In Designated Survivor Kiefer Sutherland si improvvisa Commander in Chief a seguito di un attacco terroristico che azzera Washington D.C. Una persona non all’altezza del compito che si spera la realtà ci possa risparmiare

Immaginate che un attacco terroristico azzeri Consiglio dei Ministri, Camera e Senato – quello attuale, non il prossimo – e si dovesse nominare il nuovo Presidente del Consiglio così su due piedi, a Palazzo Chigi e Montecitorio fumanti, individuandolo tra ministri, deputati e senatori superstiti, sempre che ve ne siano (immagino che ci sarebbero molte più chance di rintracciarlo tra i 5 Stelle, verosimilmente tra le file dell’ala intransigente, quella dotata dell’ultimo modello di zainetto/bunker–portatile anti scie chimiche. L’hanno già inventato no?).

A ogni modo, questo è più o meno l’antefatto di Designated Survivor, una nuova serie prodotta e trasmessa da Abc, un thriller politico che vede Kiefer Sutherland nella parte del più irrilevante componente del Gabinetto presidenziale Usa, il “Secretary of Housing and Urban Development” (e anche se nella realtà a nessuno interessa sapere chi sia, noi ve lo diciamo: attualmente ricopre l’ufficio nientemeno che Julian Castro, il brillante ex sindaco di San Antonio che Obama deve aver deciso di interrare per qualche oscuro motivo tra le mappe del catasto nel 2014, dopo 5 anni di mandato di tal Shaun Donovan). In realtà, il “Casa e Sviluppo Urbano” non è nemmeno il peggiore dei Dipartimenti possibili: nella linea di successione al Presidente degli Stati Uniti si piazza infatti all’11esimo posto su 16. Per Sutherland – Tom Kirkman nella serie – questo problema non si pone: essendo morti tutti, eccolo proiettato nello spazio di una deflagrazione dall’undicesimo al primo posto in classifica: mentre ancora si scava tra le macerie di Capitol Hill, vediamo così Kirkman – un mite family man che giusto la mattina degli attacchi era in realtà stato licenziato dal Presidente degli Stati Uniti –  giurare in fretta e furia con indosso una hoodie scapigliata della Cornell prima di dirigersi alla sua nuova scrivania nell’ufficio Ovale.

Chi si aspettava di vedere ricomparire Jack Bauer sotto altre spoglie è rimasto presto deluso: Kirkman è tutto fuorché l’assertivo salvatore del mondo che abbiamo ammirato in 24. Pacato, insicuro, riflessivo fino e oltre il limite del tentennamento, l’ex Segretario allo Sviluppo Urbano fa imbestialire mezzo Presidential Emergency Operation Center e tre quarti dello Stato maggiore delle forze militari americane che vorrebbero lanciare la controffensiva immediata ai terroristi alla loro maniera: fast and furious (o erga omnes/ad minchiam, fate voi). Nei momenti cruciali Kirkman tira fuori però un cipiglio differente riuscendo addirittura a risolvere crisi internazionali utilizzando l’antica arte della diplomazia. È un uomo politico alla fine di tutto, un uomo politico che nel suo nuovo inaspettato ruolo di traghettatore dell’intera Nazione sembra riscoprire via via i suoi istinti migliori, istinti da qualche parte seppelliti negli anni sotto il peso delle molteplici routine della sua vita: la familiare, la politica, la stipendiata.

Non ci inganniamo: per la maggior parte del tempo a prevalere è il Kirkman anti-Bauer fragile, timido e indeciso cronico. Deve esserci un qualche bizzarro concorso segreto in corso tra gli autori di serie tv americane a chi è in grado di tratteggiare il Presidente degli Stati Uniti più scarso che si sia mai visto. È possibile che nel prosieguo della serie Kirkman prenda, come detto, tutt’altra piega, ma al momento diciamo che sembra aderire abbastanza convintamente a quella tradizione di presidenti scamorzeschi di cui il Fitz di Scandal rappresenta il punto più alto (poi hai voglia a lamentarti se il pubblico/elettore va là fuori e vota Trump). Ma non è l’unico punto di contatto tra finzione e vicenda reale, ce n’è un secondo che potremmo individuare nella seguente domanda: «Che cosa succederebbe se a diventare Presidente fosse una persona non all’altezza del compito?». Improvvisazione, inettitudine, una presidenza situazionista ed estemporanea, forse drammatica anche, ecco quel che ci si aspetterebbe. Peccato che per poterla evitare con certezza più che di un designated survivor avremmo bisogno di qualche milione di designated voters.

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