Magazine / Cover Story

Iran: pragmatici contro pasdaran

di TATIANA BOUTOURLINE
fotografie di NICOLA ZOLIN
IL 87 22.12.2016

Trump alla Casa Bianca e una crescita economica deludente hanno rafforzato i conservatori che rinnegano l’accordo con gli Usa sul nucleare. È il vero tema delle presidenziali 2017

Se c’è una qualità che ha accompagnato la carriera politica del presidente iraniano e l’ha salvata negli anni in cui tutto sembrava irrimediabilmente perduto, questa è senza dubbio l’autocontrollo. Eppure non deve essere semplice nemmeno per Hassan Rohani – il rivoluzionario versione grand commis, osannato dai think tank come lo «sceicco della diplomazia» – continuare a ripetere che il fattore Trump è ininfluente e che la normalizzazione dei rapporti tra l’Iran e il resto del mondo è «irreversibile». Ha ragione lui e hanno torto gli allarmisti? Cosa riserverà il 2017 a Rohani? Riuscirà a difendere l’accordo sul nucleare e, insieme alla sua quota legittima di legacy obamiana, anche la sua poltrona? O perderà tutto quello che ha costruito schiacciato da un’irresistibile ondata di populismo nazionalista di tendenza pasdaran?

Mettetevi nei suoi panni, i panni di un uomo che tiene più alla reputazione che alla felicità: alla sua prima conferenza stampa da presidente, un reporter tedesco si è alzato in piedi per ringraziarlo di avere vinto e, da quel momento in poi, per Rohani è stato tutto un crescendo. Quindici minuti al telefono con Barack Obama nel settembre del 2013 – la prima conversazione tra un presidente americano e un capo di Stato iraniano dal 1979 – con Rohani che si accommiatava con un: «Have a nice day!», e Obama che rispondeva: «Thank you», e aggiungeva un educato Khodahafez, arrivederci in persiano; l’accordo ad interim sul nucleare siglato a Ginevra nei primi cento giorni del suo mandato; e la promessa mantenuta del deal conquistato venti mesi dopo l’inizio di una maratona negoziale, durante la quale, tra discussioni, biglietti di auguri, consigli sul mal di schiena, liti e riappacificazioni consumate lungo le rive del lago Lemano, il Segretario di Stato americano John Kerry e il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif iniziavano a chiamarsi semplicemente John e Javad. Che questo Bengodi possa evaporare proprio nel bel mezzo di una stagione decisiva per la sua rielezione (gli iraniani saranno chiamati alle urne il 19 maggio 2017) è molto più di una prospettiva infausta, come ha scritto, a caldo, su Twitter, l’ambasciatore francese a Washington, Gérard Araud: l’investitura di Donald Trump rappresenta «il mondo che frana sotto i nostri occhi».

Ahvaz, nella regione del Khuzestan

Esfahan, ragazzi a una festa

E se frana per gli europei figurarsi per Rohani che immaginava di raccogliere i dividendi della distensione nucleare e si ritrova, invece, a gestire lo spauracchio del suo collasso mentre «deplorevoli» pasdaran si preparano a infilzarlo e tanti, troppi iraniani sfiancati dall’attesa di un boom che non si materializza, si sentono dimenticati. «Ammettiamolo, la luna di miele è finita», ha detto al New York Times, Saeed Laylaz, l’economista più vicino al governo Rohani. L’inflazione in Iran è scesa dal 40 al 12 per cento, dalla revoca delle sanzioni la produzione di petrolio è aumentata di un terzo, ma Teheran ha bisogno di produrre altri 800mila barili al giorno e dovrà attrarre investimenti pari a 200 miliardi di dollari per far ripartire la sua industria petrolifera.

Ci sono momenti in cui l’Iran sembra avviato verso un modernità inarrestabile fatta di open space in cui ragazzi adottano uno dopo l’altro i riti dell’Occidente, con versioni persiane di eBay (Mozando) di Amazon (Digikala), di Uber (Taxi Yaab) e di Just Eat (Zoofood). Poi basta voltarsi a guardare il resto, gli artisti e i dissidenti condannati all’oblio dentro le prigioni, i nuovi contratti petroliferi bloccati dalla burocrazia e dall’ostracismo dei pasdaran, gli scandali distillati da un centro di potere contro un altro per avere la conferma che, o Rohani non ha abbastanza potere per cambiare le cose, o non ci ha mai provato fino in fondo. «Prudenza e speranza» promettevano quattro anni fa i cartelloni elettorali di Rohani, ma la prudenza ha rapidamente schiacciato la speranza.

L’isola iraniana di Qeshm

Salakh, cittadina dell’isola di Queshm

Bushehr, sul Golfo Persico: pausa pranzo

Nel frattempo, con l’accordo nucleare minacciato dall’avvento dell’era Trump, il presidente è diventato vulnerabile e gli assalti dei pasdaran si sono fatti più incalzanti. Lo accusano di essere debole, un traditore disposto a svendere l’Iran agli stranieri e Khamenei, deluso da una ripresa economica troppo flebile per far vibrare l’opinione pubblica, presta il fianco e fustiga anche lui «il pensiero pericoloso in base al quale tutti i problemi dell’Iran sarebbero stati risolti dalla firma dell’accordo nucleare». È la riproposizione del braccio di ferro tra internazionalisti e fautori dello scontro permanente che ormai rappresenta l’unica grande cesura all’interno della nomenklatura iraniana. Nessuno vagheggia più la democrazia islamica alla Khatami. I conservatori non hanno idee e i riformisti hanno abbandonato gli ideali. Gli scontri veri si consumano tra pragmatici e pasdaran con i primi a difendere il fortino, confidando nella resilienza dei partner internazionali, e i secondi ringalluzziti dalla vittoria di un candidato alla Casa Bianca che ha confermato, uno dopo l’altro, tutti i loro pregiudizi sul grande satana americano.

È presto per parlare dei possibili rivali di Rohani alle presidenziali, non ci sono candidature ufficiali, a parte quella di Ahmadinejad, tecnicamente posibile, ma improbabile visto che Khamenei l’ha apertamente sconfessata. Tuttavia è stata proprio la guida suprema, in questi mesi, a offrire le indicazioni più significative per destreggiarsi nella geografia del potere a Teheran. Resta intoccabile la posizione del comandante della Quds Force, Qassem Soleimani, incontrastato deus ex machina della guerre di Teheran. Ma “Supermani”, come lo chiamano gli ammiratori, appare poco interessato ai palazzi di Teheran e infinitamente più a suo agio nell’ombra. La sua cifra è sempre stata l’assenza: apparire, sparire, combattere e dispensare sguardi metafisici. Difficile immaginarlo a una scrivania, a ricevere gli ambasciatori con un vestito grigio e la camicia bianca senza colletto dei funzionari del regime.

Bushehr, festa di matrimonio

Bushehr, festa di matrimonio

Kerman, una festa privata

In forte ascesa e più interessato a ruoli di questo tipo, pare Parviz Fattah, già ministro dell’energia di Ahmadinejad, promosso da Khamenei alla guida di una potente fondazione religiosa intitolata a Ruhollah Khomeini che amministra un portafoglio di spesa intorno al miliardo di dollari l’anno. Fattah elargisce sussidi a 4,4 milioni di iraniani che vivono sotto la soglia di povertà. La fondazione offre cibo, borse di studio e prestiti e rappresenta una potente forza di mobilitazione per il regime. Fattah è uno strenuo difensore dell’occupazione dell’economia iraniana da parte dei pasdaran, rappresenta quello zoccolo duro rivoluzionario ostile all’Occidente e altrettanto sospettoso nei confronti delle banche, degli intellettuali e delle élite globali. Quando si rivolta contro Rohani non lancia invettive, muove insinuazioni. Non gli importa di dimostrare per filo e per segno chi ha ragione, gli basta spandere il dubbio che forse tutti mentono. Parla la lingua franca dell’indignazione e si rivolge agli iraniani che non riescono a tenere il passo, quelli persuasi che sia ancora possibile tornare a un tempo più semplice e più giusto, quelli che, inconsapevolmente, più assomigliano ai peccaminosi occidentali sedotti da populismi affini a quelli del pacato tribuno Fattah.

Teheran, un bar nel Tajrish Bazaar

Teheran, un negozio di make up

A tre anni e mezzo dall’inizio del suo mandato Rohani ha raggiunto il suo obiettivo, ma il suo destino è incerto. «È semplice, amico mio – rispose Albert Einstein a chi gli chiedeva perché la scienza fosse stata in grado di scoprire l’atomo, ma non i mezzi per controllarlo –: la politica è più difficile della fisica». E deve apparire davvero come una beffa a Rohani, assurto agli onori della ribalta internazionale come l’uomo che avrebbe riportato la razionalità al centro della politica di Teheran, ritrovarsi dentro una partita in cui le regole che si vantava di dominare sono diventate all’improvviso inconsistenti, un mondo nuovo in cui parole come dati, rilevamenti, centrifughe, ispettori, implementazione rischiano di essere marginali, un mondo da fumetto fin troppo facile da ridicolizzare con i Fattah di Teheran a denunciare eterni complotti a stelle e strisce e Trump, nello studio ovale a fissare la telecamera e dire: «He’s a bad, bad man!», riferendosi all’Ayatollah Khamenei.

L’Economist ha già sentenziato che il deal sull’altare del quale Rohani ha ipotecato il suo futuro è spacciato. Nel corso della campagna elettorale, Trump lo ha definito «il peggior accordo mai negoziato», ha promesso che «smantellarlo» sarebbe stata «la priorità numero uno», ha ipotizzato di condurre una nuova trattativa con Teheran. E tuttavia, anche mettendo in fila tutte le sue dichiarazioni, rimane il dubbio di non aver capito a quale Trump occorra dare retta. Quello che ammira uomini come al Sisi e Putin? Quello isolazionista? Quello che vuole sconfiggere l’Isis con l’aiuto di Mosca (e allora magari pure di Soleimani)? L’Iran ha ancora parecchie carte da giocare. Del resto, l’Occidente ha appena celebrato “post-verità” come la parola dell’anno, ma in Iran, da decenni, si mangia post-verità a colazione.

APPUNTAMENTI PER L’ANNO CHE VERRÀ

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News su affari, tech, politica

Debutta Axios, nuova creatura giornalistica del fondatore di Politico Jim VandeHei e di Mike Allen: un «Economist coniugato a Twitter».

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Bill de Blasio si ricandida

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Un muro tra Siria e Turchia

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60 anni d’Europa

Per l’anniversario dei Trattati di Roma, alla base dell’Ue, varie iniziative e concorso per gli studenti chiamati a raccontare l’Europa.

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I sette grandi a Taormina

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VALUTA

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