Magazine / Prologo

Presidente Trump

IL 86 25.11.2016

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Non è né un liberale né un conservatore, non è un progressista né un reazionario, forse è tutto questo e certo può essere qualsiasi cosa in qualsiasi momento. Come sarà il nuovo inquilino della Casa Bianca?

La mattina del 9 novembre, il sito americano Politico ha scritto: «Avevamo tutti torto. Ora sembra ovvio, no? In realtà non avevamo soltanto torto. C’era qualcosa di più. Eravamo ridicolmente ignari. L’intero apparato politico e giornalistico di Washington ha mancato il punto. E non di centimetri o di metri, ma di chilometri. Per un anno e mezzo abbiamo sbeffeggiato chi diceva che i sondaggi erano sbagliati. E invece il sistema dei sondaggi evidentemente non funziona e anche gli analisti e gli esperti avevano torto. Ci sarà tempo per esaminare tutto questo, ma per adesso ci meritiamo di essere presi in giro». Sottoscrivo, parola più, parola meno: anch’io non ci ho capito niente.

Ero convinto che Hillary Clinton avesse molte più chance di vittoria finale, moltissime di più, sebbene avessi scritto su IL che «scommettere sulla vittoria di uno dei due candidati non è mai consigliabile, ma soprattutto in questo ciclo elettorale che fin dalle primarie di inizio anno ha sgretolato tutte le certezze consolidate della politica americana».

Non era una posizione ideologica, anche se non ho mai nascosto di preferire una professionista seria della politica come Hillary (che bella la nostra ultima copertina) a un gradasso da reality show come Trump (che inquietudine la cover disegnata da Andrea Ventura lo scorso dicembre). L’errore sull’esito finale del voto era “informato”, da veterano di campagne presidenziali (4 in totale) che però questa volta non si è accorto che la politica americana non è più la scienza esatta che è stata negli ultimi decenni.

Le rivoluzioni il giorno prima sembrano sempre impossibili e il giorno dopo diventano inevitabili, ma ciò che Trump è riuscito a fare è stato davvero straordinario: da solo, con la metà dei soldi raccolti da Hillary, senza organizzazione adeguata sul campo e con uno staff da campagna elettorale locale, è stato eletto presidente vincendo in modo schiacciante, anche se non nel voto popolare (Hillary ha preso molti più voti), sconvolgendo la consolidata mappa elettorale americana proprio sul terreno dove la “Clinton and Obama machine” era ancora più forte di quanto potessero rilevare i sondaggi.

Che cosa succede ora? Immaginare che tipo di presidente sarà Trump dal 20 gennaio prossimo, quando entrerà ufficialmente alla Casa Bianca, è un’impresa impossibile, e tra l’altro preferirei non avventurarmi in ulteriori previsioni, come diceva un premio Nobel danese, «soprattutto se riguardanti il futuro».

Il punto è che non esiste una coerente cornice ideologica del trumpismo: Trump non è né un liberale né un conservatore, non è un progressista né un reazionario, forse è tutte queste cose assieme, e certamente può essere qualsiasi cosa in qualsiasi momento. Magari, a sorpresa, anche un presidente migliore di quanto sia stata imbarazzante e caricaturale la sua candidatura.

Manderà in galera Hillary, vieterà l’ingresso ai musulmani, espellerà gli ispanici? Sarà invece un presidente pragmatico? E chi lo sa?

Spero che non manterrà le promesse rottamatrici sulla Nato, perché se ci costringerà a pagare la sicurezza che Washington ci fornisce da settanta anni, una scelta strategica che ci ha consentito di costruire il welfare state che noi abbiamo e gli americani no, finiremo per rimpiangere con nostalgia la politica di austerità e di tagli di bilancio imposti adesso da Bruxelles.

Vedremo. Intanto, è meglio non generalizzare sui suoi elettori, e su IL li abbiamo raccontati, segnalando i libri sugli americani che in modo dispregiativo sono chiamati “white trash”, spazzatura bianca, “redneck”, terroni, “hillbilly”, montanari. Al ritorno di un viaggio americano che è diventato un documentario televisivo, ho scritto che questi americani «non sono tutti razzisti, zotici e miserabili, come si è lasciato scappare Hillary Clinton. Ce ne sono parecchi, non c’è dubbio, anche se dubito che un libertino come Trump possa attrarre, per esempio, più fondamentalisti religiosi dei precedenti candidati repubblicani e in alcuni casi anche democratici. La forza elettorale di Trump non è quella. Trump è il candidato della working class bianca, in particolare di quella delle grandi ex zone industriali del Paese messe in difficolta dalle innovazioni tecnologiche. Il suo geniale slogan elettorale, “Make America Great Again”, parla dei bei tempi andati agli operai, agli impiegati, ai disoccupati che si sono visti sfuggire il sogno americano. Sono gli stessi americani bianchi, maschi e immalinconiti dallo sfuggente sogno americano di cui da oltre trent’anni Bruce Springsteen canta l’epopea. Sembra un paradosso ma non lo è: il primo Springtseen e l’ultimo Trump interpretano e poi rielaborano a proprio modo le ansie di una parte dell’America che si sente esclusa. Prendete le canzoni del Boss e ascoltate di che cosa parlano, di chi parlano e di quali luoghi parlano. Sono le stesse paure, lo stesso segmento demografico e la stessa mappa elettorale di Trump. Non c’è un’America cattiva e una buona. L’America è sempre la stessa».

Almeno credo.

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