Yolo / Serie TV

Perché amiamo “The Get Down”

di Francesco Pacifico
illustrazione di DANIELA BRACCO
IL 84 04.10.2016

Ci aspettavamo l’esplosione del barocco luhrmanniano e invece il mix di generi sullo sfondo della nascita dell’hip-hop nel South Bronx funziona

Ero convinto che Baz Luhrmann fosse finito con Il grande Gatsby, dove spiegava l’età del jazz all’età di Rihanna: l’ennesimo noioso, generico e superfluo tentativo di dirci che anche in passato la gente si dava alla pazza gioia e si disperava per amore – una tesi ripetitiva trascinata da Shakespeare a Toulouse Lautrec a Fitzgerald, che stufa perché prende tutto ciò che è chiassoso, dal rap alle camicie a fiori alle feste danzanti, e ne fa una koinè con cui raccontare indifferentemente ogni epoca, come se potessimo capire Montecchi e Capuleti solo con Miami Vice, e Fitzgerald solo con Jay Z e Scarface.
Invece, grazie a Netflix (che fa una tripletta incredibile con Stranger Things e Lady Dynamite), Luhrmann è riuscito finalmente a raccontare una storia così rumorosa e contemporanea da far sembrare i suoi eccessi una forma di realismo.
La storia, anche stavolta, è semplice: due innamorati del South Bronx sognano la gloria a Manhattan. Lei, Mylene, ha una bella voce e un padre pastore (Giancarlo Esposito!) che non vuole fargliela usare per la musica del diavolo. Lui, Zeke, è bravo con le rime, ambizioso, autodistruttivo, baby-face. Poi c’è Shaolin Fantastic, un piccolo criminale allievo di Grandmaster Flash (i tre protagonisti sono personaggi di fantasia, ma nella serie compaiono tante figure reali della scena). Shaolin e Zeke formano la crew The Get Down; Mylene cerca autore e musicisti per la canzone che possa darle il successo; i due innamorati si prendono e si lasciano.
Di regola, su amori come Romeo e Giulietta o Daisy e Jay Gatsby, Luhrmann rovescia chili di rumore e colore che non gli si addicono più di tanto. Ma il South Bronx in cui è ambientata The Get Down è più forte della grammatica di Baz Luhrmann, e l’hip-hop è ancora troppo contemporaneo e rilevante per dover essere spiegato per metafore invece che con le sue stesse parole. Così abbiamo una serie che, pur gonfiandosi a pastiche mischiando i generi da The Wire all’opera a Guerre Stellari, sembra in fin dei conti realistica. Una volta chiarito che il rap viene davvero da alcune battaglie verbali da sagra, qualunque eccesso luhrmanniano si perde nell’enorme divertimento delle feste di strada del South Bronx dove il rap nacque quarant’anni fa.

Gli attori Herizen Guardiola (Mylene Cruz) e Justice Smith (Ezekiel “Zeke”)

La storia della nascita del rap in fondo è assurda. Durante i block party, i dj mettevano i dischi per far ballare, e fomentavano i ballerini con frasi, richiami, appelli, prese in giro, provocazioni. Verso la metà degli anni Settanta, invece di limitarsi a mettere i dischi, i dj cominciarono a usare i piatti per far girare solo i “break”, sezioni di canzoni da mettere in loop facendo girare, alternate, due copie dello stesso disco. La nuova mole di lavoro li obbligò a cedere il microfono a qualcun altro. Queste nuove figure si specializzarono nell’intrattenere la folla con discorsi ritmati e in rima. I temi base erano chi era meglio di chi, quale gruppo faceva ballare meglio le ragazze, chi faceva più soldi con le serate. Ma certi scherzi avevano un sapore strano nel mondo duro del South Bronx, con lo sfondo di palazzi dati alle fiamme per truffe assicurative, nell’indifferenza del paese: le feste e le rime mescolavano divertimento e guerre tra bande, moda e classismo.

In Italia e negli Stati Uniti dal 12 agosto su Netflix

C’era davvero tanto da raccontare, perciò The Get Down non sembra gratuitamente barocca, ma doverosamente ricca, anche grazie al coinvolgimento creativo del Pulitzer Stephen Adly Guirgis, di Nas, Kurtis Blow e Grandmaster Flash. È compatta, commovente, convinta nel ruotare attorno alla musica senza mai farla diventare un pretesto. Le strategie narrative non sono né davvero realiste né davvero mitologiche, sono al servizio della musica, e anche se si esplorano le contraddizioni tra desiderio individuale e bene comune, tra le visioni degli artisti e i bisogni delle comunità di quartiere, tra la storiella romantica e gli ingranaggi stritolanti della società contemporanea, tutto il vortice luhrmanniano procede dalla musica, dall’esplosione di novità di quella cultura tanto forte che ancora oggi eccetera eccetera…

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