Antiretorico, conradiano, efficace e rapido. È tornato Pietro Grossi

Pietro Grossi con Il passaggio straccia ogni retorica (e i suoi conseguenti piagnistei) attorno al rapporto padre e figlio. Il romanzo prende infatti per Grossi la forma compiuta e sottile, imprevedibile e affilata di una linea di passaggio. Una vera e propria sfida all’epica di un dialogo che fu interrotto tra il figlio architetto e mezzo londinese e un padre che ricorda un personaggio alla Franco Fabrizi con l’evidente peso di un eroismo obbligato agli occhi del figlio.

Non è la passione e non è nemmeno l’avventura a muovere i due personaggi, poli estremi di una narrazione all’americana in cui i confini e gli orizzonti fanno a pugni con la razionalità e con la buona volontà delle buone intenzioni. Ne Il passaggio non conta più cosa è giusto e cosa è sbagliato, ma cosa è necessario. Non contano la razionalità e il senso di giustizia ormai lacero di un secolo che nei fatti è quanto di più selvaggio e imprevedibile si potesse mai pensare. Il padre non porta protezione, ma rischio e anche paura. Un padre Diogene che illumina i punti oscuri di una narrazione contemporanea che rassicurando ha reso il mondo insicuro anche dentro casa e un figlio che, spogliatosi dalle rassicurazioni e dalle consolazioni anche retoriche di un passato inutilizzabile, è costretto ad affrontare l’orrore che fu di Conrad guardandolo in faccia e solo in questo modo riducendolo. L’orrore non più come esclamativo punto di arrivo, ma ostico punto di partenza, dato di fatto, realtà intrisa di vita possibile.

Libro rapido e dalla scrittura efficacissima, Il passaggio sovrappone avventura a necessità in un conflitto rigenerativo e salutare dentro al quale rivive uno spazio di vita e di relazione nuovo perché finalmente riconoscibile.

Pietro Grossi
Il passaggio

Feltrinelli 2016
160 pagine, 15 euro
Chiudi