare 4 km di galleria autostradale, o finanziare per dieci anni la Normale di Pisa, o comprare il dipinto più caro al mondo, un Willem de Kooning, ed erigere un secondo MAXXI per ospitarlo. E quindi a che cosa serve un sottomarino?

A parlarne con il comandante, a un sacco di ottime cose. Fa ricognizione dei fondali per rilevare trivellazioni abusive; in collaborazione con l’istituto oceanografico tiene traccia degli avvistamenti dei cetacei. Svolge un ruolo importante nei pattugliamenti antipirateria, e c’è almeno un caso famoso di intervento contro l’immigrazione clandestina: per evitare che gli scafisti si mescolassero ai rifugiati all’arrivo della guardia costiera, il sommergibile Prini aveva scattato – di nascosto, col periscopio – foto tanto dettagliate da riuscire a distinguerne i volti.

Già: ma col costo di un singolo sottomarino si poteva finanziare per nove anni l’intera operazione Mare Nostrum; e il costo mondiale della pirateria somala è stato valutato sul miliardo e mezzo di euro a biennio, di modo che la parte italiana sarebbe molto di meno. Le spese militari italiane non sono più alte di quelle europee, ma negli ultimi anni sono cresciute; mentre quelle per l’istruzione, comunque superiori del triplo, hanno mostrato la tendenza opposta.

Certo, c’è la funzione deterrente. In un’intervista passata l’ammiraglio della componente ha detto che «le regole di vita fra nazioni si stabiliscono comunque su rapporti di forza. […] Devi essere rispettato per sederti ai tavoli del commercio». È difficile, a priori, valutare l’accuratezza di questa affermazione: se è vero che quasi tutte le grandi economie mondiali hanno una flotta di sommergibili (e la Nato richiede ai membri una soglia minima di spesa che noi non rispettiamo), è anche vero che, per dire, Finlandia e Danimarca non ne hanno, e non sembrano soffrirne gli effetti commerciali – anche perché il mercato unico implica che queste trattative si svolgano in larga misura in ambito europeo.

Questi ottimi propositi tendono a mettere in ombra un’ovvietà, e cioè che un sottomarino serve a fare la guerra.

A bordo la guerra è una presenza palpabile, sempre incombente all’orizzonte: il sonar interpreta i segnali di certe frequenze come possibili eliche di siluri, e sullo schermo appare una sfilza di “Torpedo Warning!” rosse in corrispondenza dei motoscafi; il lessico bellico incoraggia a sentirsi circondati da nemici potenziali – ogni oggetto rilevato dal sonar viene presentato come “bersaglio”. L’equipaggio appoggia la schiena a pranzo, cena e colazione su una pila di siluri; quando chiedo al comandante di addestramento quanti ne ha effettivamente sparati in vita sua scoppia a ridere e mi guarda con un misto di tenerezza e sprezzo: «Dalla fine della Seconda guerra mondiale – dice – ne sono stati lanciati tre». Il sommergibile su cui ho viaggiato può averne a bordo sei volte tanti.

Una parte consistente delle attività del battello consiste di esercitazioni: nei giorni della mia uscita il Venuti stava compiendo un combat training che prevedeva la ricognizione stealth delle attività navali e aeronautiche della costa tirrenica «come se fosse un Paese ostile». In seguito, dei falsi bersagli sarebbero stati inseriti nel sistema del sonar, di modo che l’equipaggio potesse armare e puntare dei falsi siluri per affondarli. «Per noi la realtà è quella lì», mi dice un ufficiale, indicando lo schermo del sonar. «È tutto virtuale». Si riferisce al mio sbigottimento per l’assenza di prove empiriche che si è sott’acqua: in immersione l’unico accesso al mondo esterno è quello passivo delle rilevazioni strumentali, e questo scollamento all’inizio ha qualcosa di allucinatorio. Ma in bocca a qualcuno che da dieci anni fa finta di fare la guerra, e non la fa mai, l’affermazione può assumere un altro significato.

Un famoso ragionamento di Pascal sosteneva che, se non si esclude categoricamente che Dio esista, l’unico comportamento razionale è fare come se esistesse, perché la posta in gioco è infinita. L’eventualità che scoppi una guerra ha qualcosa di analogo: un conflitto militare avrebbe una portata talmente ampia che basta una minima probabilità che accada per renderne ineludibili le conseguenze. Per poterle eludere, e continuare a vivere e lavorare e commerciare e investire come se niente fosse, una parte enorme della nostra società accetta quindi il presupposto operativo che la guerra non è un’eventualità, e riguarda tutt’al più i nostri nonni e chi vive in Paesi poveri e lontani.

Naturalmente, sappiamo che non è vero: ma ci pare più proficuo strutturare la nostra vita come se fosse così, e correre il rischio di essere colti impreparati. Allo stesso modo, qui sul Venuti la vita è strutturata come se la guerra fosse sempre alle porte, e pur di evitare quel rischio si è disposti a dedicare anni ad addestramenti che, visti da fuori, possono sembrare realtà virtuale, finzioni. Ma entrambe le prospettive sono delle finzioni, delle semplificazioni adottate per muoversi in una realtà che è molto più fluida e incerta.

 

Da antimilitarista io trovo qualcosa di medievale nel pensiero che gli Stati Uniti, nei negoziati per il TTIP (il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti), abbiano tenuto conto della forza bellica europea; e sono convinto che accumulando armi si renda sempre più probabile che vengano usate. L’ammiraglio troverebbe ingenua all’inverosimile la mia visione di una sfera economica scevra da un fondo di violenza, e vedrebbe nella corsa agli armamenti il modo migliore di scongiurarla, la guerra.

La mediazione fra bolle in cui vigono presupposti incompatibili è il compito della politica, ma la politica oggi è debole e sfuggente e preferisce il cerchiobottismo alle risposte esplicite. Spende miliardi in aerei da caccia ma incolpa dell’acquisto amministrazioni passate; costruisce sottomarini all’avanguardia, ma anziché difendere una scelta precisa («l’Italia deve essere una potenza militare», posizione che si può non condividere ma che ha il pregio di essere chiara), accampa alibi scientifici o umanitari che reggono male la prova dei fatti. L’unica risposta alla domanda se per l’Italia abbia senso spendere mezzo miliardo per un sottomarino mi sembra “Dipende”.

L’emersione si sente di più – percepisco come sbilanciamento la perdita dell’assetto neutro durante la risalita, e sento il risciacquo delle casse che si svuotano. Pochi minuti dopo torno a uscire sulla plancia, un alone di acqua salmastra sulla vetroresina zigrinata come unico ricordo dell’immersione di poco fa. I periscopi girano tutt’intorno per avvistare se è già uscita la lancia che mi riporterà a terra.

Ma l’attesa dura un po’, e nel frattempo quel sottomarino a pelo d’acqua diventa l’attrazione principale del golfo. Moto d’acqua, derivette e grandi cabinati si affollano in numero sorprendente tutt’intorno a noi, probabilmente non immaginando di essere a bordo di mezzi molto più veloci di quel grande orecchio invisibile. Salutano con la mano, filmano coi cellulari. Dai parapetti li vediamo sporgersi di spalle, a scattare selfie-con-sottomarino che pochi minuti dopo ritroveremo online cercando su Instagram l’hashtag #sottomarino. La mattina avanzata è calda e luminosa, l’aria tersa garantisce una visione nitida di tutto il profilo frastagliato del golfo, da Portovenere a Montemarcello. Le foto verranno bene.

La lancia è quasi arrivata quando un gommone di milanesi in cerca di inquadrature drammatiche ci taglia l’acqua e poi vira bruscamente, venendoci incontro di muso. L’ufficiale in plancia avverte subito il comandante, ancora al CIC: «Bersaglio in rotta di collisione!».

Venti minuti dopo sono già sul treno.

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