Olanda, Francia, Germania: nel 2017 una serie di elezioni ci dirà se l’Unione europea è stata capace di ricordare ai suoi cittadini il perché della sua esistenza

Non si ricordano anni tranquilli per l’Unione europea, che nel tempo ha imparato a vivere in un’emergenza permanente, espressione che fa sorridere per la sua intrinseca contraddittorietà ma che è data come un fatto costituente del continente: si vive così, da queste parti. Il 2017 però, secondo gli analisti, sarà un anno decisivo, anzi forse distruttivo, ancor più del 2015 che pure è trascorso con lo spettro di un’uscita della Grecia dall’Unione europea, e ancor più del 2016 che comunque compare sulla tomba dell’Ue a Ventotto, deceduta in seguito al voto referendario inglese a favore dell’uscita del Regno Unito. Per il prossimo anno sono previsti tre appuntamenti decisivi – le elezioni olandesi a marzo, quelle francesi a maggio, quelle tedesche in autunno – che possono cambiare gli equilibri politici del continente, ma in gioco non ci sono soltanto la matematica elettorale dei differenti partiti o l’equilibrio tra destre e sinistre. L’Europa deve dotarsi di una risposta alla più grande minaccia che deve affrontare dalla caduta del muro di Berlino: il ritorno del nazionalismo, che anima un’alleanza populista transnazionale – e transoceanica con Donald Trump alla Casa Bianca – che mette a repentaglio i principi ispiratori del comunitarismo europeo, il liberalismo e la globalizzazione.

Si dirà: l’Unione europea non è mai stata una grande garante di libertà e apertura, anzi ha spesso funzionato in modo inverso, proteggendo interessi esclusivi – basta vedere ancora oggi quanti soldi vengono stanziati nel budget europeo per la politica agricola comune: 60 miliardi, sugli immigrati ce ne sono 5, per dire – e ignorando le battaglie per le libertà al di fuori dei propri confini. Ma questa è un’analisi un po’ ingiusta e un po’ sbagliata: il progetto europeo ha garantito pace e benessere in un continente che era stato abituato alla guerra e alla povertà, e ha in questo modo consentito all’Europa di agganciarsi alla locomotiva americana portandosi dietro anche i vagoni che una volta gravitavano attorno all’Unione Sovietica. Il processo non è avvenuto in modo uguale per tutti i Paesi né con un livello di entusiasmo valido per tutti, ma si è realizzato: il caso contrario, quello dell’Ucraina lasciata fuori e azzannata nella sua integrità territoriale dalla Russia di Vladimir Putin, dimostra gli effetti perversi di una progressiva mancanza di attrattiva e unione del progetto comunitario.

Non è un caso che proprio l’Ucraina – un Paese di frontiera tra Occidente e Russia, spaccata a metà e in guerra da due anni, campanello d’allarme di una politica putiniana che sovverte gli equilibri dell’Ue – sia diventata rilevante in alcuni contesti elettorali della cosiddetta Europa dei fondatori, in particolare in Olanda, il Paese che per primo va al voto nel 2017, il 15 marzo prossimo, e che da sempre è considerata una nazione-sentinella dell’umore europeo.

Berlino, Potsdamerplatz

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L’euroscetticismo olandese non riguarda soltanto il suo rappresentante più noto e vociante, Geert Wilders, leader del Partito della libertà xenofobo e anti Islam che nei sondaggi è dato come favorito. C’è un altro gruppo di euroscettici più giovani che – ha raccontato Simon Nixon sul Wall Street Journal – non sono tanto concentrati sul problema dell’immigrazione e dell’integrazione, quanto «sulla questione della sovranità» e che «sono interamente dedicati alla distruzione dell’Unione europea». I loro leader sono Thierry Baudet e Jan Roos, che sono molto legati agli indipendentisti britannici, e che sono diventati celebri quando, nel 2015, riuscirono a convincere il Parlamento olandese ad adottare una legge che permette di organizzare un referendum (non vincolante) se 300mila cittadini lo richiedono. È così che è nata la consultazione sull’accordo commerciale ed economico tra l’Ue e l’Ucraina – cui Bruxelles tiene tantissimo perché è come dire a Kiev: non ci siamo dimenticati di voi – che è stata organizzata il 6 aprile scorso e che ha registrato la sconfitta dei partiti europeisti.

Il risultato non era vincolante ma il governo olandese, guidato da Mark Rutte, ha deciso comunque di dare seguito al voto, ritrovandosi incastrato in uno stallo ideologico e istituzionale: Baudet ha iniziato a dire che il referendum sull’Ucraina è soltanto l’inizio di una politica di opposizione a suon di voti popolari a ogni richiesta europea di maggiore integrazione. Rutte potrebbe disinnescare questa bomba, ma rischia lo scontro al Senato e l’accusa – che nell’Europa che va in pezzi si sente ripetere sempre con insistenza – di non rispettare la voce del popolo.

Gli inglesi alle prese con la Brexit e con la battaglia istituzionale tra governo, tribunali e Parlamento sanno bene quanto possa diventare pericolosa e ingestibile la voce del popolo, ma è su questo paradosso che la new wave nazionalista si sta montando. Nella notte elettorale americana, quando è diventato chiaro che Donald Trump era il nuovo presidente eletto, lo staff della francese Marine Le Pen, leader del Front national, ha celebrato il moto popolare contro establishment e politica tradizionale, sentenziando: «Il loro mondo collassa, il nostro si sta costruendo». La Le Pen ha rimodellato in questi anni il partito ereditato dal papà Jean-Marie, scontrandosi con lui fino a esiliarlo, ha combattuto con l’ala più conservatrice del Front che non vedeva – e non vede – di buon occhio la leadership di questa donna divorziata e decisa a dédiaboliser il suo movimento rendendolo più accogliente, e ora si trova a essere la favorita delle elezioni presidenziali che si terranno in Francia il 23 aprile prossimo. Al punto che il resto della politica francese si sta già organizzando per fare da argine, nell’eventuale secondo turno che si tiene il 7 maggio, all’avanzata di Marine. Il Partito socialista, che è al governo e all’Eliseo, ha in programma le sue primarie a gennaio – a cui non parteciperà il presidente uscente François Hollande – ma è già immerso in una guerra civile personale e ideologica che dura da anni – o forse da sempre, e non è in corso soltanto in Francia: è lo scontro tra la sinistra riformatrice e liberale e quella antiglobalizzazione e protezionista. La destra dei Républicains si è votata all’ex premier François Fillon, che nei fotomontaggi viene rappresentato con una capigliatura à la Thatcher e che è considerato un liberale europeista. Da quando, a sorpresa, Fillon si è confermato l’argine francese al populismo e al nazionalismo, qualcuno ha iniziato a riprendere fiato. Anche perché, contestualmente, Barack Obama è arrivato in Europa per il suo ultimo viaggio di saluto – dopo la scoppola trumpiana ha rinvigorito gli appelli ad apertura e difesa dei valori democratici – e ha accompagnato quasi per mano la sua “migliore alleata” Angela Merkel, cancelliera tedesca, fino all’annuncio rassicurante: la Merkel si candiderà per un quarto mandato alle elezioni tedesche dell’autunno del 2017. La leadership di Angela Merkel ha forgiato la politica dell’Unione europea degli ultimi dieci anni, non soltanto perché la Germania è da sempre il Paese più importante tra i fondatori della comunità europea, oltre che quello economicamente più rilevante, ma anche perché questa leader cristianodemocratica dell’Est, cresciuta con calma e determinazione all’ombra di Helmut Kohl, è diventata la custode di una visione liberale del progetto europeo. Schiacciata dall’espansionismo russo – che non è soltanto militare ma è, soprattutto nell’Ue, di propaganda e investimenti corposi nei movimenti nazionalisti – e da un istinto isolazionista che arriva a ondate dal mondo trumpiano, l’Europa s’appiglia ad Angela, che negli anni è stata rappresentata con i baffetti hitleriani, con la borsetta thatcheriana, con l’ironia sulla cautela color pastello dei suoi celebri tailleur e della sua politica-dei-piccoli-passi ma che a oggi risulta l’argine più credibile alle forze che vogliono disintegrare il progetto europeo. Come spesso capita nell’Ue a caccia di una salvezza a portata di mano, le speranze nei confronti della Merkel sono già enormi, e premature.

Francoforte, il distretto finanziario

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Da qualche tempo, ma soprattutto nel 2016, la cancelliera ha subito qualche smacco elettorale portato avanti dall’AfD, l’Alternative für Deutschland, che nasce da politici fuoriusciti del partito della Merkel e che si è trovata un’identità in linea con il Front national francese, l’Ukip britannico, la Lega italiana. Come già sta accadendo alla destra francese, anche in Germania la cancelliera deve trovare un equilibrio tra le proprie convinzioni – liberali, aperturiste, europee – e l’insofferenza di molti elettori che al momento viene intercettata alla grande in modo quasi esclusivo dall’AfD. E come in Francia – sì, questo è lo stato del celebre motore franco-tedesco – la destra incarnata dalla Merkel si trova a fare i conti con un indebolimento cronico della sinistra: la cancelliera guida da anni un governo di grande coalizione con i socialdemocratici dell’Spd, e se ha certo beneficiato del fatto di essere il socio di maggioranza del governo ora che la minaccia arriva da forze che destabilizzano l’intera politica tradizionale si trova senza un alleato solido a sinistra. L’Spd perde consensi e ancora non si è dotata di un leader vagamente riconoscibile anche al di fuori dei confini tedeschi.

La sinistra tedesca non rappresenta un caso isolato: in tutta Europa, i partiti socialdemocratici sono in crisi. Lo sono in Francia, dopo quattro anni di governo e nonostante i tentativi più liberali del premier Manuel Valls; lo sono nel Regno Unito, dove il Labour è stato riportato indietro di 30 anni da Jeremy Corbyn diventando, di fatto, un partito populista di sinistra; lo sono in Spagna, dove il Psoe ha racimolato risultati sconfortanti durante tutto il 2016; lo sono in Grecia, dove al potere c’è un partito populista, Syriza. Soltanto in Italia, con la premiership di Matteo Renzi, è cresciuta un’aspirazione riformatrice e liberale molto osteggiata ma che ha rappresentato di fatto l’unico freno a sinistra all’avanzata populista.

Gli argini saranno sufficienti? Chi ancora ama fare previsioni – sono sempre meno – tende verso il catastrofismo: è finita una fase per l’Europa, che era iniziata con la caduta del muro di Berlino, ed è inutile provare a puntellare con qualche bastoncino una struttura che sta crollando tutta e tutta insieme. Meglio riformulare il progetto, con categorie di pensiero nuove, meno liberali, meno globali, più nazionali, appunto. Tra un anno esatto, l’esito di queste speculazioni sarà visibile, molti Paesi europei avranno votato ed espresso la loro volontà. Nell’attesa, ci sono anche altre voci in circolo, ottimiste, progressiste: dicono che il nazionalismo di destra non si batte con il nazionalismo di sinistra, che il baricentro del riscatto europeo è, appunto, al centro, e che è da lì, da una risposta che non rifiuta la globalizzazione ma investe sui suoi benefici per curarne le distorsioni, che si deve ripartire. Al di là dei calcoli elettorali, delle previsioni, dell’ideologia, della rabbia e della protesta è a questo che nel 2017 l’Europa dovrà badare: a non dimenticarsi perché esiste.

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