Leggendo il romanzo di Paolo Cognetti, già in corso di traduzione in tutto il mondo, ci sentiamo finalmente nel posto giusto

C’è una nitidezza che cresce pagina dopo pagina, come una specie di concentrazione, accade anche quando si cammina a lungo in salita e si attraversano boschi che poi si diradano: si arriva in un punto in cui il mondo è fatto di cielo, e anche il respiro cambia, come i pensieri. Succede a questo libro di Paolo Cognetti, Le otto montagne (Einaudi Supercoralli), la storia di due amici e una montagna, la storia di un padre e di un figlio, e anche la storia della costruzione di una vita, e di uno sguardo che per diventare limpido ha bisogno di allontanarsi dal mondo. È un romanzo che è diventato un caso letterario internazionale: ancora prima di venire pubblicato in Italia è stato venduto in una trentina di Paesi (tra cui Stati Uniti, Inghilterra, Francia) perché tiene insieme la riflessione sull’esistenza e il racconto di formazione, attraverso una scrittura tersa, ma mai rude, in cui la montagna è protagonista, il luogo in cui tutto avviene e dove l’infanzia viene plasmata e offre riparo alla vita adulta. Non è libertà, è piuttosto un legame molto stretto: lontano da lì la vita diventa confusa, nebbiosa, trascorre nell’attesa di qualcosa di diverso, e la delusione brucia e fa perdere i contorni delle cose. La montagna è il posto in cui è necessario tornare («Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa»), e dove si trovano risposte, e respiri, ma anche un dolore inestirpabile, la coscienza di una solitudine a cui non ci si può opporre.

Il romanzo di Paolo Cognetti inizia dalla vita delusa di un padre solitario in rissa con il mondo, che non sopporta il cielo bianco di Milano, che è felice solo quando vede e tocca le montagne, sale sul ghiacciaio, passa le notti al bivacco, vede la neve in agosto, incontra gli stambecchi. Un padre difficile che certe notti non ce la fa più, spalanca la finestra come se volesse insultare la città. Un padre iracondo e un figlio silenzioso, nato nei primi anni Settanta a Milano, un ragazzino ubbidiente e per niente allegro. Ci sono persone che portano un peso addosso, e non possono scrollarlo mai via. Pietro e suo padre hanno quel peso, la madre di Pietro porta il peso di entrambi ma con leggerezza e talento per la vita e per le persone, e un segreto che la commuove quando guarda le montagne. Lei non vuole salire fino al ghiacciaio, ma non si oppone mai al bisogno di suo figlio di partire, di emulare il padre oppure di contrastarlo. Nella formazione di una vita, nella costruzione di un’identità, questa madre sta accanto e consola, contiene, sopporta una storia di rapporti totalmente maschili, che lei osserva e indirizza con una dolcezza che gli altri non conoscono. Né suo marito, né suo figlio, e nemmeno il nuovo bambino incontrato a Grana, il paese ai piedi del Monte Rosa in cui passano l’estate, il ragazzino che pascola le mucche nei prati lungo la riva del torrente.

Portava con sé un bastone giallo, di plastica, dal manico ricurvo, con cui spronava le mucche su un fianco per spingerle in giù verso l’erba alta. Erano sette pezzate castane giovani e irrequiete. Il ragazzino le sgridava quando se ne andavano per conto loro, e capitava che all’una o all’altra corresse dietro imprecando, mentre al ritorno risaliva il pendio e si voltava a chiamarle con un verso così: Oh, oh, oh, oppure Eh, eh, eh, finché loro, controvoglia, lo seguivano in stalla. Al pascolo si sedeva per terra e le controllava dall’alto, intagliando un legnetto con il coltello a serramanico.

È la prima immagine che Pietro ha del suo futuro migliore amico, ha la sua stessa età ma sembra quasi un uomo, e anche il bambino ha studiato Pietro che si siede in riva al torrente a guardare le alghe, vengono da due mondi diversi ma non opposti, sono curiosi l’uno dell’altro, sono entrambi per niente spensierati e molto bisognosi: di amicizia, di comprensione, di avventura. La letteratura sull’amicizia maschile contiene sempre un’avventura, la scoperta e condivisione di un mondo: Pietro e Bruno si dividono una montagna, Bruno gliela insegna, gli offre idee grandiose e irrealizzabili, gli mostra come vive un maschio con un bastone in mano e un paio di gambe robuste. Soprattutto: imparano entrambi, con stupore, con un’eccitazione crescente, a fare le cose in due, ad avere bisogno di un altro essere umano.

Credevo, anche in questo, di essere uguale a mio padre. Ma quel giorno avevo provato qualcosa, un improvviso senso di intimità, che allo stesso tempo mi attirava e spaventava, come un varco su un territorio ignoto.

L’amicizia può essere spaventosa, all’inizio, perché è una scoperta, e conserva anche in età adulta un lato misterioso, una necessità di tacersi le cose, di non aspettarsi troppo per non restare delusi, ma è il modo attraverso cui ci gettiamo nel mondo, o decidiamo di respingerlo. È il modo in cui comprendiamo chi siamo. La crescita di Pietro parte da qui, dal confronto con Bruno, che avrebbe volentieri scambiato il proprio padre sbagliato con il padre sbagliato di Pietro, ed è una crescita che si nutre di silenzio e di salite, di osservazione, di stanchezza fisica, e per Pietro che d’inverno torna a Milano, di nostalgia della montagna. Mentre Bruno non si muove mai da lì, Bruno aspetta e basta, e non bastano le migliori intenzioni dei genitori di Pietro a dargli un futuro diverso, giù dalla montagna. Tu sei quello che va e viene, io sono quello che resta, dice un giorno, molto tempo dopo, Bruno a Pietro, con un’idea inesorabile di destino a cui non ha alcun senso opporsi.

 

Roberta Roberto

Questo romanzo è diviso in tre parti, e in ogni passaggio c’è un’evoluzione, un cambiamento che fa parte di un cammino. C’è una crescita, che significa comprensione di ciò che si è. Pietro, metà ragazzo e metà uomo, diventa adulto attraverso la riconciliazione con il padre morto all’improvviso per un infarto in autostrada (che beffa, per un uomo che amava il ghiacciaio), abbracciando un’idea di un destino che a poco a poco diventa più nitida e porta lontano dalla città, e soprattutto ritrovando il suo grande amico dopo tanti anni, con quell’intimità, quella vicinanza ancora intatta, e il rammarico per il tempo perduto lontano, nella freddezza e nel silenzio. Ma la vita deve prendere forma, e lo fa anche per contrarietà, nel conflitto, nell’incomprensione. Ora Pietro ha trent’anni, suo padre è morto: scopre che negli ultimi dieci anni è salito in montagna con Bruno, che insieme hanno parlato, condiviso sentieri, pensato a lui, cercato il luogo perfetto per costruire una casa, con la promessa che Bruno, adesso muratore, l’avrebbe costruita con le sue mani.

Avevo cominciato a provare un senso di inevitabilità: per motivi che non conoscevo era lì che mio padre mi voleva portare, su quel pianoro battuto dalle slavine, sotto a quella roccia strana, a lavorare quel rudere insieme a quell’uomo. E mi dissi: va bene papà, fammi quest’altro indovinello, vediamo che cos’hai preparato per me. Vediamo cosa c’è di nuovo da imparare.

Quel padre infelice morendo ha lasciato a Pietro una strada, una seconda possibilità di vita e di amicizia. Gli ha lasciato l’opportunità di non diventare come lui, pur seguendo le sue tracce. E noi che leggiamo respiriamo l’aria di quei pini, sentiamo la fatica e il sudore del sentiero in salita, sentiamo il passo tranquillo del mulo che trasporta le pietre, siamo felici per la birra ghiacciata che Pietro e Bruno bevono dopo il lavoro da manovali, guardiamo le stelle e ci sentiamo finalmente in pace, finalmente nel posto giusto, ma coltiviamo comunque l’inquietudine per quella vita così vicino al cielo, così lontana dagli uomini. Sentiamo che qualcosa ancora deve compiersi, e soffriamo per i silenzi di Bruno, che non scende mai dalla montagna, che finge che la città non esista e parla di aquile, volpi, conigli e galline per proteggersi da quel che succede a valle. Che non riesce a conservare ciò che ha, non riesce a cambiare per proteggere chi ama. È la storia di una formazione e di un destino, questa, è la ricerca, nomade o immobile, di un posto da chiamare casa. È la storia di due amici, e di una montagna.

 

Paolo Cognetti

Le otto montagne

Einaudi 2016
208 pagine, 18,50 euro
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