Il Dostoevskij-personaggio di Jan Brokken non è molto dostoevskijano

Franz Kafka, Ernest Hemingway, Arthur Rimbaud. Esistono scrittori la cui opera è stata così potente e decisiva da essere tracimata nella propria stessa biografia, contagiandola con i medesimi temi e stilemi, fino a trasformare quasi l’autore stesso in un suo personaggio, come una rifrazione beffarda dell’arte verso quella pallida forma evanescente che è la vita. In fondo i libri restano, di noi cosa rimane? Cenere, ricordi, quindi cenere anche dei ricordi. Chi può avere il coraggio di affermare che un autore, una persona, sia più viva oggi di un suo personaggio? Non avrete l’ardire di sostenere che Fëdor Michajlovič Dostoevskij, che pure avrà senz’altro calcato questa Terra e avuto un tono di voce, oggi possa dirsi più reale del principe Myškin, no? Ecco. E infatti il corpus dostoevskijano ha cannibalizzato l’artefice, diventato un personaggio febbrile e inquieto alla stregua dei parricidi alla Karamazov e dei mefistofele alla Stavrogin, tanto più che era pieno di debiti e beveva troppo e giocava d’azzardo e soffriva di epilessia e via dicendo. È diventato un uomo-romanzo a tal punto da avere già sollecitato la fantasia di J. M. Coetzee in quel capolavoro al fiele che è Il Maestro di Pietroburgo e quella di Leonid Cypkin in un libro molto dolce e misconosciuto che si intitola Estate a Baden-Baden (ma anche, per restare in Italia, quella di Guido Piovene ne Le stelle fredde e di Laura Pariani in Nostra Signora degli scorpioni).

Non stupisce allora che adesso ci provi lo scrittore olandese Jan Brokken, che già in Anime baltiche aveva intrecciato personaggi celebri a individui comuni. La storia inizia a San Pietroburgo nel 1849, proprio nel giorno della mancata fucilazione di Fëdor Dostoevskij. Alexander, un giovane nobile russo di origini baltiche segue il plotone fino al luogo prescelto per l’esecuzione. Dostoevskij è un giovane autore in rapida ascesa, ha già pubblicato Povera gente e Netočka Nezvanova e bazzica la cerchia del socialista utopico Michail Petraševskij, un personaggio eccentrico che irride la religione e lo zarismo. Tira aria di rivolta e basta poco per finire a processo. Dostoevskij riceve la massima pena per aver letto durante un incontro a casa dell’agitatore la lettera di un critico letterario a Nikolaj Gogol’, dove gli veniva rimproverato di avere cominciato a difendere tutto ciò che vi era in Russia di arretrato e corrotto. Tutto qui. Per questo passa otto mesi in carcere e poi finisce davanti alle baionette puntate. Si rivelerà essere solo una macabra finzione, dovuta al sense of humour tutto personale dello zar (di questa scena resterà un’eco nell’Idiota). La pena viene commutata in otto anni di lavori forzati in Siberia, che non è tanto meglio ma è pur sempre vivere. Quando anche il nobile Alexander viene mandato lì come procuratore della Repubblica di Semipalatinsk, dove il futuro autore di Delitto e castigo è stato assegnato al termine dei lavori forzati come soldato semplice, i due uomini stringono amicizia. Il giardino dei cosacchi (tradotto da Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo) è la storia del loro sodalizio ricordato a distanza di anni. La solitudine li spinge a una forma di cameratismo che, nonostante si rosolino in una «tristezza infinita, miserevole», si allontana dal tono dei romanzi dostoevskijani: oziano, si dedicano al giardinaggio, spasimano per donne sposate, viaggiano: «In un romanzo Dostoevskij avrebbe poi fatto violentare la figlia della padrona di casa da un ex galeotto. (…) La poverina si sarebbe ammalata e poi impiccata per la tragica sorte. (…) Nella vita reale Dostoevskij si comportava come un santo, nella fantasia era uno spirito maligno». La realtà è molto più placida o scialba della letteratura, com’è ovvio, eppure il libro – appoggiandosi su fonti attendibili – riesce a essere non soltanto una singolare indagine sull’uomo, ma anche sulla sua poetica e sul clima che l’ha in parte generata: «Quando leggo i romanzi di Dostoevskij, le parole si mescolano ai ricordi. Sento la sua voce, vedo la malinconia del suo sguardo, o la collera, l’ironia o il divertimento. Tutto quello che abbiamo vissuto insieme ha trovato posto, in un modo o nell’altro, nei suoi romanzi. Non smette di sorprendermi il fatto che riuscisse a fare di un banale fait-divers un’epopea dell’inettitudine umana».

Jan Brokken

Il giardino dei cosacchi

Iperborea 2016
388 pagine, 18 euro
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