Viaggio nella città sabauda, discreta e sperimentale per vocazione

Tanto tempo fa un signore mi chiese: la sai la vera differenza tra la metropoli e le piccole città? Non la sapevo. Il signore mi disse che gli abitanti della metropoli ne parlano sempre male ma ci restano attaccati, gli abitanti della piccola città ne parlano bene ma all’improvviso se ne vanno. Senza dolore. Come togliere un ago ben piantato.

A volte andarsene da un posto è come fare una vaccinazione al contrario: e di vaccinazioni al contrario, in ritardo, la piccola metropoli Torino ne ha affrontate diverse, nel tempo: la questione del Salone del Libro, con gli errori magistrali dell’ex gruppo che lo organizzava, inetto e anche un po’ triste, rappresenta bene lo stato caotico delle cose: che però forse adesso cambierà, perché non dimentichiamo che il miglior ristorante di Torino (riportato a nuova vita dalla voglia progettuale dell’imprenditore Michele De Negri) si chiama Cambio. I nomi non mentono. Torino ha la classica vocazione a perdere i suoi gioielli, su cui fin troppo è stato scritto – ma se i gioielli non si perdessero mai? Se invece si cambiassero d’abito, soltanto? D’uso e destinazione? Se la realtà fosse diversa, insomma, dalla chiacchiera pallida di troppi portatori insani di veleno sociale (e qui ce ne sono molti…)? Se fosse vero il contrario? Cioè che Torino ha fatto fin troppo, date le sue dimensioni fisiche e demografiche? Esiste un altro posto in Europa sotto i novecentomila abitanti con una squadra di calcio tra le migliori del mondo, con il cuore pulsante di un’azienda multinazionale tra le prime cinque, con una scuola (il Politecnico) tra le prime cinquanta, con almeno un paio di luoghi museali contemporanei di riferimento globale (oltre all’Egizio e Venaria), e con il cervello e i sensi ben piantati nell’ultima vera rivoluzione culturale italiana, quella di Slow Food e del Salone del Gusto? No. Per le sue dimensioni questa città ha fatto già diverse missioni impossibili, o viaggi allucinanti. Ma Viaggio allucinante è quel film in cui gli eroi diventano piccolissimi per entrare nel corpo di un malato e salvarlo (da un’idea di Isaac Asimov): e se fosse questo il destino di Torino? Coltivare le piccole grandi intuizioni, le piccole grandi persone, proteggendole dal flusso di merda che circonda sempre – all’inizio, e non solo – le piccole grandi persone di genio?

Via Roma vista da piazza CLN

Via Po vista da piazza Castello

Il Po, ponte Vittorio Emanuele I e piazza Vittorio Veneto

Ho appena parlato con tre persone che continuano a far grande questa piccola metropoli. Perché dovrei essere triste? Perché dovrei pensare all’abbandono, alla dismissione, alla lontananza, allo spreco? «Artissima è una fiera con una strategia globale ma che trae energia dalla sua unicità ed esclusività locale. Il segreto è la sua offerta mirata, selettiva e di qualità internazionale, con opere e stand di grande interesse sia per il collezionista di San Paolo del Brasile che di Varsavia oppure di Napoli», mi ha detto Sarah Cosulich la direttrice di una delle più belle fiere d’arte in Europa, Artissima (a suo tempo rilanciata e ripensata dall’energico carisma di Andrea Bellini, ora a Ginevra), in programma dal 4 al 6 novembre. Ho appena parlato con il chitarrista del gruppo musicale più popolare e insieme sperimentale d’Italia, Max Casacci dei Subsonica. Ho infine appena parlato con Sergio Ricciardone, che nel suo laborioso isolamento iperconnesso ha costruito uno dei festival di musica elettronica-contemporeanea più apprezzati del mondo, il Club To Club, che ogni anno (questa volta, dal 2 al 6 novembre) porta un diverso membro dei Radiohead: prima Thom Yorke, ora Jonny Greenwood – e tante altre mirabilia. A lui, che è il vero assessore alla cultura de facto del capoluogo piemontese, chiedo di confermarmi se è vero quel che penso della città: «Club To Club (dove “To” ha sempre significato Torino) e Torino sono per loro essenza avanguardia prima di diventare pop, è il pop che non dimentica di essere stato avanguardia. Il festival è un’esperienza off line unica, ambientata in quella che è la città più regale ed elegante d’Italia, la città che più ama sperimentare, ma anche la metropoli più vicina (non solo geograficamente) alla frontiera – un concetto che con Club To Club esploriamo artisticamente da sedici anni».

Vista dalla Torre Littoria

Basterebbe questo entusiasmo, e la caratura delle voci, e la ricchezza degli indirizzi – anche in senso culturale –  per dare un senso a un viaggio d’immersione estetica nella città di Cavour. Eppure qualcosa manca. Sono le 20.37 di un lunedì sera d’autunno, campione perfetto del buio chiaro che connette estate e inverno. Guardo Torino dall’alto del piccolo terrazzo della Casa del Pingone, la più bella architettura medievale della prima capitale italiana, precisamente incastonata nel centro geografico da cui s’irradiano verso le pianure e verso le montagne decine di incroci, viali e controviali. Sto mettendo insieme i pezzi di una serie di conversazioni sul presente e sul futuro di questo luogo, e ho radunato le opinioni di alcune persone di grande qualità, tutte fra i 40 e i 50. Le trascrivo. Sono idee interessanti e intense.

Ho scelto bene. Ma forse posso fare di più. Forse devo fare di più. Forse devo prendere un taxi e farmi accompagnare per un giro al fulmicotone nella piantagione nuova della Torino che sarà fra cinque anni: come i musicisti che mi ha segnalato Max Casacci: «Alcuni tra i protagonisti di rilievo dei nuovi suoni in città sono riferibili a luoghi fisici molto precisi. Tutti i musicisti elettronici si incrociano prima o poi da Martin Pas, negozio di synth modulari nel quartiere Vanchiglia, aperto da pochi mesi ma già diventato luogo di incontro e di intensi scambi sonori. I Niagara, per esempio: un duo da molti considerato l’esperienza di avant pop più significativa in Italia, hanno un loro quartier generale (il Superbudda) ai magazzini Docks Dora. Si tratta di una factory, che è anche luogo di concerti e happening, in grado di mettere in contatto musicisti video artisti e performer». Ho capito che per immaginare Torino, non solo raccontarla, devo muovere verso quelli che ancora non conosco, quelli che hanno voglia di cambiare il proprio cortile, di inventare nuovi formati – immune to your consultations / they’re quite aware of what they’re going through, come cantava il Duca in Changes.

Il campus dell’Università degli Studi di Torino

La Chiesa del Santo Volto, disegnata da Mario Botta

Scendo i quattro piani di quella che nel Medioevo si chiamava Casa del Pingone e ora si chiama Casa Iqos, ed esco al piano terra, attraversando uno degli spazi fisici più strani e affascinanti della nuova Torino, dove sotto l’egida di Iqos – uno strumento avanguardistico di consumo pulito del tabacco – ogni sera si tengono incontri, feste, presentazioni di progetti, e dove ogni giorno entrano in relazione i nuovi talenti torinesi legati alle arti. Mentre aspetto il taxi osservo le peculiari strutture che adornano tutti i muri di questo social club del XXI secolo: le ha disegnate Arthur Huang, architetto e attivista dell’economia circolare di base a Taiwan, sbarcate per la prima volta in Italia proprio qui: i Tetrapod in simil-feltro, prodotti interamente da materiale riciclato, e realizzati senza alcun tipo di collante. Sono oggetti che producono una particolare specie di incanto, e nel contempo ricambiano l’aria che respiri: sembrano ingrandimenti di molecole, e forse vogliono dirmi qualcosa: sì, ecco, ci sono! I Tetrapod sono metafore ideali di ciò che può servire alle nostre città, alle nostre vite – e di ciò che dovrebbe fare il design: risolvere con atti di bellezza funzionale estrema i problemi intricati di un tempo complicato. E Torino conosce bene uno dei più complicati fra i problemi complicati: il lavoro, l’invenzione di nuovi lavori, l’invenzione di nuovi modi per lavorare. Per questo sto andando a Toolbox, uno degli spazi di co-working meglio progettati del Paese, guidato dal suo fondatore e direttore Aurelio Balestra.

Il Parco Dora Skatepark, che sorge su una vecchia area industriale

Lì ci sono i ragazzi del Fab Lab, animati dal sacro spirito coder di Massimo Banzi, che tengono lezioni e conducono workshop evangelizzando la comunità sulle stampanti 3D, benedetti dall’alto dalla presenza di Bruce Sterling, il nume tutelare del cyberpunk che ha deciso di venire a vivere da queste parti, e qui ha fondato Casa Jasmina, un luogo sofisticato di trasmigrazione tra pubblico e privato. Da Toolbox ci sono freelance, professionisti, compagini di lavoro e aziende: le solite startup ma anche startup insolite e avventure bizzarre, che vanno ben aldilà della vulgata: tra queste, a gettare un ponte oltre la tecnologia e la produttività, il Laboratorio del Dubbio, che a novembre chiude i suoi «sette mesi di esperimenti cross-disciplinari». C’entro anch’io, per cui non mi dilungo troppo: ma in una qualsiasi delle inaugurazioni si possono incontrare artisti e curatori poco più che maggiorenni, come Clara Madaro, filosofa prestata all’arte, o Daniele Licata, la migliore guida di mostre del Nord Italia, che ha illustrato due anni fa la splendida Shit and Die di Maurizio Cattelan alle persone ordinatamente in fila durante una piovosa edizione di Artissima. Il taxi mi porta così al Du Parc, dove il gruppo IN Residence, creato da Marco Rainò e Barbara Brondi, porta in città i migliori designer del mondo prima che diventino tali: lì aleggia la visione generosa di Ruben Levi, imprenditore e collezionista, e di sua moglie Elisa Sighicelli, divisi tra il Piemonte, Londra e New York.

Juventus Stadium

Il Palazzo dello Sport Ruffini

Il ristorante Fluido, nel Parco del Valentino, visto da Corso Moncalieri

La vocazione globale della Torino post-Fiat Chrysler Automobiles è ben interpretata dall’ambizione camminante di Sergio Ricciardone (come i medievali portatori di saperi raccontati da Piero Camporesi): «Se è vero che Club To Club è un network internazionale (con eventi satellite a Milano, New York, Londra, oltre che in tutta Italia), la città che lo ha visto nascere è molto di più di una semplice location: non a caso rappresenta una delle tre stelle dell’artwork ideato quest’anno per noi da Ian Anderson (autore con The Designers Republic di iconiche copertine di artisti quali Aphex Twin e Autechre), dove le altre due sono gli artisti e la community del festival».

Dopo il brutalismo del Du Parc torno verso Nord, in zona Vanchiglia, a visitare Clog, uno spazio casalingo di sperimentazione, fondato da Lucrezia Calabrò Visconti, ora temporaneamente dislocata ad Amsterdam. Ma i veri poeti laureati dell’arte off a Torino passano da Cripta747, e specialmente da Elisa Troiano: da anni sorprendono con invasioni di campo tra serate musicali, mostre e invenzioni recensite dalle migliori riviste internazionali. Dopo, scendendo verso Barriera di Milano, non si può non salutare con l’occhio già stanco una delle gallerie più rilevanti d’Europa, Franco Noero, e augurare il meglio al cantiere del nuovo museo (e sede) Lavazza, progettato da Cino Zucchi. Ma noi siamo alla ricerca di nomi in rapida emersione, e allora andiamo di nuovo a San Salvario, guidati sempre dalle parole di Max Casacci: «All’Astoria è di casa Vaghe Stelle, unico artista italiano a pubblicare per la Other People del guru newyorkese Nicolas Jaar. E anche i DYD, di Guido Savini. Una elegantissima band post elettronica». Poi cambiamo di nuovo indirizzo, e andiamo da Emilia, una tigelleria (poco piemontese, quindi) dove suonano spesso i Foxhound, «band elettrica e psichedelica poco più che maggiorenne». Ma non siamo stanchi, dalla musica passiamo al cinema, e portiamo dei fiori notturni ai due registi più intriganti della nuova Torino di celluloide, Irene Dionisio e i gemelli De Serio. Vorrei anche fare in tempo a bere qualcosa: passare dai Tre Galli, il coraggioso avamposto ristoratore fondato da Riccardo De Giuli, che per primo, vent’anni fa, riportò anime e corpi in una zona tremebonda, proprio vicino a Porta Palazzo. Vorrei bere con filosofi che hanno inventato algoritmi, come Luca Morena, allievo di Maurizio Ferraris, che assieme al fratello Alessio ha lanciato una società di individuazione di tendenze online. Vorrei scambiare due parole con Gabriele Di Fronzo, classe 1984, autore del Grande animale, uno degli esordi letterari che rimarranno in questi due, tre anni, dei quali siamo incantati.

La nuova sede di Lavazza

A volte però l’età non conta, anche sopra i quaranta ci sono menti mobili che non smettono di porsi questioni e viaggiare, anche soltanto con l’immaginazione selvatica. Vorrei così farmi aggiornare dal gruppo di pubblicitari visionari di Luca Ballarini sulle loro ultime espressioni pubbliche, tra comunicazione istituzionale ed editoria. Vorrei anche richiamare in città Paolo Verri, l’uomo dietro al successo di Matera 2019, una delle menti più libere che questa severa comunità abbia visto crescere (non senza poca riconoscenza); vorrei anche discutere con Maurizio Cilli e Rebecca De Marchi, agitatori culturali tra diverse discipline. Vorrei tutto, perché credo che Torino per brillare meglio debba volere tutto.

Purtroppo il giro è finito. Il tassista – ma sarebbe stato meglio un Uber driver, o un autista in pensione di Casa Agnelli – è sfinito. Torino non è “casa mia”. Non è casa vostra. Non è casa di nessuno. Torino è l’hotel particolare delle città italiane, lo spazio sperimentale che richiama e accoglie, offre ma non scioglie. È tante altre cose, naturalmente. Ma io credo sia imperativo redistribuire le risorse dell’attenzione, e poi non ho più tempo. C’è il Frecciarossa notturno per Milano… Ah no, era solo un sogno. Le città piccole, nel XXI secolo, sognano infrastrutture e si svegliano tristi nel cuore dei giorni perché non ne hanno mai abbastanza.

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