Explicit / Idee

Rivoluzioni ballabili

IL 86 24.11.2016

Dare i numeri a parole

Non posso parlare degli ultimi, dei reietti, dei deboli, mi sembrerebbe di organizzare un cast, una moltitudine da precedere cantando verso ballabili rivoluzioni. Insomma, diventerei tribuno e poi di più: un tiranno che epidemizza a parole, con le quali poi ricatta i bisognosi di cure. Non posso attrarre i respinti, non posso fare questa mossa bassamente politica, rischierei il suffragio, l’elezione, il palco, la scranna, il pulpito; li avrei in pugno, rischierei di stringerlo, il pugno, anche soltanto come vanitosa e futile, fatua, prova di forza, e ci proverei gusto, e non sarebbe più per prova, non più per leggerezza ma per pesante spremitura. Dovrei pormi un certo numero di problemi equivalenti al numero delle cravatte o, peggio, potrei precipitare nell’assillo del colletto aperto, sbottonato, continuamente sbottonato, avendo commesso una volta per tutte il gesto insofferente, la disperata violenza d’abbottonarlo al mattino per, subito atterrito, sbottonarlo, provocando la mia caduta nell’abisso della camicia. Sì, mi vestirei così: dirupandomi nell’abito, calandomi nella realtà. Né posso indossare lenzuoli sacri: subito intuirei la maliziosa vocazione dei lenzuoli a mascherare vorticosi esercizi di libidine. La libidine, avidità, brama: insomma, questo spirito della carne. Non posso, vedrei amore dappertutto. Posso parlare solo al singolare in prima persona, posso solo fingermi io l’ultimo, reietto, debole, respinto anche da me se non torno con nelle mani un dono che mi coli fino al gomito, un dono da mangiare, bere, carezzare. Allungandole, le mani, anche per scrivere, senza cercare a tentoni il pagliaio della comprensione, del consenso, ma trovando subito lo spino che, impugnato, mi fa oggetto d’inebriante, per me, diffidenza. Non so chiedere pietà né so far pena.

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