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Red & Blue America

IL 85 25.10.2016

In attesa del voto dell’8 novembre, ecco quello che si sa, quello che si crede di sapere e quello che è incerto

Come funziona il sistema elettorale

L’8 novembre i cittadini americani che hanno diritto di voto, e che si sono registrati nelle liste elettorali come democratici, repubblicani o indipendenti, possono votare nelle elezioni presidenziali. Per tradizione, le elezioni presidenziali, che si tengono ogni quattro anni, si svolgono sempre il martedì successivo al primo lunedì di novembre. Il voto popolare serve per eleggere i cosiddetti 538 “grandi elettori”. Il candidato che otterrà almeno 270 grandi elettori diventerà presidente degli Stati Uniti. I grandi elettori sono 538 perché questo numero corrisponde alla somma del numero dei senatori (100) e del numero dei deputati alla Camera dei Rappresentanti (435), più tre rappresentanti del District of Columbia. Ogni Stato esprime un numero di grandi elettori proporzionale al suo peso demografico, che viene ricalcolato ogni quattro anni. Nessuno Stato esprime meno di tre grandi elettori e lo Stato che ne esprime di più, la California, quest’anno ne nominerà 55. Il conteggio dei voti popolari avviene in ciascuno dei 51 collegi elettorali (che sono costituiti dai 50 Stati più il District of Columbia). In 48 Stati e nel District of Columbia vige il sistema del winner takes all: il candidato presidente che prende più voti in quello Stato si aggiudica tutti i grandi elettori di quello Stato. Soltanto in Nebraska e in Maine, che hanno peraltro un peso elettorale modesto (nel 2016 il primo esprime 5 grandi elettori, il secondo 4), si applica un sistema diverso: conquistano un grande elettore i candidati che arrivano primi in ciascuna delle circoscrizioni in cui è diviso lo Stato (che sono tre in Nebraska e due in Maine) e al candidato vincitore nel voto complessivo dello Stato sono assegnati gli altri due grandi elettori. Il criterio del winner takes all, che si applica per attribuire i grandi elettori dei diversi Stati a uno o all’altro candidato alla presidenza, non garantisce che sia eletto presidente il candidato che ha ottenuto più voti popolari nel complesso degli Stati Uniti. Secondo la Costituzione americana, in concomitanza con le elezioni presidenziali si rinnovano anche tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e un terzo dei 100 seggi del Senato. L’8 novembre si voterà anche per eleggere il governatore in 12 Stati.

 

I grandi elettori

Il voto in molti Stati non ha mai riservato (e non riserverà) sorprese. L’elezione si decide negli Stati incerti. Nella mappa è indicato il numero di grandi elettori espressi quest’anno da ogni Stato

 
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I sondaggi negli Swing States che possono rivelarsi decisivi

Gli Stati incerti sono una decina. In questi grafici analizziamo le previsioni di voto nei sei che potrebbero davvero determinare la vittoria finale. Per Florida e Ohio, i due Stati in cui la competizione si annuncia all’ultimo voto, pubblichiamo anche sondaggi più analitici sui comportamenti elettorali

 
Fonti: fivethirtyeight.com, census.gov, NYT Upshot/Siena College, Quinnipiac University, dati aggiornati al 21 ottobre

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I precedenti dal 1992

L’infografica mostra come hanno votato i 50 Stati (più il District of Columbia) nelle ultime sei elezioni presidenziali. È evidente come in alcuni Stati-roccaforte il voto non riservi mai sorprese e come la lotta si concentri negli Swing States

 
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Chi ha vinto e chi ha perso le ultime sei elezioni

 

 

 

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Così hanno votato giovani e anziani, donne e uomini, bianchi e minoranze etniche dal 1992 al 2012

 
Fonte: Roper Center/Cornell University

 
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L’affluenza alle urne

Ecco quanti elettori bianchi e di altre etnie hanno votato nelle ultime sei Presidenziali

 
Fonte: Pew Research Center

 

 

 

I terzi candidati: Verdi, Libertarian ed Evan McMullin

Alle elezioni presidenziali americane concorrono sempre, oltre al candidato democratico e a quello repubblicano, anche altri candidati minori che possono in qualche caso, sottraendo voti a uno o all’altro dei candidati maggiori, determinare il risultato in alcuni Stati. In elezioni recenti il miglior risultato di un “altro candidato” alle presidenziali americane è stato quello dell’indipendente Ross Perot nel 1992: ottenne il 18,9 per cento del voto popolare (ma nessun grande elettore). Nel 1996 Perot si ripresentò e ottenne l’8,4 per cento. Quest’anno i due “candidati altri” più importanti sono quello dei Libertarian e quello dei Verdi. I Libertarian, che difendono il capitalismo puro, il libero mercato e le libertà civili e sono per l’estrema limitazione dell’intervento dello Stato in ogni campo, schierano lo stesso candidato del 2012, Gary Johnson, che dal 1995 al 2003 è stato il governatore (repubblicano) del New Mexico. Quattro anni fa, Johnson ottenne solo l’1 per cento dei voti, ma quest’anno i sondaggi gli attribuiscono un risultato decisamente migliore (intorno al’8 per cento). I Verdi candidano invece Jill Stein, un’attivista che è stata già candidata alla presidenza nel 2012 (ottenne lo 0,4 per cento dei voti) e si è candidata due volte anche per l’elezione a governatore del Massachusetts. Inoltre c’è l’indipendente Evan McMullin, che si è tardivamente candidato soltanto in alcuni Stati: conservatore e mormone, può ottenere un notevole risultato in Utah, Stato in cui la maggioranza degli elettori è sua correligionaria e, pur essendo tradizionalmente repubblicana, non sembra apprezzare particolarmente Donald Trump.

 

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