La serialità televisiva non è nata oggi, e con questo lavoro David E. Kelley (autore di Chicago Hope, Ally McBeal e The Practice) ci riporta ai tempi di intrecci grishamiani con avvocati buoni e cattivi, di ambizioni aggressive, di importanti consumi alcolici

Con le egemonie culturali funziona secondo il Teorema ferradiniano della relazione: chi meno si preoccupa d’essere ricevibile più si esporterà. Le serie americane funzionano nel mondo anche (soprattutto?) perché non mitigano i riferimenti locali, non rinunciano a nulla dell’identità di lì per essere comprensibili anche qui. Goliath, per esempio, non s’intitola così per il Golia della Bibbia. Cioè, certo che sì, ma il riferimento è filtrato da come la storia veniva raccontata in un film che viene citato in continuazione nella serie. Il film si chiama Hoosiers, è una storia di formazione sportiva di quelle che è plausibile piacciano a un avvocato americano. In Italia lo intitolarono Colpo vincente e se lo filarono solo i baskettofili, ma se vuoi fare una serie esportabile nel mondo l’ultima cosa di cui devi preoccuparti è che il mondo ne capisca i riferimenti (potremmo chiamarla “La regola di Gomorra”).

La vostra reazione a Goliath dipenderà probabilmente dalla vostra età: tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta eravate vivi? C’eravate in quel decennio in cui William Hurt nudo era un’ambizione erotica e non la scena più disturbante che potesse capitarvi di vedere? C’eravate quando, alla fine dei Novanta, David E. Kelley era lo showrunner di alcune delle principali serie (Chicago Hope, Ally McBeal, The Practice) nel secolo in cui le si guardava alla tele, e tutti alla stessa ora lo stesso giorno (che antichità)? David E. Kelley è tornato, con otto puntate su Amazon Prime (che, dicono, arriverà presto anche in Italia – dopo aver ceduto a Sky il proprio prodotto di punta, Transparent; come Netflix, che prima ha dato via House of Cards e poi ha aperto una filiale qui: la pianificazione non sembra il loro forte).
Goliath è un tale classico che giurereste d’averlo già visto in un qualche John Grisham portato al cinema negli anni Novanta: c’è l’ex avvocato di successo ora alcolizzato (Billy Bob Thornton), l’ex moglie che è rimasta coi ricchi ma lo ama ancora (Maria Bello, già biondina di E.R.), il bambino che vuole la verità sulla morte del padre, la corporation cattiva che vuole occultarla, l’avvocatessa abituata a transare travolta dall’impeto a fare-la-cosa-giusta dell’alcolizzato miracolosamente lucidissimo.

E poi, dicevo, c’è William Hurt. Nella parte del nemico di Thornton che, non ci vuole una squadra di specialisti viennesi per decodificarlo, è in realtà un po’ innamorato dell’ex socio e amico. Hurt è l’avvocato ricco e cattivo che difende gli interessi della multinazionale malvagia; è mezzo sfigurato per ragioni che nessuno sa ma su cui si moltiplicano le leggende, vive sepolto nella sua stanza e spia tutto. Vede le udienze e le stanze private degli avvocati rivali e tutto ciò che non dovrebbe vedere su uno schermo che vira al rosso (vorranno dirci che sono telecamere a infrarossi? Ma il cinema non ci ha insegnato che quelle trasmettono immagini verdognole?). Sì, è lo stesso meccanismo con cui Jake spiava Olivia all’inizio dei deliri di Scandal. E con cui Carrie spiava Brody all’inizio dei deliri di Homeland. Ogni cotta è cotta a modo suo, ma tutte le cotte tendono a non farsi i fatti propri.
E ci sono tracce di Eva contro Eva, ma con côté psicosomatico: l’avvocatessa giovane che presto scipperà il ruolo a quella più navigata all’inizio è tremebonda, balbetta in udienza; la navigata vuole cacciarla per inadeguatezza, lei promette di aumentare lo Xanax e non balbettare mai più in aula (ma fa anche presente che il licenziamento per un’invalidità qual è considerato il balbettare sarebbe illegale, perché va bene essere novizia ma pur sempre in un mondo di lupi). Tre puntate più tardi, lo spietato Hurt stroncherà la vecchia dicendole che per forza le preferisce la cucciola di lupo: «È aggressiva, vorace, giovane: tutto quel che eri tu». Poi certo, c’è anche che il delicato fiorellino in aula li farà sembrare meno il Golia per cui non si può tifare, quello che difende i fabbricanti d’armi, contrapposto al Davide dell’eroico avvocaticchio solitario. Ma soprattutto c’è quel passaggio in cui Hurt parla della ragazza, e ti chiedi se David E. Kelley non stia parlando degli showrunner venuti dopo di lui, quelli che si muovono in un secolo convinto d’aver inventato la serialità televisiva. È quando Hurt dice: «I giovani non sono abbastanza saggi da essere curiosi» che viene il sospetto che, nella stratificazione di rimandi, ci sia anche un altro classico del cinema. Che David E. Kelley ci stia dicendo che è ancora grande: è lo schermo che è diventato piccolo.

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