Magazine / Cover Story

Louis C.K. a Helsinki

di Francesco Pacifico
ritratto di DANILO AGUTOLI
IL 84 03.10.2016

In Finlandia a vedere dal vivo un gigante della stand up comedy americana. Forse il suo materiale è meno limato di quello di alcuni colleghi, ma è sempre nuovo, inventivo, avventuroso

Helsinki, Finlandia: il palazzo del ghiaccio è pieno, sia gli spalti sia la platea. Si esibisce Louis C.K., un comico americano, nella sua lingua, senza sottotitoli o traduzioni simultanee. La sera prima era a Gerusalemme e il tour europeo prevede una serata a Wembley, quattro date aggiuntive a Londra, e soste a Parigi, Amsterdam, Praga, Budapest… Quaratanovenne, sovrappeso e col pizzetto, pelato ma non rasato a zero, sale sul palco in camicia e completo scuri e comincia a parlare del suicidio.

Una breve parafrasi: È davvero strano quanta poca gente si suicidi / Io ultimamente preferisco una pennica al sesso / Certe volte ci si pente del sesso, ma non ci si pente mai di un sonnellino / Anzi, il sonnellino, quando le cose ti vanno male, è una specie di suicidio: un suicidio reversibile, perché poi ti svegli / A volte quando faccio una figuraccia vorrei uccidermi, così la gente non si ricorderebbe la figuraccia ma soltanto il mio suicidio.

Io, mia moglie e una coppia di amici scrittori siamo venuti dall’Italia: abbiamo comprato il biglietto aereo e prenotato l’albergo. Purtroppo i biglietti li abbiamo comprati tardi e sono posti di terz’ordine, è difficile vedere le sue smorfie, gli occhi tristi o allegri con cui ripete le facce fatte nelle circostanze della sua vita – vere o inventate – che ci racconta; perciò, il palco è scortato da due grandi teli su cui si proiettano i primi piani suoi e dei tre comici che si è portato dall’America per riscaldare il pubblico prima del suo turno. Forse le dimensioni del successo di questo tour sono il motivo per cui ha smesso di fare gli spettacoli in maglietta nera e ora porta un completo scuro da malvivente o capo di setta in odore di plagio.

L’apertura sul suicidio mi ricorda un’altra sua celebre apertura, quella del Live at the Beacon Theater, 2011, dove comincia osservando che quella sera, nel teatro, «c’è abbastanza gente per dire che nel giro di due mesi almeno uno di voi morirà». Il pubblico scoppia a ridere. «Dico solo», insiste con l’aria di scusarsi, ma ride, «che è accurato dire… che in qualunque gruppo di 2.500 persone a caso non tutti riusciranno ad arrivare a Natale… Purtroppo…», e ride ancora: «Uno, almeno uno di voi qui stasera rovinerà il Natale alla sua famiglia… morendo… di una morte di merda. Chiunque di voi sia: mi dispiace».

Quella volta era salito sul palco con le luci ancora accese e prima di iniziare dalla faccenda dei 2.500 spettatori aveva dato personalmente al pubblico le indicazioni preliminari (di qui in poi, se scrivo le battute in corsivo è perché riassumo o vado a memoria): se fai le foto, non usare il flash, tanto non arriva fino al palco, scemo; se mandi messaggi o twitti io da qui vedo un bel mare di oscurità con in mezzo la tua faccia da scemo illuminata che digiti; e niente ebrei, scusate, mi hanno chiesto di dirlo…

Cosa compone la stand up di LCK? Un miscuglio di senso comune e disprezzo di sé, ragionamento sui nostri pregiudizi e cose dette per il solo gusto di suonare oltraggioso; di amore per il mondo e depressione. Tutto ciò, con il pizzetto da padre onesto, divorziato, infelice e ispirato.

La prima cosa che mi colpì della sua stand up comedy, guardando, nel 2010, i dvd dei suoi spettacoli – Shameless, Chewed up, Hilarious –, fu un suo ragionamento moralista ma liberatorio in cui prendeva in giro chi non sopportava la lentezza dei cellulari. Estasiato dall’ingegno umano, quasi arrivando al falsetto, Louis predicava: «That thing is going to space!». Non si può criticare un oggetto che ogni volta che lo tocchi va nello spazio, sui satelliti, a cercare qualunque informazione, solo perché a volte è lento. Sta andando nello spazio!

LCK assomiglia a Lenny Bruce nel misto di morale e volgarità, ma preferisce rimanere fedele al rito della stand up, non sovvertirla, cercare più la risata che lo choc. Ha l’aria di un prete perverso, cupo e depresso: è sicuramente il pizzetto.

È stato ragazzo a Boston, con la madre, nel freddo, con pochi soldi, disinteressato alla scuola. Ma fino a sette anni ha vissuto in Messico, con il padre economista che era messicano e anche ebreo, in qualche modo, non fosse che suo padre, il nonno di Louis, ebreo ungherese (Székely, di cui “C.K.” è un’ironica/disperata pronuncia semplificata inventata da Louis), aveva finto di non essere ebreo per sposare una messicana cattolica. Chris Rock gli ha detto personalmente che è il comico più nero tra i comici bianchi. È sicuramente un comico meticcio. E forse la potenza di LCK sta nel non avere niente di quel Bianchismo dei bianchi americani, i First World Problems, le piccole manie, idiosincrasie… LCK non parla di piccolezze, ma solo di cose grosse: famiglia, droga, morte, differenze di classe e di razza… Eppure, ne parla solo facendo esempi idioti. È una strana spirale – il massimo dei grandi temi, e il massimo della pazzia. Mai pazzia applicata a temi oziosi; mai temi grandi raccontati con ragionevolezza. La combinazione è elettrizzante, e continua a esserlo anche se pubblica un intero video di stand up nuovo quasi ogni anno e stiamo per entrare nell’era in cui la gente molto informata comincerà a trovare più elegante parlare di lui senza entusiasmo. Il suo materiale magari è meno tirato a lucido di quello di altri colleghi del suo livello, perché ha avuto meno tempo per limarlo, ma è sempre nuovo e inventivo, avventuroso.

Da Chewed Up in poi, in ogni stand up pubblicato lo ricordo sempre in maglietta nera, sudato, che parla dell’ammasso indistinguibile di pelle e sudore che ha tra le mutande a causa delle sue abitudini alimentari. «Il pranzo non termina quando sono pieno: il pranzo termina quando mi odio». Non voglio arrivare al punto in cui la gente è sorpresa se non sono morto nonostante il modo in cui mangio. Parla del cibo e parla della morte. Oppure, per deridere l’insensibilità dei dottori, butta lì un’osservazione di uno di loro su sua nonna forse diventata cieca: «Probabilmente avrà un mucchio di tumori nella testa». E ridendo sottolinea l’insensibilità del dottore nell’usare un termine generico come “testa” per rincarare la dose di indifferenza offerta con «a bunch of tumors».

Oppure dice: Amo essere bianco, posso andare dove mi pare con la macchina del tempo e mi tratteranno sempre bene. «I neri non possono giocare con la macchina del tempo», o rischiano di finire male in qualunque epoca capitino.

Quella sera di agosto a Helsinki, tornano tutti i suoi temi.

C’è il suicidio, uno dei tanti modi di parlare della morte.

Poi c’è la perpetua ossessione per l’omosessualità: in un momento dello show continua, come altre volte, a ragionare su come sarebbe essere gay, e si chiede se metterebbe mai in bocca il membro dell’uomo più bello e pulito del mondo (sì), e finisce il lungo ragionamento tenendo per mi pare venti secondi la punta del microfono in bocca.

Prima, ha parlato ancora delle due figlie, uno dei suoi temi ricorrenti, e ha detto che il bello di avere dei figli è che puoi vantarti della loro intelligenza e ridere della loro stupidità. Per esempio la sua figlia più piccola, sentendo parlare dei Nine-Eleven Deniers, ossia coloro che negano che l’11 settembre sia davvero accaduto, capisce invece the nine 11-deniers, ossia quelle nove persone famose per aver negato il numero 11. E si lancia per una tangente in cui l’undici dovrebbe chiamarsi “one-teen” invece di “eleven”, ma a Washington l’hanno fatto sparire, e ci sono nove coraggiosi che combattono perché emerga la verità. Il tutto, per imitare la voce degli americani ignoranti teorici del complotto.

Nei suoi spettacoli insomma la parte impegnata e quella scema coincidono sempre, e il risultato è una voce che rappresenta un vasto pubblico di persone che ammette di voler capire il mondo presente ma allo stesso tempo di perdersi e di non poter più dire di avere una Weltanschauung affidabile, come usava un tempo fra le persone istruite.

Una volta disse che si era sentito molto buono sull’aereo per aver pensato, seduto in prima classe, che avrebbe ceduto il suo posto a un povero soldato che viaggiava in economica. Rideva di essersi sentito molto buono solo per aver pensato di farlo, senza mai arrivare lontanamente a farlo, ma che la cosa gli aveva regalato una sensazione meravigliosa, e tra i vari incisi diceva che il soldato è buono perché combatte per la patria – «o almeno è quello che pensa lui eheh».

Alla fine di questi quadretti si ride della complessità della cultura occidentale, della difficoltà di essere nel giusto, del ridicolo di pretendere che il proprio cuore sia nel giusto, dell’assurdità di voler essere buoni senza voler fare il salto nel vuoto in cui consiste l’amore.

Questa stand up violenta, allegra e prolifica gli sarebbe bastata per passare alla storia del genere. Ma ciò che l’ha reso una parte importante della cultura americana e mondiale è una strana serie tv uscita per Fx nel 2010. Louie comincia col racconto di un’uscita tra LCK e una donna più giovane di lui. Sono in riva al fiume a chiacchierare quando lei, non sopportandolo, di colpo si mette a correre verso un elicottero che appena la riceve a bordo decolla e se ne va. In un’altra circostanza, andatosi a lamentare da un vicino di casa fattone, Louie si ritrova a guardarlo lanciare un bidone d’acqua dalla finestra.

In cinque stagioni, Louie, come ha detto Andy Samberg agli Emmy del 2015, è passato dalla commedia a essere «tecnicamente jazz». È un diario improvvisato, a volte realistico, a volte surreale, della vita del comico. In un episodio memorabile, un Louis innamorato di una coetanea con cui è finalmente passato dall’amicizia al sesso, si fa convincere a truccarsi da donna per poi fare sesso comportandosi da donna. Al termine dell’esperienza, lei (Pamela Adlon) lo lascia, spiegandogli che non ha senso essere monogami visto che hanno pochi anni decenti rimasti da vivere.

«A questo livello di ambizione», ha scritto il New York Times della quinta e finora ultima stagione, «alcune cose funzionano alcune no». A volte non fa ridere, a volte è troppo sguaiato. Ma è un problema che si è posto solo chi deve recensirlo: per chiunque altro, la produzione di Louie è stata accolta come il Monty Python’s Flying Circus, i Beatles della seconda metà degli anni Sessanta, Sandinista dei Clash.

(Il successo di Louis C.K. ha anche fatto capire che il Woody Allen di quest’epoca non sarebbe passato al cinema per diventare un’icona, ma poteva rimanere nei locali di stand up e al tempo stesso reinventare la televisione. LCK scrive, dirige e monta la serie).

Forse un’altra cosa che attira la nostra generazione alla voce di LCK è che si sente che ha preso delle mazzate. La sua stand up è decollata solo dopo che ha avuto due figlie e di lì a poco il suo matrimonio è finito. Il nome circolava, ma è diventato famoso dopo i quarant’anni, e per tutto il tempo che provava a emergere non si è mai impedito di fallire grandiosamente. Nel suo sito louisck.net, dove da anni mette in vendita le sue autoproduzioni a pochi dollari e senza vincoli digitali ai file (quasi tutti gli spettacoli di stand up, alcune chicche e la recente serie drammatica Horace and Pete, di cui più avanti), è in vendita un film scritto e diretto nel 1998, Tomorrow Night. «Come comico e autore televisivo faticavo», spiega sul sito, «e ho messo insieme i miei risparmi e dei soldi dei miei amici per fare questo film in bianco e nero in 16mm. Dentro ci sono grandi persone: Steve Carell, JB Smoove, Wanda Sykes e Conan O’Brien sono tra quelli di cui potreste aver sentito parlare».

Altro fallimento: Pootie Tang, un film demenziale ispirato ai film blaxploitation anni Settanta.

Altro fallimento: Lucky Louie per Hbo (2006). Una finta sitcom d’altri tempi, con risate del pubblico in sala, pochi set studiatamente finti, e una storia di un Louie working class, senza un soldo, con prole. Una serie mal riuscita, piena di coraggio, intenzionata a raccontare per una volta gli americani sotto il ceto medio. Senza questi orgogliosi fallimenti non continuerebbe a inventare a questo ritmo.

L’ultimo progetto messo in vendita sul sito è stato finora il rischio più grande: una tragedia tv in dieci puntate.

Un sabato sera dello scorso inverno, di punto in bianco, gli iscritti alla sua newsletter ricevono l’invito a scaricare, per cinque dollari, la prima puntata di un esperimento dal titolo Horace and Pete, la cui durata non viene annunciata e per il quale non ci sarà, fintanto che dura, nessuna promozione.

È un’ora di teatro televisivo stile anni Settanta, deliberatamente ispirato – quanto alla forma – a Mike Leigh e al suo Abigail’s Party. Vi si racconta la storia di due cugini che hanno ereditato il bar da precedenti generazioni di parenti chiamati Horace e Pete. I due sono interpretati da LCK e Steve Buscemi. La storia va male fin da subito: problemi di soldi, per l’affitto e per le medicine della malattia psichica di Buscemi/Pete. Malattie gravi di altri membri del cast. Figli che hanno rinnegato i genitori. Alcolismo e due soli ambienti da ritrarre: il bar, e l’appartamento soprastante, dove abitano i gestori.

Nel Podcast dell’amico Marc Maron, LCK dirà che voleva provare a fare qualcosa in cui non fossero il montaggio, gli stacchi, la musica a gestire la magia, quanto piuttosto quell’accumulo di parole e pause che a teatro produce il senso di assorbimento entro cui avvengono le epifanie proprie del buon teatro.

Per realizzare tutto ciò, si dovevano evitare le interruzioni pubblicitarie. E non sarebbe stato male fare ogni puntata del minutaggio adatto, come capitoli di un romanzo. Avendo capito di non poterla fare che da solo, LCK chiede a Fx come si sentirebbero se sospendesse Louie. Di punto in bianco, prenota uno studio televisivo in cui ha già lavorato, e senza aver scritto una riga lascia un acconto di duecentomila dollari. Poi convince Buscemi, Alan Alda e Jessica Lange, a recitare con lui.

La decima puntata va in onda senza dire di essere l’ultima puntata, gli spettatori rimangono scioccati dal finale, e a quel punto LCK può mettere in vendita l’intera serie a trenta dollari. L’idea ora – l’ha raccontato nel podcast di un altro campione dell’autoproduzione, Bill Simmons – è di tenere la proprietà dell’opera, cercare di rifarsi dei soldi spesi con gli acquisti online e il tour di stand up (i nostri settanta euro per un posto lontanissimo, e io gli avevo dato anche i trenta per H&P), e tra un po’ vendere i diritti di H&P a qualche piattaforma di streaming.

Ma è una bella storia. Ancora il New York Times: «Come molto del lavoro in tv di Louis C.K., H&P è un esperimento incasinato che rimane per un pelo al di qua del pretenzioso. Ma è anche stimolante, intenso e commovente».

È bello che esista la carriera di Louis CK. L’episodio numero tre di Horace and Pete è una chiacchierata di quaranta minuti fra un uomo e una donna, seduti a un tavolo del bar, inquadrati da molto vicino, con dietro un jukebox – e si dicono cose molto pesanti. Dai che vi sono mancati gli anni Settanta.

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