Un tempo la persecuzione creava santi. Ora gli unici sottoprodotti della gogna sono i farisei

Il trattamento dei rifiuti morali è da più di vent’anni la grande emergenza italiana. Risentimenti, invidie, vittimismo arrogante, canaillerie compiaciuta, spirito persecutorio: che fare di tutti questi scarti? Bisogna incenerirli o li si può riciclare? E con quali forme di recupero energetico? Normalmente i partiti dovrebbero funzionare da termovalorizzatori, ma alcuni – la Lega, i Cinque Stelle – si dedicano ad accumulare rifiuti tossici e a renderli ancora più tossici, per poi riversarli (non trattati) nelle istituzioni e regnare come enormi gabbiani su una Malagrotta politica vasta e maleodorante. Molti mezzi d’informazione, poi, sono ecomafie dedite alla combustione clandestina dei rifiuti morali, un procedimento che sprigiona diossine di ogni sorta e che, di clic in clic, rende irrespirabile l’aria dei social network.

L’impianto più potente di trattamento del pattume umano, in azione giorno e notte, è quello che con metafora medievale siamo soliti chiamare gogna. Metafora bella ma infedele, perché illumina solo la pars destruens del meccanismo – lo strumento di punizione e di tortura – e non consente di vedere quel che si crea alla fine del ciclo, i suoi prodotti e sottoprodotti. Servono per questo altre metafore: non per forza più moderne, come la gestione dei rifiuti; anche più antiche, al limite preistoriche.

Dopo aver ucciso e divorato il padre primordiale, racconta la favola etnologica di Totem e tabù, i figli pentiti ne fecero un totem e lo venerarono: «Il morto divenne più potente del vivo; tutte cose che anche oggi ritroviamo nelle vicende umane», scriveva Sigmund Freud nel 1913. Il principale prodotto della persecuzione, forse il più nobile, sono appunto i totem: eroi, santi e santini. Il pantheon italiano è affollato di perseguitati poi totemizzati – Giovanni Falcone, Pier Paolo Pasolini, Aldo Moro – e spesso, seguendo un antico schema, a offrire loro la devozione più fanatica sono ex persecutori particolarmente accaniti: come quei farisei che dicevano «se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non ci saremmo associati a loro per versare il sangue dei profeti» e intanto complottavano per uccidere il nuovo profeta.

Ma le canonizzazioni richiedono tempi lunghi, a volte lunghissimi (per Enzo Tortora ci sono voluti trent’anni); e oggi che il banchetto totemico è un all you can eat aperto a tutte le ore – a colazione si sbrana un politico, a pranzo una soubrette, per merenda un calciatore, a cena un immigrato e per spuntino di mezzanotte una ragazza finita in un video hard – non è facile creare in fretta e furia nuovi santi. Mancando il prodotto principale, però, si moltiplicano i sottoprodotti; e l’energia intensa ma volatile sprigionata dalle persecuzioni è impiegata, tutta e subito, nell’alimentare varie forme di esibizionismo morale. Diffusissima ormai sui giornali e sui social network è la postura del persecutore ignaro o pentito che il giorno dopo, come per un’agnizione tragica («Anch’io ho condiviso quel video!»), si batte pubblicamente il petto e ne riceve un’alluvione di consensi. Mille piccoli termovalorizzatori morali prendono il calore sviluppato dalla combustione dei rifiuti e lo trasformano non già in vapore, ma in fumigante incenso per la propria virtù. La gogna non produce più santi, produce farisei.

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