Explicit / Idee

Monti ubriachi

IL 85 20.10.2016

Dare i numeri a parole

Sul taccuino in mano descrive quello che vede: una strada color vaniglia, avana, poi beige (è incerto), e alberi (forse non pioppi come scrive, un gelso che forse è un ontano, una quercia forse sì perché possente…), una casa (in realtà un locale per l’affumicatura del tabacco), un cimitero distante (le mura di cinta, ma la descrizione le scavalca e fa un giro tra lapidi e lumicini), la strada che curva, discende, sparisce dietro un alto argine naturale, cespuglioso (coglie a memoria le more), e grappoli rossi, verticali, di gigaro (mah). Poi, siccome il punto di vista è collinare, vede nella valle lontana un fiume immobile: sulla piastra di un’ansa sbatte il sole (l’ovvio metallo dell’acqua: argento, rame, a seconda dell’ora, anche oro, mercurio), vede la geometria piana delle terre coltivate, pezze di diverso colore: toppe di velluto a coste, di panno grezzo e scolorito anche con macchie, di tela di sacco, qualche scampolo di seta lucente, e placche di ferro arrugginito. I verdi sono blu, viola, rosa. Vede case sparse (come dadi lanciati, è ovvio: i puntini sulle facce sono finestre), una strada provinciale percorsa dalle formiche a motore, qualcuna luccicante per un raggio del solito sole che la colpisce e rimbalza fin qua come uno schizzo. Vede la montagna laggiù, distesa, con un braccio dietro la testa, e il gomito è un picco, vede anche duri seni ritti, perché una montagna distesa è quasi sempre una donna sdraiata a ventre in su (i monti maschili dormono a pancia sotto, quasi sempre ubriachi). Vede il fumo che sale da un falò del seccume con enfasi solipsistica. E vede, sì vede, vede il disinteresse totale del paesaggio nei confronti della sua persona. Sul taccuino dovrebbe scrivere dati, cifre, numeri nascosti, pericolosi, vili, umani. Ma, mimetizzati, non li vede.

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