Explicit / Fiction

Una gran brutta borghesia

IL 85 21.10.2016

LaPresse

Siamo tra persone meschine, egoiste, vanitose e ossessive. Insomma, siamo in un grande romanzo di Alessandro Piperno

Meglio amare l’uomo sbagliato per tutta la vita che non amare nessuno» è la risposta che Federica, moglie del poligamo latitante Matteo Zevi, vorrebbe dare alla figlia Martina, alla semplice domanda dei figli che non nascondono un sano imbarazzo vedendo uno dei genitori immolarsi all’altro, umiliarsi per un coniuge degenere. La domanda di Martina è: «Perché non hai chiesto il divorzio?», la risposta quell’insieme di codardie che tiene in piedi la maggior parte dei legami: perché una volta ci siamo amati e pure con una certa passione e tu che ne sai se non eri neppure nata; per far dispetto a mio padre (cioè tuo nonno) ma un po’ pure per compiacerlo; perché essere la moglie di uno che non ho neppure il disturbo di ritrovarmi in ciabatte dentro casa ha una sua perversa comodità. Perché a non soffrire per nessuno mi annoio, mentre amare un bastardo non è il modo peggiore di passare il tempo, soprattutto se è scappato dall’altra parte del mondo e si è risposato senza disturbarmi con le beghe legali di una separazione.

Così, in un punto imprevisto della vita di entrambe, madre e figlia malvolentieri si ritrovano simili, intrappolate in quello che pensavano fosse un matrimonio e invece era uno stagno: «Siamo nate per essere massacrate». E ancora: «Le persone ci umiliano e noi non sappiamo come reagire. Gli rendiamo la vita facile e loro credono di poter disporre di noi, smettono di rispettarci». Ovviamente è la figlia a parlare, a vent’anni è tutto ancora intero, dal vittimismo alla certezza di poter fare la rivoluzione partendo da sé. «Siamo conciate proprio male», sorride invece la madre, abituata ad accogliere il proprio karma con un’onesta, passiva lucidità.

Così giovane e già così invecchiata, la poco più che ventenne Martina è intrappolata nella noia di una vita coniugale da cui prova a salvarsi inventandosi un grande amore lesbico per la cognata e migliore amica. La quale, a sua volta, è scappata in Germania per non pensare a quell’unico, casto bacetto scambiato nel bagno della biblioteca giuridica (il karma della figlia: fuggitivo il padre, fuggitiva l’amante). Insomma, l’avrete capito: siamo in mezzo a una gran brutta borghesia, meschina, egoista, vanitosa, ossessiva e tanto attaccata all’apparenza quanto abituata a tradirla di nascosto e di continuo pur di avere un po’ di felicità, o dell’emozione che più le somiglia. Insomma, siamo in un romanzo di Alessandro Piperno

Dove la storia finisce è, innanzitutto, la tragedia di un titolo che non si può spiegare in una recensione perché si disvela nelle ultime trenta pagine, che colpiranno il lettore come una raffica, retroillumineranno la commedia che credeva di aver visto fino a quel momento e la lasceranno evaporare in un nuovo, inatteso significato. Quel gioco su cui si deve tacere per non rovinare la lettura del romanzo è il romanzo stesso, il finale è struggente e polverizza il resto, ma, appunto, bisogna tacerlo, allora tocca concentrarsi su cosa emerge dalla prima parte, Il diritto al ritorno, dalla seconda, I doveri dell’ospitalità, e dall’inizio della terza, Le ansie della partenza (sì, leggere i tre titoli di fila rivela una musicale, biblica sequenzialità).

Fin dall’esordio di Con le peggiori intenzioni la specialità di Piperno è stata raccontare le brutte persone, non supereroi cattivoni ma la cerchia larga di chi si porta dietro piccole meschinità inconfessabili, come «Sono due le cose che ti allungano la vita: la vanità e la cattiveria», o «Per quanto sia odioso ammetterlo, non ci si stanca mai di essere ammirati». Sono brutte persone i protagonisti, sono brutte persone i personaggi minori e pure la voce che li descrive («Uno di quei cinquantenni che sul profilo Twitter si definiscono “schierati dalla parte del torto”, doveva essere stato avvenente prima che la ribalta televisiva lo sfigurasse» – vi avviso: sono brutte persone pure i lettori che ora stanno passando in rassegna gli account di quelli che seguono). Un’altra specialità di Piperno, che rende i suoi romanzi vividi, è lasciare che la trama parli da sé e il lettore rifletta da solo sul susseguirsi degli eventi, sui dialoghi, sulle poche ciniche riflessioni che aderiscono ai pensieri di personaggi nitidi, reali. Personaggi che, a contatto con il proprio sé, risultano invariabilmente pessimi. Il rischio di tanta esibita bassezza è il macchiettismo, un confine su cui Piperno cammina senza cadere, un equilibrio che sarebbe impossibile per uno scrittore meno bravo. C’è il sarcasmo e c’è il saperlo allentare, ci sono il mestiere e la capacità di guardare dentro gli imbuti dove cadiamo e soffochiamo da soli per narcisismo o per appartenenza a una religione, a un credo, a una borghesia, oppure solo per l’umana bravura che sappiamo tutti tirare fuori quando si tratta di peggiorarci la vita. Eccoli, gli Zevi:

Sempre lì a espiare chissà quale colpa remota. Persino Matteo, temperamento nient’affatto penitente, aveva passato gli ultimi sedici anni a espiare. Per non dire di Federica, che espiava ancora la colpa di averlo sposato e di non aver mai preteso il divorzio. E Giorgio? Lui sì che avrebbe avuto ragioni per compiacersi. Raramente il talento e l’abnegazione vengono ripagati in modo così incontrovertibile. E invece eccolo lì, il suo fratellone, sull’orlo della buca profonda che si era scavato. Di recente Sara le aveva detto che aspettavano un bambino ma che Giorgio non voleva dirlo a nessuno. A casa loro anche gli eventi fausti erano complicati.

Se madre e figlia hanno aspettato due ritorni (una il marito e padre poligamo, l’altra la cognata e amica confusa), c’è un altro personaggio che non aspetta niente, se non, senza troppa convinzione, un figlio. È Giorgio, primogenito di Matteo e nato da una moglie ancora precedente (la povera Federica non ha neppure l’onore di essere stata la prima). La compagna di Giorgio è incinta, la loro unione non è messa meglio delle altre, e dopo un accumulo di litigi che frulla sullo stesso piano la critica a un nuovo taglio di capelli e il diritto delle donne a fare l’amniocentesi, l’equilibrio fra i due viene infine trovato: «Da allora si attenevano al codice delle coppie in crisi che consiste nello scambio del maggior numero di informazioni con il minor spreco di parole, un’arte in cui non avevano rivali». Il segreto dei matrimoni riusciti esiste, ma è chiaro solo a Martina: pur di non deprimersi insieme al marito (che oltre ad avere il perfetto curriculum dell’uomo noioso, hobby compresi, ha anche l’aggravante di essere il fratello della donna da lei realmente amata) si diverte a ricevere a casa persone su cui dire male appena vanno via. E lui, tonto: «Perché li invitiamo, se poi dobbiamo massacrarli?», senza sapere che i pettegolezzi sono «un modo collaudato da secoli per sentirsi migliori, per ribadire la superiorità della propria coppia sulle altre». Chi se ne importa del pane, il vero amore si nutre di giochi circensi.

Torniamo a Giorgio. Già essere il figlio di Matteo Zevi non è la cosa migliore che possa capitarti, per giunta subisci anche raid antisemiti e oscuramente minacciosi (ma sempre raccontati con ironia) nell’unico luogo in cui potresti sentirti realizzato: l’Orient Express, il ristorante che hai fondato ottenendo un discreto successo, dove sei il giovane e talentuoso capo e non solo “il figlio di”. Come se non bastasse, su di te pesa anche il presunto flirt con una giovane collaboratrice del locale. Perché, è chiaro, l’unico spazio vitale delle brutte persone (ovvero di tutti) è il sesso, che nell’universo della borghesia pipernese è possibile solo se clandestino, eccentrico, quindi estremamente faticoso, al punto che l’unico modo per non stancarsi e non rovinarsi la vita sembra l’astensione: «Io non scopo più», afferma compiaciuto un animale da salotto a pagina 66. «È una cosa talmente faticosa, triviale, umiliante per le controparti. E il premio è così effimero, almeno per noi uomini». Martina è sempre più smarrita quando la cognata annuisce e non nega, alludendo alla loro relazione: «Forse era vero, il sesso rovina sempre tutto».

Sulla linea che divide sapere, non sapere e fare finta dell’una o dell’altra cosa si muovono tutti i personaggi di Dove la storia finisce. Per Giorgio e Sara l’impronunciabile è l’amniocentesi sul figlio in arrivo (è morboso o responsabile voler scoprire in anticipo se sarà sano o malato?); per Martina e Benedetta i propri sentimenti (è davvero necessario prendere coscienza della propria omosessualità?); per Federica le magagne del marito (come si vive bene chiudendo un occhio, anzi tutti e due). Solo Matteo Zevi, l’uomo che compie il Gran Ritorno, non ponendosi per nulla il problema del dolore filosofico della conoscenza, appare rilassato. Certo, vivere da bastardo alla luce del giorno, in tutti i continenti, dev’essere meno stancante che impilare bugie dette a sé stessi e tenere in piedi facciate stanche. Matteo Zevi, l’uomo intorno al quale ruota il romanzo, l’uomo del quale in fondo Piperno ci racconta meno di tutti, è un vecchio fedifrago acciaccato dagli anni, pronto ad autoprocessarsi ma neanche per sogno a tornare indietro, pentirsi e sacrificarsi in nome di una vita etica e banalotta. Senza di lui, senza i traumi che ha seminato in almeno cinque case, senza i segni dei suoi arrivi e delle sue partenze, mogli, figli, amici non avrebbero un capro espiatorio per i loro difetti: avendolo avuto vicino (o lontano), invece, possono vendere le proprie bruttezze come traumi, con sereno alleggerimento della coscienza di tutti. In fondo, dice questo romanzo, avere un bastardo in famiglia è una fortuna che garantisce una condivisa spendibilità sociale. Ecco perché tutti lo odiano, ecco perché nessuno lo odia per davvero.

Alessandro Piperno
Dove la storia finisce

Mondadori 2016
288 pagine, 20 euro
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