A vent’anni esatti dai mitici concerti di Knebworth, il documentario Supersonic celebra gli Oasis, la più grande (e incompiuta) band di un’era stilosa e sfacciata

C’era un tempo in cui ancora esisteva la storia del rock, e in un certo senso era irrilevante se chi ne faceva parte era un cattivo o un buono, perché il punto è che esisteva. C’erano le rockstar, ed erano rilevanti come adesso lo è Beyoncé. Come abbiamo scritto spesso su IL, la storia del rock non esiste più da quando sono arrivate le band meta-rock come Strokes e White Stripes e Interpol all’inizio del nuovo millennio. In realtà, filologicamente parlando, il metarock nacque nel decennio dell’ironia, gli anni Novanta: fu allora che uno strano giro di band di Seattle che scimmiottavano l’hard rock prendendone in giro le pose macho ma salvandone la forza inventarono il grunge. La forza diciamo morale ed emotiva del grunge fece passare in secondo piano il fatto che fosse musica ironica e derivativa.
Fu nello stesso decennio che in Inghilterra si contrastò quell’ondata culturale con una nuova musica derivativa e pure sciovinista, stilosa e al tempo stesso popolare. Il brit pop celebrava la Gran Bretagna o meglio la Cool Britannia che ci darà anche il cinema indipendente, certa letteratura, e Tony Blair… Il brit pop, come il grunge, fu spensieratamente metarock. I gruppi di punta – Blur, Oasis, Suede, Supergrass – imitarono ogni grande cosa della musica inglese, dal glam di T. Rex e Bowie alla psichedelia di Beatles e Kinks, dalla New Wave altezzosa degli XTC alla letteratura degli Smiths al suono tossico e festaiolo della Mad-Chester di Happy Mondays e Stone Roses.
Gli Oasis furono i più brit di tutto il brit pop, i più immediati e al tempo stesso colossali. Nei primi due album, Definitely Maybe e (What’s the Story) Morning Glory?, riuscirono a sintetizzare più di tutti la freschezza dei lads di tutta Inghilterra e Regno Unito, una freschezza che, rispetto allo stile del grunge, quando eravamo ragazzi, ci pareva “di destra” e al tempo stesso irresistibile. I ritornelli erano sfacciati, la voce di Liam era uscita da una rissa, li si ascoltava come si guardava una partita di calcio e si vestivano semplici e impeccabili con gli Harrington e le Adidas.
Supersonic, il documentario di Mat Whitecross, che si era già cimentato con Stone Roses e Ian Drury, celebra il ventesimo (OMG!) anniversario dei mitici concerti di Knebworth, mitici a partire dal fatto che due milioni e mezzo di persone fecero richiesta di un biglietto. Liam e Noel Gallagher sono coinvolti nel documentario con delle interviste. I due non si rivolgono la parola da anni, danneggiandosi economicamente con grande nobiltà d’animo. Potrebbero andare in tour a vita a portare in giro le loro canzoni. Daremmo tutto per sentirli suonare ancora Supersonic e tutto il resto. Ma non si rimettono insieme. Ho intervistato Noel cinque anni fa e mi ricordo lo choc di scoprire che pur non parlandosi avevano una casa di produzione in comune, un ufficio piccolo e confortevole non ricordo più in che quartiere di Londra. Tipico di loro: affetto e incomunicabilità, semplicità e grandeur.
Il regista ha raccontato all’Independent: «Continuavo a chiedere se avessero rimpianti e Noel mi rispose che avrebbe dovuto tenere da parte le (mitiche, ndr) b-side per farci il terzo album: “A quel punto saremmo stati più grandi dei Beatles. E ora non starei parlando con te, ma con Martin Scorsese”».

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