A cinque anni dal debutto da predestinato, ritorna Nicolas Jaar con Sirens. Abbandonate le orecchiabilità da dancefloor, il cileno apre le porte all’impegno

La prima data è questa sera: 24 novembre a Milano, Jaar dal vivo. 247 euro su Viagogo: all’Alcatraz, non su una stazione orbitante, per un ventiseienne che fa elettronica non ballabile. Oppure domani, 25 novembre, al Teatro della Concordia di Venaria Reale: esauriti, anche sul mercato secondario.
Non è semplice spiegare cos’è Nicolas Jaar: se partiamo dall’ultimo disco, una delle uscite più importanti di quest’autunno, e lo scomponiamo nei suoi elementi, la descrizione non è lusinghiera. Come somma delle sue parti, come semplice album, Sirens si colloca in uno strano territorio fra LCD Soundsystem e The Books quando va bene, Moby e Manu Chao quando va meno bene. Come gli LCD di James Murphy, hai un esperto di musica da ballare che si allontana costantemente dal dancefloor e introduce elementi new wave volutamente retrogradi; come The Books, gruppo ormai già vintage, i suoni sono vaporosi e glitch come usava dieci anni fa: un’elettronica da istallazione, da galleria d’arte e da cd per prendere il tè. Poi ci sono gli strani accenti Manu Chao, la combinazione di raggaeton, strumenti tradizionali, cori gospel e industrial da camera, che fanno artista in cerca di una voce universale all’ingrosso; e quel senso di Moby per l’orecchiabile e l’internazional-popolare.
In realtà, invece, è un disco raffinato in cui tutti gli elementi sono curati al massimo – dalla sordina sulle percussioni alle ombre acide di Pharoah Sanders e Sun Ra: ogni suono è raccontato da una certa distanza, con istinto e consapevolezza. Nel disco (da cuffie) c’è tanto spazio, è fatto per passeggiarci dentro.

Per inquadrare Jaar bisogna inserirlo nell’arte contemporanea invece che nella musica. Perché la musica è solo il mezzo scelto per creare esperienze che assomigliano più al piacere di vagare per un museo una domenica pomeriggio seguendo le visioni dell’artista, che a quello di ascoltare musica per provare emozioni.
Perché c’è un filtro di mezzo, come Richard Prince che scatta una foto alla foto della Marlboro (e come per Prince, questa complessa operazione non giustifica ma di sicuro “ispira” i prezzi pazzi). In Sirens, la musica è la foto di una musica; una foto scattata e sviluppata con una sottigliezza che a volte quasi ci si dimentica che ascoltando i suoi dischi si sta solo diventando parte dell’opera.
Suo padre è Alfredo Jaar, l’artista cileno. Tre anni fa era alla biennale di Venezia con un’opera molto bella per il padiglione del suo Paese: un plastico molto grande dei giardini della biennale che emergeva da una vasca di acqua sporca, una sorta di palude artificiale, per poi reimmergersi rapidamente. L’opera era così ben fatta, l’effetto di sparizione e le proporzioni delle miniature tanto riusciti che ogni significato politico o polemico si esprimeva in maniera compatta con il movimento del plastico.
Dopo essere stato famoso per cinque anni, e a pochi mesi dalle ultime uscite, una serie di ep più elettronici e rarefatti, Nymphs, e Pomegranates (una colonna sonora per Il colore del melograno di Sergei Parajanov), per questo disco Jaar dice al Guardian: «La sola cosa che mi eccitava era la domanda: la musica elettronica può essere politica?». Come nei lavori del padre, la spinta politica di questo disco è tutta assorbita dalla capacità plastica.
La copertina del disco porta una scritta, «Ya dijimos no pero el sí está en todo», diciamo No ma il sì e in tutto, già vista in No di Pablo Larraín, che raccontava il referendum dell’88 che fu la prima importante sconfitta politica di Pinochet. Larraín e Jaar hanno in comune uno spiccato senso estetico e la capacità di gestire con apparente leggerezza i registri, senza fare pastiche superficiali, nonostante siano due hipster.

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