Magazine / Cover Story

Peace and love

di Leonardo Colombati
illustrazioni di MARTA SIGNORI
IL 86 29.11.2016

Un racconto allucinato dal rifugio dove si sono ritirati i miti degli anni Sessanta, da Ringo Starr a Brian Wilson. Con Jimmy Page vestito da druido e Sean Connery in kilt

Prendete Ringo Starr. Intere schiere di giornalisti musicali che hanno avuto l’onore (e la disgrazia) di intervistarlo potranno ragguagliarvi sulla sua incapacità di esprimersi e concettualizzare. C’è chi non riesce a tenere fermo un ginocchio sotto un tavolo e chi non resiste all’impulso di toccarsi compulsivamente il lobo di un orecchio o di strapparsi un pelo delle sopracciglia. Ringo, ogni CINQUE MINUTI mostra il segno della pace – l’indice e il medio a V – con entrambe le mani, sbiascicando SEMPRE: «Peace and love».

«Cazzo, amico, perché dici sempre “pace e amore”? Cosa ti spinge a farlo in continuazione?».

«Beh», risponde lui, «credo che la cosa risalga direttamente agli anni Sessanta».

«C’è qualcosa, nella tua vita odierna, Ringo, che non risalga direttamente a quel decennio?».

«C’è qualcosa nella tua, di vita, brutto coglione, che non risalga al periodo in cui c’eravamo noi?».

Noi, ovviamente, sta per i Beatles. Quelli dell’immortale verso «l’amore che dai è uguale all’amore che ricevi»; e anche di quell’altro, «la felicità è una pistola calda». Ma non ditelo a Ringo: dalle sue inanellate dita a V partirebbero dei raggi laser di smeraldo e ametista per disintegrarvi all’istante.

«Qualche anno fa, a Chicago, per il tuo compleanno, Ringo, ho saputo che hai indetto il “peace and love” di mezzogiorno…».

«Fallico, eh? (No, scusate, quello era Austin Powers…). Ho detto alla gente: “Fermatevi nel punto in cui siete a mezzogiorno e dite: PEACE AND LOVE. È una gran bella vibrazione da trasmettere, no?».

«Chi ha parlato di vibrazioni?», Brian Wilson fa capolino dal gigantesco castello di sabbia che si è fatto costruire qui nel salone. Dentro c’è un pianoforte a coda, bianco, con le gambe spruzzate di pipì di cane.

Ringo non si scompone. D’altronde, a suo tempo, ha visto il suo capo-banda andare a zonzo con una pelliccia di capelli umani: «Io avevo questo sogno che un giorno tutti su questo pianeta avrebbero detto “peace and love” e ci sarebbe stata una trasformazione a livello psichico…».

Brian, però, non lo ascolta già più. Da dentro il castello giungono smorzate certe limpide armonie vocali à la The Hi-Lo’s, accompagnate da oscuri timbri di clavicembalo, tromboni e campanelli… Seduto in penombra su un grande divano di un cangiante aranciolimone, un tizio che sembra l’incrocio tra James Brown e uno dei Brutos bofonchia qualcosa.

«Che c’è?», gli chiede Ringo, puntandogli la doppia V.

«C’è che se lo fai un’altra volta, quelle dita te le spezzo, chiaro?».

«Ehi, sto soltanto dicendo “peace and love”. Che motivo c’è di arrabbiarsi?».

«Non c’è niente da fare», dice il tizio, rivolto a me, mentre si alza faticosamente dal divano. «È più forte di lui. Ma io non lo sopporto. Meglio se vado a fare una passeggiata fuori». Apre il grande bovindo e ci passa dentro per uscire all’aria aperta.

Io lo seguo.

«Sei ?, vero?».

«Sì, sono io».

? ha un nome vero; qualcuno (ma ? ha mai avuto una madre?) deve averlo battezzato Johnny, Frankie o Rudy… Ma tutti, da mezzo secolo, lo chiamano: ? (Question Mark). Era ed è ancora il leader dei ? and The Mysterians.

«Io sono il tipo che ha scritto 96 Tears».

«Lo so».

«Ah, sì. E lo sai cosa diceva Lennon, mentre quel coglione del suo batterista si faceva tatuare PEACE e LOVE sulle chiappe? Che è la migliore canzone rock ‘n’ roll mai scritta. Ecco cosa ha detto».

«Perché ti chiami come un punto interrogativo?».

«È tutto qui quello che sai fare, ragazzo? Per quale giornale hai detto che scrivi?».

«Per IL».

«Mi piace, il nome. Quanto al mio, come faccio a ricordare da dove viene? È passata un’eternità».

Quando ? dice «un’eternità» è proprio ciò che intende. Sostiene, infatti, di essere nato su Marte molti eoni fa. «Io c’ero al tempo dei dinosauri. Hanno appena ritrovato impronte dell’epoca dei T-Rex che non erano di scimmia. Lo vedi? L’ho sempre detto che io c’ero. Ci nascondevamo per non essere mangiati».

96 Tears fu pubblicata su 45 giri nel 1966. Cinquant’anni fa. Cosa volete che siano cinquant’anni per uno che andava a cavallo di un Velociraptor?

Gli anni Sessanta, comunque, pare tenerli ancora bene in mente. «Gli anni Sessanta erano una figata», dice.

Tutti, qui dentro, non fanno che ripeterlo. Il posto sembra un po’ la Xanadu wellsiana, un po’ un pensionato per ricchi assicuratori a Fort Lauderdale. L’arredamento è un mix pacchiano di art noveau, op art, e trovarobato da mercatino dell’Esercito della Salvezza. Vigono il corduroy screziato e la zampa d’elefante, i lecca-lecca giallorosa e le lampade psi-che-de-li-che, i mandala, le giacche foderate di seta color verde mela, le camice optical e i cappelli flosci; il grosso delle acconciature sembra uscito dal negozio di Vidal Sassoon.

Tra gli ospiti, intravedo David Aguilar dei Chocolate Watchband, Country Joe McDonald e Barbara Feldon, l’indimenticabile Agent 99 di Get Smart: si muovono tutti su un tappeto di note lente e scivolose, di suoni modali e di melodie rallentate. La chiave d’accesso, qui, non è il conto in banca: devi essere stato un’icona di quel decennio glorioso e maledetto, che ancora oggi allunga la sua lunghissima ombra soffocando qualunque tentativo di affrancamento da parte di sempre più esausti millennial.

«È per questo motivo che ci hanno rinchiuso», mi dice un tizio coi lunghi riccioli grigi che ricadono su una giacchetta di pelle beige. Vicino a una riproduzione in miniatura della Pagoda della Grande Oca Selvatica, Donovan (è lui? Mi pare di sì) se ne sta nella posizione del loto e maneggia un sitar, per accodarlo. Poi, inizia a cantare:

Ti porterò mele d’oro e grappoli di rubino
che hanno brillato negli occhi di un Principe dei Venti,
sfolgoranti cascate di cristallo che danzano tra dune di sabbia
di una spiaggia senza orme al suono di un’arpa…

E io mi ritrovo a sorvolare un cielo rischiarato da una pioggia di diamanti e allo sfilacciarsi delle nuvole riesco a intravedere la complessa geografia sottostante: ecco Itchycoo Park e Pepperlandia, la Highway 61 e la Terra della Signora Elettrica… Come per incanto sono tornato ai tempi in cui, viaggiando «200 anni luce lontano da casa» (come precisavano le Loro Sataniche Maestà) potevi solcare i Sette Mari su una Nave di Cristallo, elevare inni al Sole dai Giardini dell’Eden; combattere i Biechi Blu a bordo di un Sottomarino Giallo, chiacchierare con il Pifferaio davanti ai Cancelli dell’Alba… Erano i tempi eroici in cui Clapton era Dio, l’immaginazione era al potere, i cannoni traboccavano di fiori, e tipe come Jane Fonda e Barbra Streisand avevano finalmente capito che il migliore amico delle ragazze non è un diamante ma un buon psicanalista (a proposito, Jane non c’è. Ma c’è una appetitosissima sosia, conciata come Barbarella).

«Mi vuoi dire che tutte voi rockstar degli anni Sessanta siete state imprigionate qui dentro per impedirvi di esercitare il vostro influsso sulle giovani generazioni?».

«Quelli di noi che sono ancora vivi», mi ha risposto. Poi ha ripreso a pizzicare il suo sitar.

In effetti, ogni tanto ne muore qualcuno: quello che, da una rapida indagine, manca meno a tutti quanti è Don Van Vliet. «Mi riferisco al vecchio Captain Beefheart, che andava in giro a spaventare le ragazze con la sua maschera da uomo-trota e i suoi accoliti fuori di testa: Zoot Horn Rollo, Antennae Jimmy Semens, Mascara Snake…».

A parlare è un tizio di nome Brian. Gira con gli spartiti di alcune sue canzoni di cui mi piacciono i titoli: Il manuale per intrepidi piloti di mongolfiera, Vol. 1, La rimarchevole saga del cane congelato, Il parrocchetto di Mrs. Murphy… Aveva un gruppo che si chiamava Blossom Toes. «Erano i tempi in cui le band si chiamavano i Caleidoscopi, le Dita Fiorite, il Cocchio di Dantalian… In tanti, effettivamente, sono morti».

fa, era il prof. Hofmann. È morto centoduenne, sessantacinque anni dopo aver scoperto l’LSD. Senza di lui non ci sarebbero stati i Grateful Dead e la riscoperta di Alice nel Paese delle meraviglie, l’esperienza psichedelica di Timothy Leary e tutta quella cricca di ragazzini illetterati – come finferli lutescenti sbucati dalle più nebbiose contee dell’Impero britannico e dai crocicchi delle highways americane – che nelle melodie infantili, in certi echi di carillon, negli effetti spaziali e nei tappeti d’arpa seppero trovare le frequenze giuste per coagulare un’intera generazione attorno a un’idea semplice, uno slogan fresco e diretto…

«Peace and love!».

«Adesso, basta!», grida ? a Ringo. «Ti faccio mettere in isolamento, quanto è vero Iddio!».

Ringo, però, è sempre Ringo: i Beatles erano i favolosi quattro, e uno dei quattro era lui. Di tutti gli esseri umani transitati su questo pianeta, ci sono stati solo John, Paul, George e Ringo a essere stati i Beatles. Un po’ di rispetto, quindi.

«Vedi», mi fa la replicante di Barbarella (o è proprio Jane Fonda?), in un credibilissimo Paco Rabanne spaziale, «è tutta una questione di attenzione».

«Cosa vuoi dire?».

«Negli anni Sessanta, il pubblico era più attento. Ti dava maggiore disponibilità. E i Beatles sono un esempio perfetto: erano il gruppo più famoso del mondo e album dopo album trascinavano il mondo dietro alle loro intuizioni geniali. Nell’estate del 1964 le ragazzine cantavano I Want To Hold Your Hand; passano solo due anni e arriva, come da un altro pianeta, Tomorrow Never Knows, coi nastri suonati al contrario, il testo ricavato dal Libro tibetano dei morti… In soli ventiquattro mesi era avvenuta una rivoluzione copernicana e tutti potevano assistere a quello spettacolo: i Beatles erano sempre al numero uno nelle charts!».

«Questo sono stati quegli anni», s’intromette un signore coi morbidi capelli bianchi pettinati all’indietro e due incisivi da roditore. «Ma ti rendi conto che Herzog di Saul Bellow era il romanzo più venduto dell’anno? È come se da voi va in vetta in classifica il nuovo libro di poesie di Lello Voce!».

«Chi è quel tipo?», chiedo a ? – il mio Virgilio in questo limbo californiano – mentre ci appressiamo a un profumato aranceto.

«Oh, è uno scrittore. Pynchon».

«Thomas Pynchon?».

«Sì, perché?».

«Si nasconde al mondo da oltre cinquant’anni!».

«Beh, era qui. È sempre stato qui, da quando l’hanno sbattuto fuori dalla Boeing. Avevano paura che copiasse certi disegni industriali per i rossi…».

«Ma come… ma come fa a sapere chi è LELLO VOCE?!?».

«Ah, ma quello sa tutto. A Trivial non perde un colpo. Jane, che è una tipa colta, intelligente e competitiva, lo odia».

«Jane chi?».

«Jane Fonda, no? Ci hai appena parlato».

«Ma Jane Fonda ha quasi ottant’anni! Non può essere lei».

«Vabbè, fai come vuoi. Hai ragione tu».

Alzo lo sguardo per rintracciarla, ma incrocio lo sguardo di Pynchon, che mi sorride e fa ciao con la mano. Eccolo lì, il Grande Recluso della letteratura americana: passeggia fumando uno spinello con indosso una maglietta dei 13th Floor Elevators.

«Allora, ti piace questo posto?», mi domanda ?.

«È allucinante sussurro, sono quasi annientato. Già solo il fatto che a farmi domande sia un punto interrogativo…».

«Buona questa», fa lui. Ma non ride. «La verità è che mi sono venuti tutti a noia. Lo sai che ospitavamo anche Alì? Poi si è aggravato, un paio d’anni fa, e l’hanno fatto uscire. Beh, lui era uno spasso, anche col Parkinson. Mica come Ringo».

Finiamo il giro del parco. Riconosco Jimmy Page vestito da druido, Sean Connery in kilt, Anouk Aimée con gli stessi occhiali che indossava in

«Tutta quella paccottiglia sulla pace, l’amore, la fratellanza», mi dice ?, «e i fiori tra i capelli, l’amore libero, l’arte al potere, l’ampliamento della mente con metodi artificiali, prendere il futuro tra le mani, rinunciare alla guerra, non mangiare la carne e bla bla bla…».

«Beh?».

«Beh… fa lui, sedendosi sul primo gradino della scalinata del palazzo, vuoi vedere che fine ha fatto? Vieni con me».

Entriamo. Svoltiamo per due bui corridoi. Arriviamo in una saletta allestita per le proiezioni. Tecnologia obsoleta. ? prende una “pizza” e la carica sul proiettore. Lo schermo s’illumina. Dopo una serie di luminescenti sfarfallii appare l’immagine di un immenso prato spelacchiato. La pellicola è muta. Si vede un gruppo di freak che zampetta in una pozza di acqua malarica: sono tutti nudi, giovani e flaccidi. C’è un bambino di non più di cinque anni, vestito come un hippie, che mangia una pesca mentre lì accanto i grandi si passano una pipa di marijuana. Ci sono tende Sioux sparse qua e là come tanti funghi rovesciati in mezzo ai campi di frumento appena falciato, e ragazze coi capelli lunghi e la riga in mezzo che ciondolano ipnotizzate sotto un cielo zafferano, e un trionfo di berretti verde militare e di occhialini tondi, e dozzine di bottiglie di rosé che passano di mano in mano, e la polizia a cavallo che fa su e giù lungo le reti metalliche e un palco tutto sbilenco montato a fondo valle, e lontano lontano, qualcuno che si dimena sul palco con una chitarra elettrica a tracolla – ma non si sente niente, non un suono, non un rumore di quel concerto a Woodstock.

«Era l’estate del 1969», dice ?. «La fine degli anni Sessanta. La nostra fine».

«Un gran finale, direi».

«Tutt’altro. È stata la prova che se cerchi di tradurre un sogno in realtà, svanirà davanti ai tuoi occhi – puf! – come un trucco. Dai un appuntamento alla Storia e quella capricciosa ti darà buca. Ecco perché è meglio che stiamo qui, tutti raggruppati in questo lussuoso resort californiano, a giocare a golf e a strimpellare le nostre vecchie canzoni, senza che nessuno ci senta, senza che a qualche ragazzino, vedendoci, possa venire in mente di imitarci. Ti vedo perplesso», mi dice, poggiandomi la sua manona pelosa sulla spalla. «Ma, credimi, è un bene che questo posto ci sia. Noi siamo un virus. I nostri dischi, i nostri film, i nostri libri, le nostre idee continuano a influenzare il mondo, e c’è ancora in giro gente che crede che cantando “pace e amore” tutti insieme si possa cambiare il mondo. Noi – i cattivi maestri – abbiamo deciso di sottrarci a questa follia. Ce ne stiamo qui, aspettando che passi. Ma non passa mai, cazzo».

«Ehi, voi due…». Il vocione di Ringo, alle nostre spalle, ci fa sussultare. «Che state facendo?».

«Sto spiegando la filosofia di questo posto al ragazzo», dice ?.

«Peace and love?».

«Giuro che ti spacco la faccia!».

«Stavo scherzando!», fa Ringo, ridanciano. Poi si fa serio, sembra volersi concentrare, giunge le mani come in preghiera, chiude gli occhi e pronuncia la formula magica: «Jay Guru Deva Om…».

«Niente potrà cambiare il nostro mondo», chiosa ?, con l’aria di chi si è arreso, citando le immortali parole di Lennon.

Sipario.

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