Intervista con Don DeLillo, dal Bronx a Joyce, in occasione dell’uscita italiana del suo nuovo romanzo

  • Incontro Don DeLillo sul Canal Grande a Venezia. È un giorno di sole, la città è piena, lui è vestito in colori tenui anni Settanta, tra il beige e il grigio, ha basette brizzolate e la voce newyorkese. (Sarà ancora in Italia in questi giorni alla Festa del Cinema di Roma il 22 ottobre per parlare con Antonio Monda di Deserto rosso; al Circolo dei lettori di Torino il 24; il 25 alla Scuola Holden; il 26 al Palazzo Ducale di Genova). Per preparare l’intervista ho rivisto quasi tutti i film di Michelangelo Antonioni. Antonioni spesso ritraeva un ambiente che raccontasse il presente e il futuro. Una fabbrica nella palude, i nuovi palazzi di Roma, la Borsa, un’isola deserta per borghesi annoiati… E dentro ci metteva dei vagabondi esistenziali a chiacchierare di cose alte e basse. Molta narrativa di DeLillo è così. Nell’ultimo Zero K c’è la Convergenza: un centro sotterraneo e remoto dove si prova a congelare i cadaveri per farli rinascere in un futuro dopo l’apocalisse.

È voluto? Mi viene naturale. I film dei primi anni Settanta mi hanno influenzato in un modo così forte che è quasi un mistero. So che sono importanti. Film quasi tutti europei, alcuni giapponesi, e poi negli anni Settanta i registi americani sono diventati più interessanti. Ma negli anni Sessanta, scoprii il potere visuale della pellicola. Puro piacere. E ho cominciato a fare sul serio con la narrativa e il romanzo. Americana uscì nel 1971, mi ci volle un’eternità per scriverlo, stavo imparando a fare il romanziere.

Che lavoro faceva? Ero un copywriter pubblicitario. Mollai. Non per scrivere. Mollai e basta. Un mattino mi dissi: oggi è il giorno. E poco a poco diventai uno scrittore.

Americana è dello stesso periodo dei film americani di Antonioni. Professione reporter ha molto in comune con Americana. Ma uscì dopo, nel 1975. Poi scomparve per ragioni legali per vent’anni. A metà degli anni Novanta andai al Telluride Film Festival e lo davano per la prima volta da vent’anni: lo presentai io.

Una volta qualcuno le chiese se era un autore postmoderno e rispose di essere l’ultimo moderno. Sono un modernista. Mi vedo all’interno di una lunga linea che parte da James Joyce.

Guardando Antonioni mi sono convinto che lei vuole essere un artista e non un intellettuale. Sono d’accordo. E devo enfatizzare che lavoro molto per intuizione. È molto importante. Non faccio schemi. Prendo appunti su scene, dialoghi e nomi di personaggi. Non so niente dell’intreccio. Vado frase per frase. Spesso comincio un romanzo perché ho una immagine visuale che mi spinge alla macchina da scrivere, e comincio a lavorare.

E dopo queste intuizioni se le ricorda? A volte sì. Con Zero K avevo un’immagine che poi ho pensato di non usare. Un’immagine molto vivida di un nugolo di grattacieli, una decina, sulla riva di un fiume, e dietro non c’è niente se non terra arida, senza città, senza gente. Ma poi ho capito che non volevo i grattacieli, volevo andare sottoterra, in una parte remota del mondo, e allora ho scelto l’Asia minore, e ho deciso di nascondere lì la Convergenza.

Zero K fa pensare ai temi di eutanasia e suicidio assistito: negli Stati Uniti le hanno chiesto cosa ne pensa, e cosa pensa della criogenetica?  Non ho opinioni forti a riguardo. Seguo i miei personaggi. Non ho una convinzione di cui poi scrivo. Imparo attraverso la scrittura, e non è che sviluppo per forza un atteggiamento pro o contro.

Ha incontrato gente che se ne occupa? No. Ho fatto un minimo di ricerca. Libri. Non troppo. Non volevo fare troppa ricerca.

Il libro mi ha fatto pensare all’Infanzia di Gesù, l’ultimo di J. M. Coetzee: due finti libri di fantascienza che sono in realtà dei libri spirituali, sulla vita e sulla morte. Zero K poi ha una seconda parte ambientata a New York che sconcerta perché il narratore è di ritorno dal laboratorio dell’Asia minore e tutto il presente sembra allucinato. Volevo che Jeff in città facesse cose assolutamente normali, ma con questa forza dietro e sopra di lui. Parla del traffico, vede gente per strada, è tutto molto quotidiano.

C’è questa frase (che fa pensare molto ad Antonioni): «Gli effetti soporiferi della normalità, le mie giornate di ordinaria deriva». Jeff è così, e i suoi lavori hanno titoli anonimi, burocratici. Jeff cerca di vivere questa vita. Si vede così. Rispetto ad Artis e Ross [la matrigna, malata, e il padre, finanziere che paga per il progetto Convergenza].

Jeff è un vagabondo della normalità. E sembra solo un ritratto artistico, metafisico, non un’affermazione intellettuale del tipo “è un borghese da maltrattare”. Giusto. C’è un elemento molto importante: succedono cose, nel libro che sono in qualche modo inspiegabili. Verso la fine della prima parte, Jeff sta guardando uno schermo, e un gruppo di persone che era nello schermo appare in corridoio in tre dimensioni. Come? Non c’è spiegazione. È come se la Convergenza esistesse solo per toccare questo individuo, cioè Jeff.

È come il film Solaris di Andrej Tarkovskij. Sì, qualcosa del genere. Ma è fiction. Non è science fiction. Non è futuristico.

È poetry-fiction. Sì, è un buon modo di definirlo.

Le piace Tarkovskij? Lui sapeva spostarsi dalla narrazione alla poesia. Sì, lo amo molto. Ma non ho mai ragionato davvero su queste cose: quando mi viene un’idea la seguo. Non ho detto “questo non può succedere in questo modo”, ho continuato e basta.

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La realtà che filtra nella Convergenza attraverso gli schermi è internazionale. Terrorismo, inquinamento… C’è l’elemento importante delle minacce al pianeta in sé. Che è il motivo per cui la Convergenza è nel posto in cui è. È sott’acqua. In un underworld… Non so se ha davvero senso, ma l’idea è che potrebbero essere al sicuro da disastri: clima, o guerra, o la fame… Si presume che possano creare cibo da soli.

Quindi lo sfogo ecologista di uno dei capi del centro è sentito dall’autore? Sì. Quei suoi discorsi sono le cose che sento per la guerra, il terrore e le minacce al pianeta.

Negli ultimi quindici anni di terrorismo internazionale si è trovato a discutere di Mao II? La gente ha sollevato la questione ultimamente. Non ricordo chiaramente cosa c’è in quel romanzo.

Diceva che i terroristi erano diventati i veri artisti, perché cambiavano l’immaginario. Ma non è necessariamente la mia opinione, è un personaggio che lo dice. Io non li vedo così. Ho opinioni private come tutti e non c’entrano con i miei romanzi. Procedo frase per frase e mi vengono le idee. E anche il senso visuale delle parole sulla pagina ha impatto su di me. Uso una macchina da scrivere vecchia, con caratteri abbastanza grandi, e mi piace il suono della macchina, è un’esperienza sensuale. Scrivo lentamente, poi quando l’idea ha un suo fuoco batto più velocemente. Credo che la macchina da scrivere sia parte di ciò che faccio. Non direi che è come un pittore col suo pennello, no. Ma è cruciale, è parte del pensare. Io penso con un certo ritmo che va con il battere sui tasti. Non posso andare troppo sciolto. E non posso battere troppo in fretta. Non posso battere più veloce del mio pensiero.

Ho letto che non voleva essere un autore italo-americano. È vero, non volevo. Ma all’inizio ero proprio così. Scrivevo delle mie esperienze personali con amici e parenti nel Bronx italiano. Racconti brevi. E poi ho dato un taglio. Ed è per questo che il mio primo romanzo si chiama Americana. Ma sono cresciuto nel Bronx. Ora che ho una certa età sto ridiventando il ragazzino del Bronx. Ci penso più spesso, invecchiando.

E con Underworld ha voluto riprendere i temi del Bronx, inserendoli nel quadro più ampio dell’immaginario modernissimo costruito con gli altri libri? Sì esatto. Tornai al vecchio quartiere. Era la prima volta che ci tornavo. Mi ricordavo lo slang italo-americano, lo slang del Bronx. Ho dovuto riscoprire lo spelling delle parole. Il mio editor italiano non aveva idea di cosa fossero quelle parole. Magari erano parole italiane che esistevano solo in certe parti del Bronx.

È difficile tradurla in italiano. Ha dei traduttori bravi [per Zero K, Federica Aceto]. Sembra che alla sua scrittura servano soprattutto parole da due sillabe. Per me il ritmo delle parole è importantissimo. E il loro aspetto. Il modo in cui la prima lettera di una parola si abbina non dico alla successiva, ma a un’altra. E il ritmo. E le somiglianze tra pronunce, che non puoi avere nelle altre lingue a meno di colpi di fortuna.

In questo contesto come posso infilare la domanda su Clinton e Trump? Non so cosa dire.

Posso scrivere che non sa cosa dire? Allora. In questo romanzo trattiamo della possibilità dell’immortalità. Prova a immaginare come sarebbe se Donald Trump dovesse vivere fino al prossimo secolo. È tutto quel che ho da dire.

Don DeLillo
Zero K

Einaudi 2016
244 pagine, 19 euro
Don DeLillo sarà il 22 ottobre alla Festa del Cinema di Roma, per discutere con Antonio Monda di Michelangelo Antonioni e di “Deserto rosso”; il 24 incontrerà i lettori al Circolo dei lettori di Torino; il 25 sarà alla Scuola Holden, sempre a Torino; il 26 incontrerà i lettori a Palazzo Ducale a Genova
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