Il regista più à la page dell’ultimo decennio torna in sala con “È solo la fine del mondo”, storia di un giovane gay tormentato che fa ritorno a casa e... Sì, esattamente come i film precedenti, e probabilmente anche come il prossimo

Ci vorrebbe un generatore automatico di film di Xavier Dolan, come succede con Paolo Sorrentino. Facciamo una prova. Un giovane omosessuale minato nel corpo e nella psiche fa ritorno alla dimora paterna. Ad attenderlo c’è una madre vestita come Loulou de la Falaise negli anni d’oro. C’è di sicuro una scena (anche due) in cui figlio e madre si urlano addosso, anzi mettiamoci pure due fratelli, sempre con guardaroba vintage. La fotografia è tra François Truffaut e il filtro Clarendon di Instagram: è il millennial-mélo, baby. Parte all’improvviso una hit dei primi anni Duemila, facciamo quella roba dance rumena, non se l’aspetta nessuno, com’è che si chiamava: ecco, Dragostea din tei. Accidenti, non è mica una parodia. È davvero un film di Xavier Dolan, nella fattispecie l’ultimo: È solo la fine del mondo, esce il 7 dicembre.

Al Festival di Cannes, dopo due ore e più di coda per entrare in sala, cinefili d’ogni latitudine e grado (d’accredito) si sono accapigliati come raramente s’è visto negli anni recenti: è l’ennesima opera struggente di un formidabile genio o la conferma di quello che a molti pare un grande bluff? Una volta c’erano i “dylaniati”, ormai istituzionalizzati dal Nobel, adesso è la volta dei “dolaniati”. Gli haters vengono da sé.
Xavier si fa portare volentieri in trionfo dai primi, come una madonna salvatrice del cinema d’autore. Chi l’ha detto che di bravi registi non ne nascono più? Io ho 27 anni, sei film all’attivo (di cui tre pure come attore), campagne da testimonial per la marca con il monogramma più famoso del mondo (serve il nome?), fuori dalla porta la fila di star che vogliono lavorare con me. Per È solo la fine del mondo ha pescato il meglio dallo star-system gattamortesco di Francia, Marion Cotillard e Léa Seydoux in testa. Nel prossimo, titolo The Death and Life of John F. Donovan, ci saranno Natalie Portman, Susan Sarandon, Jessica Chastain, Kathy Bates, Kit Harington, e si dice pure un cammeo di Adele. Dolan aveva girato per lei il video di Hello: incidentalmente, trattavasi anche del ritorno con più hype degli ultimi decenni di musica.
I dolaniati strepitano: vi lamentate sempre che i giovani d’oggi passano il tempo a cercare i Pokémon agli angoli delle strade, fortuna c’è uno come Xavier che a soli 25 anni vinceva il Premio della giuria a Cannes (per Mommy, il film che l’ha definitivamente consacrato e insieme ha spaccato in due la sua platea). I detrattori sbuffano: son bravi tutti a copiare, e poi va bene una volta, due, ma è la maniera di se stesso ora che è in terza media, te l’immagini tra qualche anno?

«Ho girato film a un ritmo forsennato», ha detto quest’anno l’eterno bambino prodigio a Les Inrockuptibles, bibbia “bobo” che sobriamente titolava la copertina a lui dedicata “Il boss della Croisette”. «Vivo a un ritmo forsennato. Forse in previsione del momento in cui qualcuno mi dirà che non posso più fare film. Sono consapevole di avere una vita privilegiata, ma anche che questo è un privilegio effimero. Un giorno tutto finirà». Si sa che possono permettersi certe affermazioni solo quelli sicuri di durare più di una collezione autunno/inverno. Tra vent’anni uscirà il trentaduesimo film di Dolan. I cinefili ai festival avranno fatto quattro ore di fila per vederlo. Sarà la storia di un giovane gay tormentato che torna nelle sua cameretta di bambino, la mamma lo sgrida, in sottofondo parte All the Things She Said delle t.A.T.u. Applausi e fischi, mentre Xavier sarà ancora lì, a ridacchiare sulla riva del fiume.

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