I libri, i giornali, lo stile e lo scrivere in italiano nell’era dell’anglofonia. Pubblichiamo l’intervento di una delle firme di IL tratto da “La cultura in trasformazione”, una raccolta di saggi a cura di cheFare (minimum fax).

 

1.
Ricordo un’epoca in cui si diceva “americanata”. Ho trentun anni. Non poteva essere così tanto tempo fa.

grafico-americanata

Evoluzione storica delle attestazioni del termine «americanata» (Google Books).

 

2.
Una piccola biografia culturale:
Mi sono iscritto a Lettere nel 2003 perché volevo studiare Barthes e Foucault; nel 2008 ho iniziato un dottorato sull’ontologia matematica del filosofo americano Willard Van Orman Quine. Quell’anno ho pubblicato il mio primo romanzo, che parlava di un gruppo di ventenni che per varie ragioni (Erasmus, lavoro, troppo tempo libero) si ritrovavano a Parigi; tre anni dopo è uscito il secondo, che parlava di un gruppo di persone accomunate da un passato, più o meno reale, a Harvard. Per mantenermi traduco dall’inglese letteratura contemporanea e qualche classico meritevole di una nuova attenzione col consolidarsi della sua posizione nel canone (Francis Scott Fitzgerald, H.G. Wells). A volte insegno in una scuola di scrittura chiamata come il protagonista di un classico della letteratura americana. La rivista per cui scrivo – considerata fra le più vivaci e innovative nel panorama editoriale italiano, di certo quella più sperimentale in fatto di grafica e cultura visiva – è diretta da un giornalista che si è fatto le ossa come corrispondente da New York. I miei pezzi sono più lunghi e ondivaghi di semplici recensioni, ma di norma prendono spunto da libri appena usciti negli Stati Uniti. Questo spesso crea dissapori con gli uffici stampa degli editori italiani, che si lamentano del fatto che, all’uscita del libro qui, la mia rivista non ne scrive perché lo ha già fatto l’anno prima.

 

3.
Nel 2012 ho pubblicato sulla rivista frieze un pezzo che parlava del ruolo dell’inglese nel mondo dell’arte. È il ruolo di una guardia del corpo, o di un’ombra, o di un secondino. Ovunque vi sia una parola scritta destinata a immettersi nel discorso internazionale intorno all’arte (la recensione di una mostra a Taipei, il comunicato stampa di una triennale a Beirut, il profilo di una scultrice giapponese per un magazine brasiliano), questa è accompagnata dal suo doppio tradotto in inglese o, più spesso, in inglese americano.
Non c’è nulla di male in questo. Sì, l’inglese deve la propria centralità al fatto di essere stato la lingua del colonialismo prima e del grande capitalismo poi, con tutta la scia di ingiustizie che ne consegue; ma nei fatti oggi è il veicolo migliore per lo scambio transnazionale di idee, non solo dal centro alla periferia (in parallelo al flusso delle merci), ma fra una periferia e un’altra. La galleria di Pescara e il museo di Pechino non usano l’inglese per parlare agli Stati Uniti, ma soprattutto per parlare fra loro.
Ma una lingua non è solo una grammatica e un lessico. Da non madrelingua che spesso scrive per riviste inglesi sapevo che la capacità più faticosa da acquisire, il traguardo più sfuggevole, è quell’insieme di consuetudini e schemi di riferimento che chiamo “stile intellettuale”: le norme non scritte, a metà fra etica ed estetica, su quali requisiti debbano rispettare un’argomentazione solida o una dimostrazione cogente. Nella tradizione umanistica italiana e francese, ad esempio, questi requisiti includono un linguaggio ricco e alto, e un solido apparato di citazioni (chiunque abbia visto una tesi di filosofia sa di cosa parlo). In quella statunitense, al contrario, questi tratti sarebbero visti come segni di confusione, e l’ideale di prosa intellettuale mira a una concisione che spesso in un contesto accademico italiano trasmetterebbe ignoranza e aridità.
Questa divergenza di standard fa sì che i testi accademici di ambito non angloamericano tradotti spesso risultino, a chi ha orecchio per l’inglese, meno convincenti che in originale: menano il can per l’aia, appaiono confusi e poco incisivi. Il grande storico dell’arte tedesco Hans Belting ha preferito eliminare un intero capitolo dall’edizione inglese della sua Bilderanthropologie piuttosto che autorizzarne una versione che, letteralmente, «sembrava non significare niente». Ma spesso il lavoro di Belting viene svolto da caporedattori e direttori di riviste e case editrici che, essendo madrelingua, trovano meno incisivi testi scritti (anche in inglese perfetto) da chi viene da orientamenti intellettuali diversi, e finiscono per privilegiare i propri connazionali o chi ha potuto permettersi una costosa educazione privata negli Stati Uniti.
Questa, tecnicamente, non è discriminazione: ai loro occhi scrivono davvero meglio. Allo stesso modo, i candidati maschi sono davvero meglio delle donne quando vengono giudicati da una giuria di, be’, maschi.
La soluzione a questo problema – il modo per far sì che l’inglese diventi un veicolo più neutro per la comunicazione internazionale – è di sottrarlo al controllo degli inglesi. Se realmente è la lingua di scambio fra, per dire, un’accademica cinese e un curatore cileno, come mai fra di loro deve frapporsi un custode britannico, californiano o neozelandese, a verificare che quello scambio rispetti i gusti intellettuali della cultura di una piccola isola a nordovest dell’Europa? Quelli che a un redattore madrelingua possono parere scivoloni, o passaggi poco chiari, risultano magari brillanti e chiarissimi a un lettore altrettanto distante dell’autore dall’inglese standard.

 

4.
Questa difesa dell’inglese nonstandard l’ho scritta cinque o sei volte, perché rispettasse gli standard della rivista inglese su cui è uscita.
Poi è andata molto bene, tanto che una rivista italiana l’ha voluta ripubblicare. La redazione mi ha mandato la traduzione perché la approvassi e, benché fosse un lavoro ben fatto, mi è parso che risentisse, in senso inverso, di quello stesso problema di “stile intellettuale”: la mia prosa inglese in italiano mi appariva sciatta, troppo scarna, priva della preziosità lessicale e del brio sintattico di cui nella mia lingua madre andavo fiero. Ma non avevo tempo di riscrivere, e niente di meno sarebbe bastato: non era un problema di traduzione, ma di gusto retorico e modalità argomentative. Con un filo di esitazione ho accettato che uscisse comunque.
L’articolo ha avuto molta visibilità e mi sono arrivati moltissimi commenti, quasi tutti positivi. Anche vari amici mi hanno scritto, per felicitarsi di quel salto di qualità – quell’articolo tradotto dall’inglese era il mio primo pezzo lungo per una rivista italiana.
Ma che fosse una traduzione era scritto in nota, in piccolo, quindi molti di loro hanno creduto che lo avessi scritto direttamente così. Per questo mi hanno detto anche che, a leggerlo, si vedeva che ero cresciuto, come scrittore: la mia prosa era molto più bella di quanto ricordassero.

 

5.

Quando una lingua nazionale circola in concorrenza con una lingua universale nella stessa società, e quando è chiaro che quest’ultima guadagna forza sempre maggiore, un numero via via più grande di cercatori di conoscenza diventerà bilingue. Ciò andrà a influire su come questi bilingui si rapportano alla loro letteratura nazionale, e quindi su tale letteratura stessa. Il declino di una lingua prende le mosse quando i bilingui, senza rendersene conto, cominciano a leggere l’inglese e la propria lingua su due livelli diversi. […] Questi bilingui continueranno a scrivere e-mail e blog nella propria lingua. Ma prenderanno ciò che leggono in inglese più sul serio. Ad esempio, preferiranno leggere di eventi internazionali di grande portata sulla stampa anglofona; […] correranno a ordinare i grandi libri in inglese prima dell’uscita della traduzione; preferiranno gli sceneggiati televisivi americani e inglesi a quelli nazionali. Si abitueranno a dare poco peso a ciò che viene scritto nella loro lingua, e quindi percepiranno la loro letteratura nazionale come meno importante di quella scritta in inglese – specialmente i classici della letteratura in inglese, che si stanno trasformando in un canone universale.

Citazione da: Minae Mitsumura, Nihongo ga Horobiru Toki – Eigo no Seiki no Nakade (Il declino del giapponese nel secolo dell’inglese), Zōho, Tokyo 2008.

 

6.
Il 14 gennaio 2016 il sito di Repubblica ha pubblicato la stessa notizia in italiano e in inglese, a proposito di un fatto di cronaca nera avvenuto a Firenze.
L’articolo in italiano chiamava la vittima per nome, Ashley, come una bambina; diceva già nel sottotitolo che si indagava su un «senegalese» e nel testo era ripetuto due volte. Parlava di un «noto spacciatore di cocaina» che ormai «la polizia considera il suo assassino». In inglese la chiamava Olsen, come un’adulta; non nominava mai colori di pelle o nazionalità; diceva che «il primo indiziato sarebbe uno spacciatore».
Varie cose colpiscono in questa storia. La prima è che le stesse persone (non gli autori dei pezzi, diversi, ma i responsabili del sito e della testata) hanno mostrato sensibilità ben diverse. Quelli che in inglese sarebbero visti come marcatori di razzismo e sessismo sono stati evitati senza problemi, ma per qualche ragione si è ritenuto che in italiano non sarebbero apparsi come tali e, magari, avrebbero alimentato la condivisione facendo leva sull’impatto emotivo del nome proprio o sul sentimento xenofobo dei lettori. La seconda è che questi due prodotti di qualità oggettivamente diversa venivano offerti senza batter ciglio nella stessa pagina, con la certezza che il target dell’uno fosse del tutto impermeabile a quello dell’altro. Ma chi li vede entrambi che conclusioni dovrebbe trarne?
E chi per lavoro li scrive?

 

LaPresse

7.
Molti miei compagni di Lettere e Filosofia volevano fare i giornalisti. Alcuni ce l’hanno fatta. E. ha fatto la gavetta, partendo da qualche trafiletto per la redazione milanese di un grande quotidiano e salendo fino al praticantato e quindi a un posto in redazione. Dopo un lungo vagare, B. ha ingoiato le remore e accettato una collaborazione fissa per un giornale di destra, rimpiazzando pian piano la vergogna col Maalox fino ad arrivare al tesserino. M. ha fatto il primo stage recensendo locali a Milano. F. per due anni si è svegliata prima dell’alba per fare i giri di nera per una free press. Alla fine sono stati tutti assunti. Era il 2005, il 2006, il 2007.
Per certi versi hanno avuto fortuna: sono stati l’ultima generazione dell’Articolo 1, riusciti a intrufolarsi nella prebenda attraverso l’ultimo spiraglio di portone.
Per altri versi, però, sono entrati in un sistema di produzione di informazioni antiquato e sclerotizzato, delle cui storture si vergognano (perché vedono online, tutti i giorni, esempi di lavoro più approfondito e indipendente, meno sensazionalista) senza avere alcuna possibilità di porvi rimedio. Nel frat- tempo sono nate altre testate, più agili e innovative, con modelli di business diversi, legati a carta e web ma anche all’uso del prodotto editoriale come “biglietto da visita” per un’agenzia di comunicazione o di organizzazione di eventi, o di corsi.
Ma gli eventi, i corsi e gli incassi stracciati della pubblicità in rete possono mantenere una testata solo a condizione che abbia pochi redattori interni e paghi relativamente poco gli esterni.
E quindi anziché produrre inchieste originali e commissionare analisi, le nuove testate si concentrano perlopiù sulla cosiddetta aggregazione: la pratica di riassumere, confrontare, semplificare e condividere giornalismo e approfondimenti prodotti da altri.
E quindi – per differenziarsi, ma soprattutto perché è di qualità migliore in partenza – i contenuti “aggregati” sono in larga misura contenuti americani.

 

8.

Ciò dà inizio a un circolo vizioso. Più questa tendenza si fa palpabile, più gli scrittori non inglesi sentiranno che con la propria lingua non riusciranno a raggiungere il pubblico a cui mirano. A peggiorare le cose, questo sarà tanto più vero per chi ha intenzione di fare letteratura seria. Senza un pubblico fidato questi scrittori avranno sempre meno ragioni di scrivere nella loro lingua, che quindi avrà sempre meno testi interessanti da offrire. Questo processo di selezione negativa porterà a scrivere nelle lingue nazionali solo i libri che neanche meritano quell’appellativo, quelli che escono oggi per essere dimenticati domani. Non solo i bilingui, ma gli appassionati di letteratura in genere finirebbero per smettere di aspettarsi dalla propria lingua la portata intellettuale, etica ed estetica di un tempo.
La letteratura nel senso più ampio non finirà mai. Ma ora, nell’era dell’inglese, ci troviamo di fronte alla possibilità che le culture nazionali possano declinare. Quelle che erano lingue nazionali potrebbero diventare lingue locali.

Citazione da: Minae Mitsumura, Nihongo ga Horobiru Toki – Eigo no Seiki no Nakade (Il declino del giapponese nel secolo dell’inglese), Zōho, Tokyo 2008.

 

9.
La rivista per cui scrivo mi ha chiesto di recensire un saggio di una firma di punta di un quotidiano nazionale, pubblicato da uno dei principali editori italiani. Ho interrotto costantemente la lettura per prendere appunti, ma questi, anziché sui contenuti, vertevano quasi tutti sulla lingua.
Il saggio parla di nuove tecnologie, e quindi è normale che ci siano termini inglesi in abbondanza, i “prestiti di necessità” (cruise control, mobile payment, paywall). Sono scelte linguistiche perfettamente sensate: non esistono alternative italiane, e quelle create apposta risulterebbero incomprensibili o urticanti. Ci sono anche molti prestiti cosiddetti di lusso, come human-made, future-friendly: non sono nomi di battesimo di qualcosa che è stato inventato all’estero, ma modi di esprimere un concetto che in inglese risultano più concisi ed eleganti del giro di parole che vi corrisponderebbe in italiano. La loro frequenza è rivelatoria (del fatto che l’autore pensa in inglese: del fatto che presume che i lettori lo capiscano), ma non più di quanto tutti quegli chérie fossero rivelatori delle mode dell’Ottocento. Ci sono i calchi, come “stima conservativa” usato per dire “cauta”. Ci sono trasposizioni inspiegabili come un “3R” riferito alle discipline di base della didattica (leggere, scrivere, fare di conto), comprensibile solo a chi visualizzi il gioco fonetico su cui è basato, che funziona solo in inglese.
Ma al di là della superficie linguistica, che è una roba da puristi e attaccabrighe, è più interessante osservare che è americana l’aria che si respira. Quasi tutte le statistiche citate sono basate su dati statunitensi (quando sarebbe bastata una ricerca in rete per trovare quanti sono gli autotrasportatori in Italia, o come è cambiata l’età media della forza-lavoro); quasi tutti i dati sono espressi in miglia e in dollari; i paragoni sono tutti presi dalla cultura pop americana (House of Cards, Jay-Z).
Questi tratti farebbero pensare che il libro sia tradotto dall’inglese (il che sarebbe normale, visto che le aziende di cui parla sono tutte americane), o che comunque sia scritto dall’interno di quella cultura lì. Ma ci sono altri elementi che invece rivelano chiaramente che si tratta di un libro italiano. Ad esempio, il testo è ricco di tentativi di impreziosire la prosa con riferimenti da liceo classico: chi studia lo fa in modo «matto e disperatissimo», i droni «vanno temuti anche se portano doni». Ci sono frequenti stereotipizzazioni razziali (specie sui cinesi e sugli indiani), e certe metafore ardite dal sapore discriminatorio (una donna ha un «sorriso da canari-no mannaro», che sarebbe difficile immaginare su un uomo – o immaginare tout court).
Chiunque abbia una qualche dimestichezza con gli standard editoriali del mondo anglosassone sa che questi tratti non passerebbero la revisione di un paper universitario – figurarsi quella di un grande editore. Allo stesso modo, le tre pagine tradotte di peso da un periodico, senza citarlo (né dichiarare che di citazione si trattava), causerebbero la fine di una carriera negli Stati Uniti. In Italia sono una prassi tanto consolidata che spesso, come in questo caso, un occhio abituato non fatica a riconoscerle a prima vista.
E quindi la cosa rilevante non è solo che la lingua sta cambiando, e con essa la desiderabilità di certi tratti stilistici rispetto ad altri (lo stesso valeva per i francesismi un tempo). E non è neppure il fatto che si possa parlare a un lettore italiano chiamando a sostegno statistiche e atmosfere di un altro continente, senza neppure prendersi la briga di cercare un corrispettivo legato al contesto italiano: perché tanto il centro immaginativo del discorso resta comunque un altro, perché tanto si sa (dato che è vero) che ciò che accade in Florida è molto più rilevante per l’Abruzzo di quanto ciò che accade in Abruzzo lo sia per la Florida. No, quel libro è interessantissimo e appassionante, non malgrado ma grazie all’aria americana che al suo interno si respira. La cosa rilevante, penso, è che si dimostra italiano solamente nelle sciatterie e nelle inesattezze: ciò che vi è di italiano è ciò che vi è di sbagliato.

 

10.
Fare cultura oggi in Italia significa in larghissima misura fare da mediatori, spiegatori, diffusori, traduttori, di cultura prodotta in inglese. Senza bisogno di chiamare in causa colonialismi e capitalismi, che pure c’entrano, questo ha un’ottima spiegazione economica: tradurre (un libro, un film, un reportage) permette di avere un prodotto migliore a costi più bassi. Non sarà migliore perché americano, o inglese, ma anche solo perché, avendo un pubblico di riferimento maggiore, può essere pagato di più. Il mio articolo per frieze era lungo circa quanto questo testo, ma era pagato quattro volte tanto – il che mi ha permesso di lavorarci più a lungo e con più calma, di fare varie riscritture, di viaggiare per fare ricerche, e quindi di produrre un testo più approfondito e chiaro. Per una rivista italiana non mi sarei mai potuto permettere di farlo. Più economico per loro, e più conveniente per me, e più gratificante per il lettore, sarebbe chiedermi di tradurre, magari adattando a un pubblico italiano, un bel reportage sullo stesso argomento uscito sull’Atlantic, sul New Yorker o su frieze. Le nuove testate online lo fanno programmaticamente, pagando (poco) traduttori e riassuntori; quelle vecchie, cartacee, sovente si trovano a pagare (di più) giornalisti che per fretta e convinzione che tanto-passa-tutto si limitano ad appiccicare la propria firma su collage tratti da fonti statunitensi e inglesi, in cui l’unica originalità sta nel superficialismo e negli errori. Questo capita molto spesso per le pagine di tecnologia, scienza e per certi esteri, ma ormai sempre di più anche per la cultura.
(Per inciso: a modo loro quei giornalisti hanno ragione. Passa tutto).
Tradurre e spiegare al pubblico italiano la cultura angloamericana è un lavoro appassionante e che può avere un’utilità pubblica molto spiccata (è, in larga misura, quello che faccio io). Ma ci sono sensi in cui non esaurisce ciò che fino a qualche decennio fa si definiva “lavoro culturale”. Non parla di Italia, o ne parla poco e male. Non riconosce l’identità culturale se non come si deplorano le rughe e le convessità che impediscono a una superficie di riflettere adeguatamente ciò che vi si proietta. Non c’è un dibattito che vada oltre quello che vede scolari schierarsi pro o contro le idee esposte in un brano di lettura. C’è chi vince e chi perde, ma l’autore del testo antologizzato, naturalmente, se ne fotte; e il professore spiegherà il prossimo capitolo più in fretta, sapendo la classe disattenta; e gli studenti passeranno il pomeriggio alla Playstation e domani discuteranno della pagina seguente, e alcuni saranno d’accordo anche con l’autore del brano nuovo, e altri no.

 

11.
Naturalmente, le citazioni dal giapponese non sono tradotte da me, che non so il giapponese. Sono ritradotte dalla versione inglese del libro di Mitsumura, che con ogni probabilità non vedrà mai la luce in italiano. Non ha abbastanza mercato.

 

12.

Adesso capisco cosa significa perdere una guerra.

Citazione da: Fukuda Tsuneari, Watashi no kokugo ky shitsu (Il mio spazio linguistico), Shinchōsha, Tokyo 1960

 

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La cultura in trasformazione è una raccolta di saggi, a cura dell’associazione cheFare. Oltre all’intervento di Vincenzo Latronico, che pubblichiamo qui, ospita testi di Ivana Pais, Christian Raimo, Paola Dubini, Gianfranco Marrone, Roberto Casati, Alessandro Bollo e Jacopo Tondelli.

Aa. Vv. (a cura di cheFare)

La cultura in trasformazione

minimum fax 2016
145 pagine, 13 euro
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