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Recuperiamo il pensiero razionalista

IL 87 19.12.2016

Scenari personali / 2017: abolire il “sostanzialmente”. Rimedi per l'epoca della post verità, in cui la credenza vince sulla dimostrazione e le asserzioni non sono né false né vere, ma fluttuano in una nebulosa di indecidibilità

Quando hanno scelto “post-truth” come neologismo dell’anno abbiamo pensato tutti all’elezione di Donald Trump o alla Brexit (nella short list finale c’era anche “Brexiteer”). Abbiamo pensato alla disinvoltura con cui affermazioni palesemente false o al limite della parodia si impongono nel dibattito pubblico, siano i “migranti messicani pronti all’invasione”, i “350 milioni di sterline a settimana rubati da Bruxelles” o i golpe di Pinochet in Venezuela o l’olio di palma.
Sin qui nulla di nuovo. Ma tra una balla e l’altra nel 2017 faremo i conti con un nuovo assetto politico dell’Occidente che a detta di molti celebra il trionfo della “post-verità”. Le emozioni e i pregiudizi hanno battuto i fatti e sono più forti di tutti i fact-checking del mondo. Non è certo una scoperta di oggi, ma si tratta di capire se e come abituarcisi. Nel 2004, Ralph Keyes pubblicò The Post-Truth Era, un saggio sui fenomeni della vita sociale e politica in cui la credenza vince sulla dimostrazione e le asserzioni non sono né false né vere, ma fluttuano in una nebulosa di indecidibilità. Tutti quei “sostanzialmente” che ormai intercalano ogni discorso, da un congresso alla chiacchierata al ristorante, sono lì a ricordarcelo.

Che ci sia un nesso tra la post-verità e i populismi del XXI secolo è ovvio. Ma il disprezzo per i fatti viene da lontano. In molti puntano l’indice contro internet o la tv. In pochi ammettono che la “post-verità” è stata allevata, nutrita e coccolata nelle nostre università progressiste, e in particolare nei dipartimenti umanistici a partire dagli anni Sessanta, con l’abbandono del modello di conoscenza della “tradizione razionalista occidentale”, come la chiama John Searle. Molte delle discipline emerse negli ultimi decenni (dai chicano studies all’agricoltura biodinamica) sono entrate nell’Università come nuovi “campi di studio”, ma erano anzitutto delle “cause politico-culturali da portare avanti”, in cui l’analisi oggettiva e la costruzione di ipotesi falsificabili non solo era superflua, ma anche un ostacolo.

Riprendere lentamente il filo interrotto della tradizione razionalista sarà compito delle nuove generazioni se non vorranno abituarsi a vivere nella “post-verità”. Intanto, il primo anno dell’era Trump potrebbe essere decisivo per capire se ci attende la drammatica replica di altri vent’anni di antiberlusconismo, cioè “sostanzialmente” una catena di pregiudizi, girotondi ed errori di valutazione compiuti nel nome della verità.

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