The Donald, la Brexit, l'avanzata grillina: viviamo nell'epoca della disinformazione

Decine di milioni di lettori non sono riusciti a spiegarci cosa trovassero in 50 sfumature di grigio – a spiegarlo a noialtri di buonsenso, di buongusto, di buone letture – figuriamoci se possono decine di milioni di elettori spiegarci perché ci tengano tanto a eleggere Donald Trump. Del quale, da questo lato dell’incomunicabilità, si vede solo la volgarità, l’inadeguatezza, il colorito. Da questo lato dell’oceano Atlantico è la copia di mille riassunti; il vantaggio dell’Italia è aver già eletto il candidato impresentabile; vantaggio azzerato, giacché l’esperienza non ha insegnato niente, né a noi né agli osservatori americani: il problema delle fiabe della buonanotte con una morale è che in genere ci si addormenta prima di arrivare alla morale.
Nel suo The Elephant in the Room, ebook sulla convention repubblicana, Jon Ronson descrive una scena in cui un comico scarso molesta un Repubblicano; Ronson è lì ed è molto imbarazzato per quanto non faccia ridere, ma su Twitter è tutt’un entusiasmo, l’ha massacrato, era esilarante. «La vita di tutti i giorni sui social media: tutti che ridicolizzano la controparte, alimentando le fiamme del caos divisivo da cui era emerso Trump, il candidato di Twitter. Ma tre settimane prima, c’era stata la Brexit. L’Inghilterra aveva smentito le aspettative, si era inchinata al sentimento nazionalista, e aveva votato per lasciare l’Unione Europea. Oggi, 18 luglio 2016, giocarsi la carta del ridicolo appariva insensato o, peggio ancora, controproducente. Mentre la sinistra li irrideva, loro vincevano».

È una storia già vista – da una parte tutti gli autocertificati intelligenti, dall’altra i risultati elettorali – e i commentatori politici americani sono vecchie rockstar che, barcollanti sul palco, si chiedono come trovare un senso a questa storia, sebbene intimamente convinti che questa storia un senso mica ce l’abbia. Di sicuro le somiglianze – quella tra la Brexit e Trump, ma anche quella tra Trump e Grillo – rendono più insensata che mai la posizione «l’unico Paese al mondo», sempre in voga quando si parla dei difetti della contemporaneità. Tutto ciò che viene spacciato per guasto locale è in realtà almeno glocal, non effetto d’un posto ma d’un’epoca, quell’epoca che potremmo definire «vi hanno dato l’accesso gratuito alla biblioteca di Borges e voi, invece di usarla per essere più informati che mai, decidete di non sapere mai niente, di non leggere mai oltre il titolo, ma d’essere determinatissimi ad avere un’opinione disinformata e volitiva su tutto». Non si può dire «l’unico Paese al mondo» perché, anche se neppure si conoscono, l’elettore di Grillo – che scrive con una certa sicumera che Benigni ha preso duecentomila euro per dire come voterà al referendum – e quello di Trump – che dice che tutti sanno che Hillary è una satanista – sono perfettamente intercambiabili. Il villaggio non è mai stato così globale, gli scemi non sono mai stati così del villaggio.

Nell’introduzione a The Year of Voting Dangerously, la raccolta dei suoi editoriali su Trump e Clinton, Maureen Dowd riporta un’analisi di Chuck Todd, il conduttore di Meet the Press, talk show politico per eccellenza nel Paese che non ha venti talk show politici a settimana (o almeno non sulle reti generaliste). «Negli ultimi dieci anni abbiamo detto alla piccola borghesia: “Non rompere e sii bilingue; non rompere e permetti agli uomini di sposarsi con gli uomini e alle donne con le donne, anche se in chiesa senti dire che è peccato; non rompere e rendi omaggio a un Presidente nero. E: sai quel lavoro sicuro che avevano i tuoi? Tu no”. Tutto questo, mentre tutti tranne la piccola borghesia sono una categoria protetta, cittadini speciali, tutti, pure Bruce Jenner». Come forma di protesta se non sei gay, non sei trans, non sei nero, non sei speciale, votare un miliardario. Ci penserà lui, mentre quelli intelligenti stanno su Twitter a fare gli ironici.

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