La candidata democratica non è il "minore dei due mali", è formidabile, preparata e capace.

Non ho mai creduto alla retorica delle due Americhe, una buona e una cattiva. Una avida, razzista e spietata, rappresentata da Wall Street, dai petrolieri, dalle corporation e dai possessori di armi; e un’altra illuminata, laica, liberal e generosa che si esprime con i libri, i film, la musica, la cultura pop. Non nego che gli Stati Uniti siano una nazione politicamente divisa a metà, tra la sterminata prateria e le metropoli sulle due coste, né che siano due mondi che quasi non si parlano e che spesso non si capiscono. Un’America rossa repubblicana e una blu democratica. Una rurale e una elitaria. Una che schiera i conservatori delle sconfinate libertà yankee, i credenti e i fondamentalisti; e l’altra i difensori delle minoranze e dei diritti di genere, gran parte degli intellettuali e dei media, i radical chic e gli antagonisti.

Ma ho sempre pensato che non fossero due Americhe separate, piuttosto entrambe profondamente americane e ciascuna incapace di reggersi senza l’altra. Un’America unica e molteplice, con tutte le sue evidenti contraddizioni a renderla un fenomenale esperimento sociale, un modello rivoluzionario e una nazione eccezionale da più di due secoli. Donald Trump, però, mi fa vacillare. Come può un con artist, un artista della truffa, diventare l’8 novembre il leader del mondo libero? Chi rappresenta? È davvero il leader della famigerata America malvagia?

A febbraio sono andato al caucus in Iowa e alle primarie in New Hampshire, in estate ho partecipato alle convention di Trump e di Clinton a Cleveland e a Philadelphia. Un paio di settimane fa sono tornato negli Stati Uniti per girare, con Stefano Pistolini, un documentario che andrà in onda in prima serata il 7 novembre sul canale Focus del gruppo Discovery (56 del digitale terrestre e 418 di Sky). Ho parlato con intellettuali e analisti, giornalisti e scrittori, gente comune ed esponenti dell’élite, americani ed espatriati, a New York e a Washington, in Virginia e in New Jersey, in città e in campagna, e sono tornato in Italia con l’idea che oggi in America, e non solo lì, la grande divisione non sia tra destra e sinistra, o tra bene e male, ma tra chi affronta le sfide della modernità provando a costruire ponti e chi pensa sia più urgente erigere muri, tra chi vede un futuro di prosperità nell’aprirsi al mondo e chi si preoccupa di difendersi chiudendosi a riccio, tra chi si ostina ad ancorarsi al principio di realtà e chi soggiorna nell’era della politica post fattuale, dove non conta ciò che è vero ma soltanto la percezione e la condivisione di una narrazione, qualunque essa sia e non importa se basata sui fatti o no. Questa nuova divisione ideologica spiega che cosa sta succedendo, di qua e di là dell’Atlantico, con Trump e con la Brexit, con i grillini e con Podemos, con le destre xenofobe e i neonazisti. E con il No alla riforma costituzionale italiana.

Mark Lilla, professore alla Columbia University, ha scritto un libro intitolato The Shipwrecked Mind (“La mentalità sommersa”) dove sostiene che viviamo nell’epoca dei reazionari. Trumpisti e no global, nazionalisti e fondamentalisti, e ci aggiungo il fronte del No, lamentano la fine apocalittica di un’epoca d’oro, un mondo ideale rovinato dalle élite, dai ricchi, dall’1 per cento. E dal giglio magico di Matteo Renzi. Non sono conservatori, non sono progressisti. Sono radicali e rivoluzionari che fantasticano di restaurare il paradiso perduto. Sono reazionari.

Hillary Clinton non è una reazionaria. È una liberale progressista. Può piacere o no, ma è una donna formidabile, preparata e capace. A pagina 41 Paul Berman spiega «perché non possiamo non dirci clintoniani», nonostante a destra la accusino di essere radicale e a sinistra di essere moderata. Hillary è la candidata dell’apertura, dell’estensione dei diritti, della politica che tiene conto dei fatti e non delle dicerie. Non è la candidata dell’America buona, né di quella cattiva. È la candidata dell’America.

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