Il romanzo antropologico di Marco Ferrante racconta i bisnipoti degli “Indifferenti”

Non esiste un modo per scrivere il Grande Romanzo Italiano – non importa se sui padri o sui figli – che non sia farlo passare per Roma: la borghesia della capitale, il vecchio totem, è tornata ambizione letteraria.
La questione è che raccontare i semi-ricchi di Roma è difficile quanto raccontare le miserie di Napoli: che i guai siano politici, sociali e radicati non facilita il lavoro dello scrittore. Perché c’è poco da studiare e pochissimo da aggiungere: ogni originalità è stata tentata in precedenza e Gli indifferenti li ha già scritti
Alberto Moravia.
Marco Ferrante con Gin tonic a occhi chiusi fa la cosa narrativamente più convincente: per arrivare al saggio antropologico, per spiegare come sopravvive al disordine una città che è corrotta con una perfezione geometrica, comincia dalla storia di una famiglia. Loro si chiamano Misiano e non potevano essere meglio di così: degenerati all’ultimo stadio e neanche troppo in cerca di redenzione. Essere immorali vuol dire vivere liberi, le altre idee di giustizia sociale della borghesia onesta e piccola, dice Elsa, la madre, «sono tutti tic».

L’albero genealogico dei Misiano nelle prime pagine è un reportage.
Elsa, quasi settant’anni. «Dimensioni fisiche matronali, cinica perché può permetterselo. C’è una cosa che le piace più di tutte altre le cose al mondo: raccogliere con un pretesto tutto il personale di servizio». Accorgersi che qualcuno segue i suoi ordini è «soddisfazione esistenziale».
Ha tre figli educati a una rigida competizione fraterna: Gianni è un fiscalista «egoista invincibile, intelligente, piantato sulle gambe». Paolo ha quarant’anni ed è un deputato: «Emotivo, sentimentalmente e psicologicamente instabile. Ha una moglie compatta, con una sensualità matrimoniale». Ranieri, il più giovane, «giornalista, non brillante, belloccio, pretese estetizzanti, tendenzialmente fortunato. Sua madre lo preferisce sfacciatamente agli altri due figli, che lo considerano uno stronzo».
Roma sullo sfondo è quello che rimane della grande bellezza. Nei Misiano si riconosce il profilo di certe famiglie degli ultimi trent’anni che si sono diligentemente preoccupate del miglioramento sociale: il proprio. Piccole ricchezze accumulate con pazienza, qualche casa in affitto che garantisce la manutenzione della barca e gli stipendi della servitù.
I soldi ben coltivati per un paio di generazioni li hanno fatti arrivare al traguardo quasi aristocratico della noia: è quando uno scontento immotivato inizia a governare la tua esistenza che sai quanta strada hai fatto.
Il libro vive di episodi che fanno romanzo a sé.
Nel primo il protagonista è Paolo Misiano, il politico. Incontra una certa Teresa a un convegno mentre la moglie aspetta il quarto figlio. Qualche giorno dopo un amico di partito gli parla casualmente della sua nuova amante, si scopre che Teresa è «quel tipo di mignotta, un po’ sì e un po’ no», la razza fatale al maschio. Paolo, data la combinazione irresistibile, s’innamora.
La descrizione di Ferrante della mignotta un po’ sì e un po’ no è talmente accurata che quasi ti fa dimenticare che è senza pietà:

A Roma è pieno di questo genere di poveracce. Madre a Tor Tre Teste, a Latina o sulla Prenestina (ma è la stessa cosa se vai a Milano e le mamme sono di Paderno o della provincia di Piacenza), propensione per lo shopping, visione della vita alquanto televisiva, mito di Porto Cervo – via Verissimo.

Seguirà uno scandalo droga-prostitute-corruzione, e Paolo è costretto a confessare tutto alla moglie: «Lei lo ha guardato. Si è fermata a pensare. Non vuole litigare con lui, le fa pena. Sta con un uomo senza coraggio (come tutti gli uomini, ovviamente) e senza volontà. Gli dice “adesso vattene via, non ti voglio vedere. Dormi a casa finché arriva il bambino. Poi deciderò”. Paolo obbedisce e si sente un po’ sollevato dal fatto che lei abbia preso le redini».
Sistemata la moglie, deve cercare di ripulirsi dallo scandalo politico e pensa di distrarre il pubblico e i giornali tirando fuori un disegno di legge sull’energia eolica.
«E se andassi in tv a spiegarmi?», chiede al fratello, Ranieri. «Spiegare che cosa – risponde Ranieri – che sei un cretino?».
Paolo quella sera torna a casa solo per assistere a un disperato silenzio a cena con la moglie. Poi «va a dormire presto ma si alza tre volte. Teme l’ictus».
È il senso del romanzo: anche quando l’egoismo sembra impossibile da praticare, si torna sempre a preoccuparsi per sé, qualunque sia la proporzione del disastro e indipendentemente dai coinvolti. In un modo che dice: sopra la rovina di tutto, resto io.
Qui non è tanto il più adatto che sopravvive, perché a Roma sono tutti adatti: sopravvive chi sopravvive, decide la fortuna non la forza. Essere disonesti può non bastare.

Chi vince? Si chiede il lettore verso la fine. Chi resta disinteressato: la colpa borghese primordiale diventa prova di forza. L’unica battaglia ideologica è quella con se stessi, sta nel convincersi che tutto è normale – Paolo si affaccia al balcone ma riesce a pensare al suicidio solo per due minuti: «Buttarsi. Ma non può. Sa che non lo farà. Non gliene importa fino a quel punto».
Gin tonic a occhi chiusi è un romanzo poco astratto su Roma e su un certo modo di vivere. E c’è qualcosa – in tutta la storia – che è un’idea insistita, quella per cui nessuno è destinato a salvarsi. Tutti si detestano, ma «rispettando una forma di fair play che tiene conto di tante esigenze, necessità, limiti, affetti e buona educazione».
Negli Indifferenti, proprio all’inizio, Leo diceva a Carla, la perennemente insoddisfatta: «Sai cosa si fa quando non se ne può più? Si cambia». Ma se niente è destinato a migliorare? Allora tanto vale raccontare le cose come sono, e se sono grottesche, è meglio: i Misiano riusciranno a trovare pretesti per odiarsi anche al funerale della madre.
La conclusione è che la vita non cambia – così Moravia fa pensare a Carla – non vuole cambiare. La stessa cosa succede agli indifferenti di Ferrante: essere vivi sembra una specie di torto.

Marco Ferrante
Gin tonic a occhi chiusi

Giunti 2016
352 pagine, 16 euro
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