“L'apparenza di ciò che non si vede”, visitabile fino al 6 gennaio, è un formidabile excursus negli archivi dell'artista, che in più di vent'anni ha radiografato la società postindustriale a tuttotondo, centrando l'attenzione sugli spazi, le infrastrutture e le tecnologie della comunicazione. Per questo la sua opera, affrontata come un corpo unico, assume una valenza fortemente politica

Nel 1974 dal radiotelescopio di Arecibo in Porto Rico è stato inviato un messaggio in codice binario la cui destinazione è il più luminoso ammasso globulare dell’emisfero boreale, alla distanza futuristica di venticinquemila anni luce. Questo messaggio contiene una serie di informazioni ritenute fondamentali per rendere edotte del nostro pianeta eventuali intelligenze aliene: c’è la composizione degli elementi chimici più presenti sulla Terra, la somma totale della popolazione umana, una rappresentazione grafica della doppia elica del DNA, del sistema solare, del corpo umano, eccetera.

Durante l’inaugurazione della mostra del fotografo italo-tedesco Armin Linke al PAC di Milano, intitolata L’apparenza di ciò che non si vede (visitabile fino al 6 gennaio), ho pensato al messaggio di Arecibo. Se un giorno dovessimo entrare in contatto con forme di vita extraterrestri, il lavoro di Linke potrebbe essere molto utile a spiegare al nostro amico alieno cosa succede in questo angolo periferico della via lattea. Erede di un consolidato filone documentaristico tedesco che dai coniugi Becher giunge fino a Andreas Gursky, nella fotografia di Linke gli aspetti formali e descrittivi si uniscono a una dimensione più sottilmente speculativa, più teorica se non proprio filosofica, vicina in questo senso all’opera di un grande fotografo italiano come Luigi Ghirri.

Davanti all’esposizione del PAC si ha insomma l’impressione di affacciarsi su un serbatoio sterminato ed esteticamente significativo di informazioni intorno a quello che molti scienziati hanno ormai concordato di chiamare Antropocene: il tempo in cui l’impatto dell’uomo sulla terra è diventato così decisivo da giustificare il battesimo di una nuova era geologica. Lo stesso Linke ha fatto parte di The Anthropocene project, una ricerca interdisciplinare realizzata insieme al critico Anselm Franke e all’architetto John Palmesino, e il geologo Jan Zalasiewicz, uno dei curatori della mostra, è il segretario dell’Anthropocene Working Group, un gruppo di scienziati che studiano il modo in cui la tecnologia ha saturato il nostro pianeta al punto da rendere inutile qualsiasi distinzione troppo netta tra biosfera e tecnosfera.

Serra, El Ejido, Spagna, 2013

Armin Linke

Raggiunto al telefono, Linke mi dice che molte sue fotografie hanno a che fare con il modo in cui progettiamo gli spazi in cui viviamo: «Questa è una mostra che si occupa di design nel senso più ampio. Come percepiamo il nostro mondo? Come lo disegniamo? Possiamo capire il mondo in cui viviamo solo dotandoci di strumenti di lettura sociale e tecnica del modo in cui lo progettiamo».

L’ambiente naturale, largamente esplorato da Linke ai quattro angoli del pianeta, è oggetto di progettazione ingegneristica, intriso di tecnica e quindi, baconianamente, di potere. Il film Alpi, risultato di un lavoro settennale di Linke sulla percezione contemporanea del paesaggio alpino e proiettato a latere dell’esposizione, mostra benissimo questa manipolazione tecnica della natura prendendo a campione il luogo incontaminato per antonomasia. Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia. La natura è in mano alla tecnica ma la tecnica è pur sempre il risultato di un’evoluzione naturale, come qualsiasi altra cosa esistente. È quello che sembrano suggerire molte fotografie: la tecnologica è sporca, umana, i laboratori scientifici ritratti da Linke sono confusi garbugli di fili e tubature e assomigliano più all’immaginario steampunk che all’asettica purezza di uno spazio artificiale separato dal mondo; una mastodontica diga diventa un ecosistema, o una montagna davanti a cui pregare.

Lo sforzo di tenere distinti gli ambiti ha caratterizzato la storia del pensiero occidentale: il fotografo ci mostra che non funziona più. Il suo è uno sguardo che si muove su un limite, in un punto di intersezione, di confusione tra dentro e fuori, tra umano e non-umano, tra tecnologia e natura. La grande fotografia dei blocchi di anodi di carbone mi sembra particolarmente emblematica di questo slittamento categoriale. I sottoprodotti della lavorazione del petrolio formano una composizione di una semplicità e compostezza quasi neoclassica: apoteosi formale e combustibili fossili, solennità e sottosuolo.

Petrolio calcinato, Manama, Bahrain 2016

Armin Linke

In quei volumi di catrame c’è l’uomo, la scienza, l’economia, l’ecologia e molto altro. È un modo facile di pensare ma profondamente rischioso quello che immagina uomo e natura come oggetti fragili e innocenti, messi a repentaglio dallo sviluppo tecnico. Lo sostiene Bruno Latour, filosofo tra i più influenti del panorama contemporaneo, antropologo della scienza, pensatore dei “quasi-oggetti” e degli “ibridi”, dell’intimità tra esseri animati e inanimati, nonché riferimento teorico principale di Linke. Sempre chiacchierando al telefono l’artista mi rivela che uno dei punti di partenza della mostra (e del titolo della stessa) è Paris invisible, un lavoro dove Latour ragiona sull’infrastruttura nascosta, quella che non si vede ma rende possibile la vita della città: i sistemi energetici, il controllo del traffico, le reti di comunicazione. In modo simile le immagini di Linke ci mostrano i nessi, le giunture, gli elementi infrastrutturali di un paesaggio globalizzato dove il confine tra umano e non umano viene continuamente violato. La foto della giunzione del gasdotto a Nadym, in Russia, è un perfetto esempio di megainfrastuttura e di immagine dell’Antropocene, le grandi coltivazioni idroponiche di pomodori in Spagna o l’estrazione dello zolfo dal cratere di un vulcano in Indonesia sono altrettante domande sui processi e le interazione tra la vita spontanea e la vita tecnicamente organizzata.

Giunzione gasdotto, Nadym, Russia 2011

Armin Linke

L’esposizione del PAC, curata da Ilaria Bonacossa e Philipp Ziegler, è nata l’anno scorso allo ZKM di Karlsruhe in Germania ed è a sua volta oggetto di un lavoro accurato di costruzione architettonica e design espositivo: i pannelli mobili formano una struttura combinatoria capace di articolarsi in molteplici percorsi. Anche il libro che accompagna l’esposizione, mi dice Linke, non è un semplice catalogo ma «un medium in se stesso, un’altra forma della mostra». Sono presenti nell’esposizione immagini che il fotografo ha scattato dagli anni novanta a oggi ma la dimensione retrospettiva è a sua volta piegata verso nuove forme e combinazioni. Linke ha infatti chiesto a sette studiosi (il già citato geologo, un geografo, un architetto, un massmediologo, una storica della scienza, una curatrice esperta di archivi, e Latour stesso) di selezionare, dalle migliaia di immagini del suo archivio fotografico, dei percorsi di lettura.

L'allestimento al PAC di Milano

Nel libro le diverse selezioni sono accompagnate dal commento testuale dei selezionatori (nella mostra il commento è diffuso da altoparlanti), a formare un insieme di «stratigrafie interpretative», come le definisce Linke. Le letture sono tutte estremamente interessanti e testimoniano le potenzialità intellettuali degli scatti del fotografo. L’esposizione nasce dunque da una sorta di curatela collettiva: «Nella mostra metto a disposizione le fotografie quasi dimenticandomi della mia parte autoriale e diventando una specie di regista o coreografo. Creo un setting di regole come in un esperimento scientifico e vedo qual è il risultato. Quando leggiamo un archivio, qualsiasi archivio, quello che visitiamo non è l’archivio stesso ma come le opere o il materiale sono stati indicizzati. Chi sceglie il metodo di archiviazione ha in mano il potere di decidere come verrà letto l’archivio».
Gli archivi, soprattutto quelli digitali, sono uno dei motivi ricorrenti nelle immagini di Linke e l’architettura espositiva della mostra mette in scena quest’altra infrastruttura fondamentale all’esistenza contemporanea, la comunicazione informatica, sollevando domande intorno alle modalità di accesso ai dati e ai criteri utilizzati da chi sceglie per noi. Le stanze dei bottoni, le interfacce e le plance di comando (di centrali nucleari, di centri di ricerca, di mercati azionari), sono un altro soggetto caro al fotografo e legato al controllo e all’organizzazione tecnica della vita. Accanto alle fotografie degli edifici istituzionali queste immagini compongono un discorso intorno alla spersonalizzazione dei sistemi di comando e alla loro fragilità.

La dismessa centrale elettronucleare Caorso, pannello di controllo, Caorso (PC), Italia, 2007

Armin Linke

Sede centrale di BNP Parisbas, sala contrattazione, Parigi, Francia, 2012

Armin Linke

L’istituzione, l’impianto, il sistema, fanno i conti con residui, scarti di soggettività, con il rischio e l’incertezza. La traiettoria di un neutrino o un diagramma di flussi finanziari affiancano un giocattolo, un feticcio, dei post-it sono appiccicati su una parete di monitor. Che si tratti di inquadrature di spazi interni o di prospettive aeree, lo sguardo fotografico sembra sempre cadere su punti sensibili. A volte ci si domanda come Linke abbia fatto a insinuarsi in certi luoghi: accanto all’evidenza frontale e distaccata di molte immagini si percepisce un senso di trasgressione, o forse di complicità. Linke stesso sembra rivendicare la sua posizione non neutrale: «Come fotografo sono partecipe dell’evoluzione tecnologica che rappresento nelle mie opere, con tutte le sue conseguenze ecologiche. Già il medium che uso ne fa parte, l’emulsione di gelatina viene ottenuta cuocendo le ossa di animali, nella gelatina poi vengono immerse particelle d’argento estratto da una miniera che si trova da qualche parte nel mondo, le macchine digitali che utilizzo contengono delle batterie, sono legate ai temi delle terre rare, eccetera».

Bloemenveilinv Aalsmeer, asta dei fiori, Aslsmer, Olanda, 1998

Armin Linke

Quando lo interrogo sul contenuto politico del suo lavoro, quando gli domando se quello che racconta nelle sue immagini lo spaventa o lo affascina, se insomma crede che si debba intralciare o magari rallentare il corso dell’evoluzione tecnica in cui siamo immersi, Linke risponde mantenendo la stessa equidistanza tra critica e studio, tra intelligenza e sensibilità, che riconosciamo nelle fotografie: «Non ne farei una questione di bene o male. Penso che queste trasformazioni siano inevitabili. La domanda è più di tipo sociale: di quali metodi vogliamo dotarci perché le decisioni relative a queste trasformazioni possano essere prese in modo più collettivo, e non controllate da gruppi specifici. È qui, forse, il ruolo dell’immagine: riuscire a riconoscere non solo i meccanismi di trasformazione ma anche quello che sta dietro a questi meccanismi. Se sappiamo riconoscerlo forse potremo anche decidere in modo più allargato come disegnare meglio le trasformazioni».

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