Magazine / Yolo

Attrice divorziata fa buon palinsesto

IL 86 06.12.2016

illustrazione di DANIELA BRACCO

In “Better Things”, Pamela Adlon (già vista in “Californication” e “Louie”) interpreta una losangelina madre single di tre figlie che, a differenza della Sarah Jessica Parker di “Divorce”, affronta la quotidianità sbuffando e snobbando la stronzaggine adolescenziale della prole

A voler ridurre tutto a tema da paginetta di costume, la stagione televisiva in corso è quella della gallina vecchia. L’ha aperta Woody Allen: se Crisis in Six Scenes è la cosa migliore che abbia fatto da un bel po’, è perché Elaine May, oltre a essere un colosso della commedia americana, ha 84 anni e fa buon brodo. Per ultimo (per ora) è arrivato il ritorno al pollaio di Sarah Jessica Parker, che in Divorce è una cinquantenne con problemi da cinquantenne (forse lasciare il marito, di sicuro farsi lasciare dall’amante). In mezzo, c’è Better Things, che è l’anti Divorce e la risposta alla domanda: quanto conta una diversa interprete, per sviluppare storie dissimili partendo dalla stessa premessa?

Pamela Adlon era la moglie dell’amico in Californication. È stata la fidanzata del protagonista in Louie. E adesso, a produrle e scriverle e un po’ anche girarle questa storia smaccatamente autobiografica, è proprio Louis CK – con cui ha un sodalizio che va oltre i crediti ufficiali: i due si consultano su tutto e lei dice che la loro è la collaborazione professionale perfetta, «con tremila miglia in mezzo» (lei a Los Angeles, dov’è ambientata Better Things, lui a New York).

Il ruolo è quello di sé: un’attrice non famosa, cinquantenne, divorziata. Tre figlie, una madre invadente che vive alla porta accanto, un ex marito su cui non si può contare. A ogni circostanza di fronte alla quale Sarah Jessica Parker sgranerebbe gli occhioni nella sua tipica espressione «mondo, per-ché mi ferisci», Pamela Adlon sbuffa e si tira su le maniche come le donne abituate a riparare gli elettrodomestici da sole.

Le figlie sono un incubo iperrealista: la piccola frigna e vuol essere consolata nei momenti meno op-portuni; la grande è stronza come sanno esserlo solo le adolescenti. Quella di mezzo invece è nella fase “femminismo engagé”, e un bel giorno annuncia: voglio farmi l’infibulazione. A quel punto è impossibile non immaginare Sarah Jessica Parker che fa la faccetta preoccupata, chiama sette o otto psicoterapeuti, si colpevolizza perché di certo le pulsioni autolesioniste della figlia sono una risposta alle sofferenze del divorzio. Pamela Adlon invece si limita a sbuffare, perché la ragazzina non si leva di torno e lei vuole stare in pace, e a dirle «no che non te la fai» col tono di chi sta negando il permesso di star fuori fino a tardi la sera.

Il non-dramma del finale di stagione discende sempre dalla media: a scuola l’hanno trovata nel bagno dei ragazzi. La sorella grande diagnostica come una candidata liberal che la sorella si sente un maschio; la madre ride, come un’adulta che non prenda sul serio certe scemenze. Mentre la guardi e pensi che sì, le ragazzine dicono enormità, e prenderla bassa è l’unica soluzione, e se nella sinistra americana prevalesse la linea Pamela magari avrebbero vinto le elezioni, capisci anche che c’è qualcosa di miracoloso nel fatto che ti abbiano reso interessante una madre single. Forse perché, come accade coi piccoli capolavori, in Better Things sei tutti. Sei la madre disordinata e petulante; la protagonista cui non frega niente di far carriera in una città la cui valuta corrente è l’ambizione; l’ex marito che non solo non fa la sua parte ma pretende pure comprensione. A un certo punto compare Lenny Kravitz, nel ruolo dell’amico invitato a cena che parla con la protagonista dell’ipotesi di scopare e con una delle figlie di balletto. Guardavo con terrore quanto mancava alla fine della puntata: ancora dieci secondi, e mi sarei immedesimata pure in quella gallina di Lenny.

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