Explicit / Idee

C’è un solo modo per amare un hater

di Serena Pompili
illustrazioni di DANIELA BRACCO
IL 86 29.11.2016

Céline è un ideologo abominevole. Poi, però, apri i suoi romanzi. E l’odio si fa poesia

Li chiamano “haters”. Sono quelli che professano un odio costante e generalizzato per qualsiasi cosa, sfruttando ogni mezzo a disposizione per esprimerlo. Trasfigurati dalla rabbia che hanno in corpo, il risentimento li divora come il cancro. Eccoli, i figli più o meno consapevoli di Louis-Ferdinand Céline. Infestano il web, scelgono l’anonimato, non conoscono misericordia. Peccato che non avranno mai il suo straordinario genio.

«Non scrivo per compiacere l’umanità, ma per ferirla», dice Céline. Come un moderno Alceste, Céline sferza l’ipocrisia del prossimo elevandosi a modello di purezza e integrità. Si sa, l’ebreo è in cima alla lista nera. Nei biechi pamphlet, nelle lettere, negli articoli sui giornali collaborazionisti, nei diari e talvolta persino nei romanzi, Céline sferza gli ebrei con ferocia implacabile. Ne è ossessionato. L’ebreo è il filisteo per antonomasia, l’astuto cospiratore, il ricco senza scrupoli, il padrone del mondo. Niente di nuovo, insomma. Niente di fresco. «Céline raccomanda di sterminare gli ebrei come batteri. È il dottore che è in lui», ironizzava Saul Bellow nel suo ultimo libro. Ma battute a parte, occorre dire che l’odio antisemita in Céline non ha alcuna origine sciovinista, tanto meno messianica. Li odia perché qualcuno deve avere la colpa e allora perché non gli ebrei?, li odia perché amano indossare i panni delle vittime. «Se avessero fatto meno i furbi per tutta la faccia della terra – scrive in Bagatelles – se avessero rotto meno i coglioni alla gente, forse non li avrebbero fatti fuori». Per Céline, l’ebreo è colui che meglio di qualsiasi altro incarna l’oggetto odiato. Ciò non gli impedisce di odiare con altrettanto trasporto il francese medio: stolto, ingenuo, privo di cultura, pronto a farsi raggirare dallo straniero e dall’ebreo, o da chiunque gli prometta il benessere. Per non dire dei comunisti, nient’altro che capitalisti travestiti: sotto i loro blateramenti democratici si nasconde la stessa spietata sete di potere. «Farcire la merda, servirla al caramello», ecco la loro specialità. Per non dire dei letterati e degli intellettuali. Quelli sì che lo fanno arrabbiare. Céline odia ogni tipo di savant: gli scrittori, gli editori, ma soprattutto i critici frustrati dalla loro mancanza di talento che vivono del genio altrui.

Céline detesta l’umanità per il suo peso. Le persone pesano. Pesano le loro idee, le azioni gratuite, le ambizioni, le opinioni, le illusioni… «C’è così poca leggerezza nell’uomo!».

Lui ama solo gli esseri leggiadri e immateriali, come le diafane danzatrici che invoca continuamente. Céline odia chiunque minacci questo sogno etereo. Teme gli ebrei, li accusa di essere portatori di guerre, li vede come esseri insensibili, utilitaristi, annientatori di emozioni. Odia la pedanteria della letteratura moderna perché priva di quella magia primitiva che animava la poesia delle origini. Odia Marcel Proust per via della sua prosa sovraccarica. Sente di avere una missione: salvare la Francia dalla distruzione fisica e morale, liberarla dalla pesantezza. Ma per fare questo, ha bisogno di capri espiatori. Leggere Céline non è dunque esperienza facile. Ed è sufficiente aprire uno dei suoi otto romanzi per rendersene conto. Una massa di parole vomitate che saturano la pagina, tutti quei puntini sospensivi, non uno spazio bianco a darci sollievo: solo ellissi, inchiostro e ferocia. Una lettura deprimente e claustrofobica. Sicché il lettore, schiacciato dal fardello di tante parole, si scopre vergognosamente impotente e inutile. Gli è richiesto solo un grande atto di fedeltà. Per questo forse Céline ancora oggi allinea tra i suoi lettori una falange di haters, i cui interessi letterari sono del tutto strumentali.

In prima linea c’è il fervente céliniano, fanatico estimatore di Robert Brasillach e Pierre Drieu La Rochelle, intento a declamare passi di Bagatelles a una folla di teste rasate. Ma dall’altro lato della barricata troviamo l’intellettuale sartriano che esalta il Viaggio al termine della notte quale romanzo militante nella denuncia del colonialismo e del fordismo. Un Émile Zola o un Henri Barbusse in erba che si rivelerà però un’enorme delusione. Ma c’è anche il giovane anarchico, cresciuto con Emil Cioran e Lautréamont, che scrive la sua tesi di laurea alimentando dentro di sé un nucleo di odio, mentre un LP dei Sex Pistols risuona nella stanza. Per precauzione ha attaccato alla porta della sua stanza le massime di Céline, scritte a caratteri cubitali, come monito a non oltrepassare la soglia.

Occorre dire però che scegliere Céline perché fautore di un’ideologia o come manifesto della nostra infelicità è forse il più grande torto che gli si possa fare. Il modo giusto per amare Céline è accettare la convivenza tra odio e compassione, delirio e lucidità, grettezza e magnanimità, morte e impulso alla vita.

C’è qualcosa di calvinista in Céline, nella sua austerità, nella sua concezione della scrittura come predestinazione: «La grande ispiratrice è la morte, se non mettete in gioco la pelle non ottenete niente, bisogna pagare!». La letteratura è una missione dolorosa cui un individuo si consacra suo malgrado. «Cos’è la letteratura? È il contrario della verità». Così si apre il nuovo film di Emmanuel Bourdieu Louis-Ferdinand Céline, uscito nelle sale francesi lo scorso marzo. È il 1948, Céline è esiliato in Danimarca insieme alla moglie Lucette e il gatto Bébert. Qui viene a trovarlo il giovane americano (e ebreo) Milton Hindus, ammiratore e difensore dell’opera céliniana. Bourdieu ci propone un Céline collerico, paranoico, grottesco, la voce rauca e l’aspetto trasandato, un clochard alcolizzato, ingobbito, accudito da una Lucette-badante, più che moglie. Troppo distante dall’uomo stoico che rispondeva agli intervistatori con il suo fare timido e quasi autistico, e che pure manteneva una certa distinzione nei suoi stracci. Distante, soprattutto, dall’indimenticabile ritratto che ne fa Hindus: alto, imponente, dalle grandi spalle, i tratti duri rischiarati dagli occhi grigio-azzurri, la cui presenza emanava forza, potenza, un’intelligenza straordinaria.  È questo il destino degli haters? La sorte dei risentiti di professione, dei profeti dell’insulto? Tutto pare suggerirlo. Meno male che ci sono i libri: Viaggio al termine della notteMorte a credito, la Trilogia del nord. È lì che l’odio si fa poesia.

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