La protagonista del romanzo di Irmgard Keun, uscito in Germania nel 1931 e ora tradotto da L’orma editore, è una “nuova donna”. E se il suo essere moderna, negli anni Trenta, gira attorno alla voglia di autonomia, di jazz, di baci e di carezze, il suo essere moderna oggi persiste nella complessità delle zone buie che le appartengono

L’amore sospende il tempo pur essendo nel tempo. Oppure, il contrario? È il tempo che, a lungo andare, sospende l’amore? In Gilgi, una di noi succedono entrambe le cose. In un gomitolo di alternanze, come accade nella vita vera e nei sentimenti più intensi, in cui fra il bianco e il nero c’è un ventaglio infinito di vai a sapere cosa. Quella terra di mezzo che resta imprecisabile. Gilgi è Una di noi in questa misura. Non solo perché è una “nuova donna” come la definiscono i giornali del suo tempo, talmente fresca da sembrare spaventosa – e da convincere il partito nazista a mettere al rogo il libro –, ma anche perché ha un carattere pieno di ambiguità. E se il suo essere moderna, negli anni Trenta, gira attorno alla voglia di autonomia, di jazz, di baci e di carezze, il suo essere moderna oggi persiste nella complessità delle zone buie che le appartengono. È questo che rende Gilgi Una di noi.

Fin dalle prime pagine, la conosciamo come una ragazza che non molla, nemmeno nelle minuzie. La mattina, dopo il supplizio della doccia gelida, niente trucco. Di sera, un piccolo vezzo: rossetto e fard. Vive coi genitori, in una casa che detesta. Mobili antidiluviani, credenze troppo alte, fiori sulla tovaglia a punto e croce e perline fra le frange sedano di un paralume. Una frase cucita su un rettangolo di stoffa, “casa dolce casa”, che le mette la nausea. Gilgi è giovane, determinata e carnivora. Nella sua vita, hanno senso il lavoro e il divertimento. Mettere soldi da parte per una stanza sua, ascoltare musica, bere acquavite, mantenersi sana e carina. Ogni volta che inserisce un nastro nuovo nel blocco da stenografa, sente una piccola gioia nel cuore. Non sa dipingere quadri né scrivere libri, è una ragazza nella media e un po’ si dispiace per questo, a volte non è soddisfatta, ma è contenta. Quello che riesce a fare con le sue capacità, non vuole lasciarlo sfuggire. Alla sua migliore amica, Olga, l’essere più indipendente che conosce, dice di essere felice solo quando sente che tutto è in ordine. Regolare. Ma poi, all’improvviso, l’amore.

Martin Buck è uno scrittore bohémien, andato a zonzo per tutti e cinque i continenti, coi capelli neri, un cappotto spiegazzato, senza un soldo in tasca, pieno di debiti, in cerca di stupori. Gilgi ci prova a non confondere la confidenza con la familiarità, a restargli accanto senza diventare intima. Ma poi desiste. Allora immagina un futuro liscio di fronte a sé, a fianco a Martin, per sempre insieme: farlo adattare al suo modo di essere, alla precisione e alle regole. Ma desiste di nuovo. Per uno che «bisogna vivere da ricchi e morire da poveri», imparare ad appuntare le spese su un taccuino è pura follia. Allora è Gilgi che impara da lui. Fa sua l’arte del bighellonare, non pensa al domani e meno che mai al futuro. Di notte accarezza la pancia del suo uomo e questo le basta. Almeno per un po’.

Lo sforzo per conservare piccoli pezzi di sé, quel bisogno di mettere ordine al caos e di avere cura delle nevrosi, sentirsi in armonia con il mondo, l’illusione di farlo, quello sforzo diventa uno strazio. Eccole le ambiguità che fanno di Gilgi una donna nuova, moderna, irrisolta, meravigliosamente articolata. Gilgi ha detto di sì all’amore e l’amore la ricambia coi colori che brillano in mezzo al buio, col profumo della terra, il miracolo degli alberi che crescono: tutto sembra intonare lo stesso sì. Gilgi «beve quel “sì” e ha le vertigini per la felicità». Ma allo stesso tempo, sente un “no” tamburellare nel profondo della coscienza. Amare profondamente qualcuno, affidare all’altro l’unica ragione della propria vita, coincide col mettersi da parte, stravolgersi, annullarsi e un po’ morire. Essere innamorata con tutta se stessa è una condizione insopportabile («dovrebbe esserci una medicina per chi si trova in questo stato»). L’amore che prova Gilgi è una forza che sottrae, svuota, trasforma gli oggetti e le persone e li separa. Si finisce per non vedere più niente e tutto s’inabissa.

In questa caduta agli inferi, c’è una scena che fa da correlativo oggettivo allo strazio della protagonista. Gilgi è uscita sotto la pioggia per ritirare dei soldi, entra in una stanza grigia, l’odore delle persone è pungente e il vapore dei vestiti umidi fastidioso. Si mette in coda davanti allo sportello. Dietro di lei c’è una signora, piccola, trascurata, con in braccio un bimbo. A questo punto: l’impressione di essere schiacciata. Gilgi si sente dentro una morsa, i corpi spingono per guadagnarsi un posto, le donne e le ragazze sono disgustosamente ammassate. Le cade l’occhio sui capelli della signora, tra le ciocche appiccicose s’intravede la pelle giallastra del cranio. Eccolo! È arrivato il “no”. E tutto si trasforma. Niente profumi nell’aria, nessuna luce, ma una profonda nausea che blocca il corpo e strozza la gola. La disperazione, in quella stanza, è sonora, e ronza come un insetto.

…un volere rotto, senza più la forza per desiderare, un’attesa morta senza ciò che si aspettava, un avanzare a tastoni per i giorni, la quiete di ieri, nessuna forza per il domani, esclusione dalla comunità, fuori dal cerchio, dentro un’altra, indesiderata comunità.

Gilgi si sente come se il mondo fosse diviso in due, da una parte c’è lei e dall’altra tutto il resto. L’impressione è che voglia tornare indietro, riscoprire la vicinanza al corpo della mamma, le sue mani, l’odore delicato di sapone di Marsiglia, quello stato di primordiale benessere che nella vita adulta è una roba rara. Il terrore di una separazione da Martin la lascia senza fiato, ma ancora di più l’attesa dell’abbandono. La possibilità che avvenga. E allora cosa fare?

Gilgi ha conosciuto il sogno e il suo rovescio. È stata nelle fila del dovere, dentro l’ingranaggio del lavoro, al riparo dai sentimenti forti e dagli imprevisti che si portano appresso. Poi è stata sorpresa dall’amore, ha accantonato le leggi volute e create da se stessa, le desiderate costrizioni che le infondevano un’idea di forza. L’amore, almeno per un po’, è riuscito a sospendere il tempo. Ma poi? Sarà il tempo a sospendere l’amore? La risposta è nel finale, febbrile, sorprendente, pieno di malinconia. È a questo punto che Gilgi smette di essere Una di noi e diventa qualcosa di più dirompente, di inaspettato, pavido? coraggioso?, qualcosa che la eleva dalla generalità al particolare. Qualcosa per cui diventa totalmente se stessa.

Irmgard Keun

Gilgi, una di noi

L’orma editore 2016
240 pagine, 16 euro
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