L'autore di “Naples '44”, le più importanti memorie cittadine di guerra, è fatto idealmente rientrare sotto al Vesuvio in un film omonimo presentato alla Festa del Cinema di Roma. Ecco perché va visto il film e letto (o riletto) il libro

Nella selezione ufficiale della Festa del Cinema di Roma sarà presentato un film ispirato alle celebri memorie napoletane di Norman Lewis intitolate Napoli ’44 e pubblicate in Italia da Adelphi. Il film Naples ’44 è prodotto da Davide Azzolini, scritto e diretto da Francesco Patierno e narrato nella versione originale da Benedict Cumberbatch e in quella italiana da Adriano Giannini. Ci riporterà alla Napoli carnevalesca, folle, oscena, aggrappata alla vita con furente letizia di cui Lewis ha lasciato sconcertata ma mai attonita memoria nella mirabile opera, definita da The Saturday Review: «Un Goya, potente e bizzarro. Se per qualche ragione si dovessero tenere solo dieci libri sulla Seconda Guerra Mondiale, il libro di Lewis sarebbe tra quelli».

Per arrivare a capire dove ci condurrà il film, dove ci ricondurrà, è necessario percorrere il mirabolante racconto di Lewis, ripartire da quando ci aveva lasciati. Norman Lewis è un giovane ufficiale inglese di stanza a Napoli negli anni 1943-44 con funzioni di polizia, è un memorialista, anzi, è un’anima serena munita di taccuino. Lontano dall’ambigua imperturbabilità di Curzio Malaparte, l’autore e voce narrante di Napoli ‘44 è un uomo buono, un bravo inglese che di fronte alla tentazione non cede al vizio, un ragazzo che nella miseria più nera e seducente è capace di costruire il proprio percorso di formazione morale e letteraria.

Napoli ’44 nasce da uno sguardo nuovo, da uno sguardo inglese, da un giovane molto umano, simpatico, pieno di pietà, ma nemmeno troppo affettivo, che poi sarebbe tornato a casa lasciando nulla dietro di sé se non il proprio incarico svolto nel migliore dei modi, nessun figlio, nessuna amante. Libro amatissimo dal pubblico di lettori anglosassoni ormai abituati a contarlo come uno dei grandi capolavori sull’Italia del tempo, amatissimo anche da Benedict Cumberbatch, Napoli ‘44 è forse sgusciato via troppo in fretta dalle mani degli italiani che non avevano voglia di sentirsi raccontare troppe storie da un inglese che all’accoramento prediligeva un certo equilibrio. Non avendo nulla da difendere, Lewis si astiene dal dare alla guerra completa colpa di quello che vede. «A Napoli si è tentati di dare la colpa di ogni cosa alla sciagurata guerra, ma conoscendo più a fondo la città uno capisce che questa è solo una faccia della verità, e che la quasi miseria dei miei tre amici è un fenomeno antico e ben noto. La guerra ha semplicemente aggravato la loro situazione». Nel racconto di Lewis la sciagura proviene da Napoli, è nata in città e in campagna, è cittadina legittima, non un invasore. Il male di stanza in città si chiama prostituzione, omertà, Zona di Camorra; è un’ineluttabile sessualità eccitata dalla promiscuità con la morte. Gli incontri amorosi più scostumati ed energici avvengono sopra le lapidi del cimitero, dove le signorine invitano gli ufficiali; varcata la porta del cimitero cittadino si diventa invisibili, è proibito salutare il conoscente, salvo poi assistere a qualsiasi genere di performance.

Torniamo al film. In Naples ’44 di Patierno, Lewis, divenuto un rinomato scrittore, fa ritorno a Napoli dopo molti anni, percorrendo la città con occhi vecchi e nuovi. Ai napoletani di ultima generazione si avvicendano i fantasmi dimenticati da tutti fuorché da lui e dai suoi lettori. Rimangono i palazzi, le piazze, le rovine, ma la gente che Lewis imparò ad amare, o con cui almeno si trovò a convivere, è svanita. Naples ‘44 unisce filmato d’archivio (italiano, statunitense, britannico) al nuovo girato che dimostrerà come nella Napoli di oggi ci siano ancora tracce e vaghi ricordi di quel non troppo lontano ’44. Le persone di un tempo riappaiono in continui flashback il cui pregio è anche quello di trasmettere la sfavillante frammentarietà del libro di Lewis. Squarci sulle storie e la Storia, senza la pretesa di mettere ordine a una città che nel disordine ha sempre riso.

Un'immagine di scena di “Naples '44”

Torniamo al libro. Urgono immagini; eccone alcune estrapolate dalle memorie di Lewis, l’inglese a Napoli, il narratore per nulla accecato dall’ammore suo busciardo per la città.

Il fascismo. Per svolgere la propria missione da poliziotto speciale, districatore d’intrighi, Lewis deve più volte consultare gli archivi fascisti della Questura ove ogni cittadino è catalogato e sovrabbonda d’appunti, quasi tutti a sfondo sessuale. In Napoli ’44 il fascismo è quella dittatura un po’ cretina che ama il gossip. In quanto a Mussolini, Lewis lo nomina di rado e per un merito, quello di essere l’unico ad aver cercato di combattere la Camorra.

Il nazismo. In Napoli ’44 il tedesco è altro dal Male; il nazista è un Panzergrenadier di diciotto anni che si fa amici nella corsia d’ospedale sfoggiando «un inalterato senso dell’umorismo»; è il caparbio, micidiale prigioniero Sauro che nessuno si sente di chiamare “nazista”, ma «fanatico di diciassette anni». Si arriva persino a parlare di «alta umanità dei tedeschi in generale». Entrato a Napoli, liberata dal fascismo e dall’occupazione tedesca, Lewis sembra quasi pensare che fossero i fascisti e i tedeschi a essere occupati da Napoli, ma non ne ride.

Le punture nelle natiche. La Lola è un demonio di donna che si fa mantenere da un ricco fascista e dall’affascinante capitano Frazer. Il capitano sporge due lamentele: le natiche della donna sono disastrate da un’infinità di cicatrici, la signora inoltre – com’era usa fare col marito tubercolotico – lo costringe ad avere almeno sei rapporti per notte, ogni volta cronometrandolo. Le borghesi napoletane si facevano iniettare ricostituenti nel sedere per mantenere alta la performance sessuale; i borghesi napoletani portavano sempre la medaglietta di San Rocco, patrono del coitus reservatus.

Cibo. A Napoli si verificò un declino dei gatti. Oltre che gli amici felini, Lewis scrive che la fame portò i napoletani a divorare le nidiate delle cicogne e i pesci tropicali dell’acquario della città nei giorni precedenti alla Liberazione.

Il funerale. Lewis si fa un best friend tra le centinaia di avvocati napoletani senza lavoro e pieni di fame. Si chiama Lattarullo, è un uomo molto amorevole che per guadagnare qualche spiccio fa “lo zio di Roma”. In occasione dei funerali le famiglie napoletane ingaggiavano un uomo che doveva spacciarsi per lo zio di buoni costumi proveniente da Roma; costui doveva scendere pulito e profumato da un’Alfa Romeo placcata SPQR e parlare come nei libri di testo; prestigio per il defunto.

La sifilide. Lewis racconta una Napoli più prona a morire di sifilide che per le bombe. I suoi commilitoni ideano un piano folle, quello di prelevare un gruppo di prostitute sifilitiche da un bordello e mandarle al Nord ad appestare i tedeschi. Ogni fanciulla è però mantenuta da un ricco di Napoli e il piano, fallibile per migliaia di ben più avventurosi motivi, fallisce per clientelismo.

Se tutto questo orrore suona tetramente simpatico, è perché Napoli ’44 è un affresco scritto meravigliosamente dalla mano di un militare che ha un rapporto molto sano con il dolore e il trauma, che soffre pur riconoscendo i propri limiti, e quando non ha il potere di fare qualcosa, di salvare qualcuno, salva qualcun altro, senza mai accanirsi.

Nel gergo di Lewis, Napoli è il «Medioevo», Afragola e la provincia sono «l’Età del Bronzo». Laddove è impossibile introdurre alcuna ironia, la scrittura di Lewis si fa chirurgica, scientifica, da studio antropologico. Lewis antropologo incontra:

Il femminicidio. A Lewis viene detto che nella Zona di Camorra si tortura la ragazza che ha «abbandonato il suo uomo», un bandito, alla mercé di questa pena: «Un coltello su per la vagina, fino nella pancia. O un attizzatoio rovente, se hanno tempo. Entro l’anno è morta».

Lo strozzamento. Lewis racconta come fosse usanza a Napoli per l’uomo geloso di strozzare la propria donna lasciandole vistosi lividi sul collo. «Fra amanti si usa, è quasi una convenzione, e le ragazze di Napoli lo accettano, la considerano addirittura una prova di passione».

Lo stupro. Lewis ne racconta i dettagli: «Nuove brutalità delle truppe coloniali francesi […] Stando a quanto viene riferito, i marocchini di solito aggrediscono le donne in due – uno ha un rapporto normale, l’altro la sodomizza». Chi era a capo delle truppe? «Un sergente maggiore che sognava di essere una ballerina, e che, quando non era in servizio, si vestiva da donna».

La vendetta. «Da queste parti, quando un uomo viene ucciso nel corso di una faida, la madre, se è ancora viva, bacia e succhia le sue ferite davanti a tutti i partecipanti al funerale, a dimostrazione della propria inestinguibile sete di vendetta».

Prostituzione. Napoli ’44 è un libro sulla prostituzione; in ogni pagina c’è prostituzione, al potere, alla famiglia, al cibo, al soldo, prostituzione della figlia, della nipote, della sorella. Le prostitute a Napoli erano quarantaduemila.

E poi l’eruzione del Vesuvio, personaggi da far paura a quelli di Lo cunto de li cunti, l’ancor sconosciuto frate volante di Pomigliano futuro Padre Pio, tanti ginecologi specialisti nella ricostruzione della verginità, le otto bambine cieche, rapate e affamate che piangono senza sosta, i preti che vendono ossa di santi intagliate a utensileria, i «miracoli a profusione», gli errori giudiziari, i templi e i palazzi sfolgoranti nella luce in cui a Lewis, simpaticamente impermeabile al fascino della decadenza, pare di vedere la Napoli magnifica di cui aveva letto e che quasi non è più.

Tutto questo settantadue anni fa, quando molti tra i nostri nonni avevano già vent’anni e molti tra i nostri padri nascevano. Naples ’44, il film, ci porterà lì.

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