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Generazione “shoppona”

di Mario Fillioley
illustrazioni di JOHNNY COBALTO
IL 88 19.01.2017

Per giocare a Clash Royale i miei studenti comprano avanzamenti, catapulte leggendarie e boscaioli epici. In una parola: “shoppano”. È il nuovo stigma sociale. Lo sa bene il ragazzo che usa la PayPal della nonna

I miei studenti shoppano. Non è che comprino o ricarichino o facciano shopping on line, no loro proprio shoppano, che è un’altra cosa. Shoppano fondamentalmente su Clash Royale, che è un gioco on line che sta durando da circa un anno, cioè un gioco longevo.

Shoppano significa che comprano delle cose, delle armi più o meno, sotto forma di carta, la carta epica, quella leggendaria, che servono a essere più potenti nel gioco, e quindi a passare a livelli più alti: arena 5, arena 6, il baule supermagico, la catapulta leggendaria, il boscaiolo epico. A Clash Royale ci giochi quanto ti pare e non paghi niente, però se poi shoppi diventi più potente di chi non ha shoppato. I miei studenti, se shoppano assai, vengono etichettati come shopponi, cioè si approfittano di un vantaggio che non potrebbero avere se non avessero speso dei soldi per averlo. Non è bello quando ti chiamano shoppone. A scuola, per esempio, si vocifera di uno che ha la PayPal della nonna e shoppa senza ritegno, shoppa e poi scrive su WhatsApp: baule leggendario. E tutti: SHOPPONE! Però con un poco di invidia.

L’unità di misura di quanto si possa shoppare senza incorrere nello stigma sociale è una formula da mettere fratto tempo: Tizio ha shoppato 5 euro in due mesi, Caio invece ha shoppato 50 euro in tre settimane, è uno shoppone. Perché per scalare le arene un’alternativa allo shoppare c’è: il culo e l’insistenza, cioè giocare un sacco di partite. Se non shoppi, ti può comunque capitare di trovare la catapulta leggendaria dentro al baule supermagico, per culo e per insistenza. Per converso, puoi shoppare parecchio e non trovare nemmeno un domatore di chinghiali: a quel punto vieni irriso, sei una specie di Fantozzi, perché il massimo è shoppare 5 euro in un anno e trovare un boscaiolo epico armato di una catapulta leggendaria dentro a un semplice baule d’argento.

Il paese è piccolo, il sabato pomeriggio, dopo la scuola, finito di mangiare, te ne accorgi: io mi butto sul divano verso le due, due e un quarto, comincio a leggere il giornale, poi m’addormento per un quarto d’ora, poi leggo un altro paragrafo e mi riaddormento. I termosifoni sono accesi, la casa è piccola, si scalda in un attimo, prima di mettermi sul divano mi spoglio e mi metto i pantaloncini, una tuta tagliata, e sopra una felpa col cappuccio. Dormo così anche di notte, è la paura del terremoto in centro Italia: prima dormivo con le mutande, di notte sudo sempre, a qualsiasi temperatura, a qualsiasi latitudine, in qualsiasi stagione. Dopo tutte queste scosse, però, penso che non mi va di farmi trovare sotto alle macerie con gli slip e per giunta tutto sudato, la gente che mi soccorre poi che può pensare? Il sabato dopo pranzo, quando è inverno e fuori fa freddo, io ho una tuta azzurrino scuro tagliata al ginocchio (però è tagliata bene, dalla sarta, con l’orlo e tutto quanto) e la felpa bianca, gli occhiali fuori posizione per via del bracciolo del divano, il giornale metà per terra e metà ancora in mano. Gli studenti dopo pranzo s’annoiano, d’inverno il pomeriggio è breve, poche ore di luce tra la fine del pranzo e l’ora della merenda. Allora escono e vanno in paese: cioè i genitori, visto che di solito le famiglie abitano fuori dalle mura in qualche villetta, prendono la macchina e li accompagnano all’arco, cioè la porta d’ingresso. Il paese per loro è una specie di parco pubblico, dalle mie parti si dice “La villa”, un posto coi vialetti, gli alberi, le panchine, senza macchine, a Taormina per esempio ci sono anche delle case di cotto e mattoni chiari che una eccentrica signora inglese aveva costruito per gli uccellini, e dove invece ci vanno tutti i bambini a giocare, con le scale interne e i balconi, due, tre piani, è molto divertente anche se non sei un bambino. Il paese sembra la villa di Taormina: gli studenti girano con le bici, oppure a piedi, si annoiano, però in compagnia, che è più bello, si mettono sugli scalini di marmo della piazza e parlano di chi shoppa e quanto e con che frequenza, poi si mettono a saltare da uno scalino all’altro, uno dice che vuole la patatine al bar, un altro però gli dice: e poi il baule magico? E allora sospirano. Quando hanno finito di desiderare cose che solo uno con la PayPal della nonna può permettersi, vengono sotto casa mia e s’attaccano al citofono.

Il citofono di questa casa non ha mai funzionato. Allora devo aprire la porta e affacciarmi sulle scale e vedere chi è, anche se lo so perfettamente chi è, sono gli studenti: l’anno scorso suonavano e poi scappavano via, quest’anno suonano e aspettano che apro. Io apro e dico: tanto non vi faccio salire, lo sapete. E loro dicono che no, sono io che devo scendere, avanti, forza, insistono, ci accompagni in edicola, tanto lo sappiamo che non ha niente da fare e stava dormendo. Io veramente stavo leggendo il giornale, gli dico, il che è vero, a paragrafi, va bene, però prima o poi l’articolo l’avrei finito, e comunque non mi va di polemizzare con dei dodicenni, per cui gli urlo dalle scale: ANDATE VIA, SHOPPONI! Ma quelli niente, vogliono essere portati in edicola, non se la sentono di attraversare la statale da soli, passano le macchine, i genitori non vogliono, per andare in edicola ci vuole un adulto e io sono l’adulto che alle tre meno un quarto del sabato è in casa sul divano, non ho nessuno, sono un immigrato, abito da solo e abito pure in paese, dentro le mura, sono il prescelto, sono la carta epica, allora gli dico: va bene, scendo. Loro mi guardano e dicono: ma come? Vestito così? Vestito così significa con la tuta tagliata e la felpa. Io preferisco prendere un poco di freddo che rivestirmi, per raggiungere l’edicola ci vorranno due minuti, poi me ne torno sul divano, col plaid e i termosifoni che cantano, mi mancano tre paragrafi, però gli studenti evidentemente ambiscono a una gita più lunga: che dovete fare in edicola, mi informo. L’edicola serve per i Pokemon. Ancora? gli chiedo io, ancora con questi Pokemon?

Questa estate i Pokemon erano a Collerotondo. Per acchiapparli era inutile andare in paese: bisognava andare a Collerotondo. Collerotondo è un quartiere di villette a schiera dentro a una specie di parco, ma il fatto è che per andarci ci vuole per forza la macchina, quindi quando sento Pokemon io penso: Collerotondo, e subito dopo penso: la macchina. Stavolta però hanno detto edicola, allora ho detto: va bene, scendo, non fa niente che ho la tuta tagliata, Viviana e Roberto mi conoscono, il giornale che per colpa vostra non ho ancora finito di leggere lo compro sempre da loro. Va bene, dicono gli studenti, però almeno si metta le calze, no? Ai piedi ho le scarpe da ginnastica, però senza calze. È sempre per il terremoto in centro Italia: quando mi corico, divano o letto che sia, non metto più le ciabatte ai piedi del letto o del divano, con le ciabatte viene male a scappare dai crolli, allora sistemo le scarpe da ginnastica, aperte, coi lacci tutti allentati, così entrano subito, senza calze perché se mi metto a perdere tempo per infilarmi le calze tanto vale consegnare il mio corpo alle macerie e tanti saluti.

Gli studenti però vogliono essere accompagnati in edicola da un adulto che presenti i requisiti minimi della decenza, e a quanto pare tra questi ci sono le calze, perciò rientro in casa, guardo per terra, sul tappeto, vicino al divano c’è il giornale, piegato all’altezza del paragrafo, riprendere a leggere sarebbe comodissimo, poi un poco di sonno, poi lo ripiegherei con cura su un altro articolo, per il pomeriggio della domenica, invece niente, le calze, almeno le calze, i Pokemon di Collerotondo se ti vedono senza calze poi che possono pensare? Comunque stavolta i Pokemon non sono da trovare, vanno comprati sotto forma di figurine, in edicola. Professore, ce le ha 5 euro? Mi chiedono gli studenti, io dico: sì, ce le ho, però scusate, 5 euro sono tante, non è da shopponi? Gli studenti ridono, poi mi spiegano che no, mica m’hanno chiesto la PayPal di mia nonna, mi hanno chiesto soldi, 5 euro, che c’entrano i soldi con lo shoppare? Io non è che ho capito bene come si shoppa, gli chiedo: ma coi soldi di carta quindi non si shoppa? No, ovvio, si shoppa con la PayPal, e comunque anche questa è un’espressione imprecisa mi dicono, perché in realtà si shoppa con le gemme. Ah, dico io, ok. Poi chiedo a Viviana: ma tu lo sapevi? Lei mi fa sì con la testa, poi mi racconta: bei tempi quando i soldi erano di carta e si spendevano in edicola per le figurine, ora ci sono queste gemme da spendere fratto tempo: quattrocentoventi gemme in tre settimane. Ma dove? chiedo io, in gioielleria? No, mi fanno in coro Viviana e gli studenti, sul negozio! Che negozio? dico io, qua in paese?

Su Clash Royale c’è il Negozio: ci compri le gemme, e quando hai le gemme puoi shoppare la Valchiria Epica. A che serve? chiedo io, che ci fate con le Valchirie a dodici anni? Chi siete? Wagner? Professore, scusi, ma lei come ci vorrebbe andare ad assaltare la Torre del Re, così, con i pantaloncini della tuta e senza calze? Ci vuole la Valchiria Epica, penso, di sicuro le Valchirie non hanno paura del terremoto e le calze se le mettono sempre, però questi dodicenni di oggi hanno un senso dello spendere molto moderato, penso: una Valchiria ogni tre, quattro mesi, mica come Wagner, che ne avrà messe duecento in un solo preludio, e poi ci tengono all’essere vestiti bene quando mi vengono a citofonare per le figurine dei Pokemon. Allora gli studenti che sentono di stare facendo breccia verso le mie 5 euro pigliano il telefono e mi fanno vedere: il Pugno di gemme costa 99 centesimi, alla fine se shoppi meno di un euro mica sei uno shoppone, no? Poi però c’è anche il Vagone di gemme, che costa 99,99 euro. Sono tanti soldi, gli dico. Sì, professore, ma lei lo sa qual è la carta più leggendaria di tutte? No, gli dico io, qual è? È La Nonna con la PayPal, mi fanno loro, e ridono. Aspetta, dico agli studenti, voi però mi avete chiesto 5 euro, sono soldi, altro che gemme. Mi guardano come per dire ma questo è pazzo poi mi spiegano: vabbe’, ma sono di carta. E le gemme di che sono fatte? Professore ma sta scherzando: le gemme sono pietre preziose! Le pietre sono preziose perché si comprano coi soldi, gli dico, prezioso viene da prezzo, e il prezzo è una questione di soldi, di carta, di PayPal, come volete voi, ma sempre quello è, denaro. Niente, questi mi guardano increduli, ragionano in termini di gemme fratto tempo, non capisco più se la loro sia una forma di morigeratezza o di rincoglionimento. Va bene, basta, fatemi vedere chi è che ha sviluppato ’sto gioco, dico strappando di mano il cellulare a uno studente che mi dice: professore, ma mica siamo a scuola che me lo può sequestrare. Muto, gli dico, altrimenti spiego a tua nonna cosa ci fai con la sua PayPal. Ma come? penso, nemmeno un rimando alla Casaleggio & Associati? Chi è questo Supercell? C’entrerà con la Brexit? A Maastricht la sapranno questa cosa che gli studenti shoppano in gemme? L’avranno istituita una commissione d’inchiesta che si occupi di questa minaccia per l’euro? Mi viene in mente tutto un complotto: che fine hanno fatto i bitcoin? Qua qualcuno vuole boicottare i bitcoin e insegnarci a commerciare in gemme, la plutocrazia giudaica e massonica, i De Beers, forse, ma dove le pigliano queste gemme i De Beers? In Congo? Clash Royale deve essere propaganda del Bilderberg: forza, educhiamo queste giovani generazioni all’uso delle gemme, togliamogli dalla testa l’idea che i soldi di carta valgano qualcosa, così poi passare ai governi sovranazionali sarà un attimo, quattrocentoventi gemme ogni tre settimane, utenti educati a questa strana frugalità virtuale, sprezzanti del rischio: chi se ne frega del terremoto, l’importante è uscire di casa con le calze, e da là vai con l’oligarchia, il nuovo ordine mondiale, il microchip sotto la pelle, la lettura della mente, replicanti, lavori in pelle, nel giro di uno, massimo due decenni fine della civiltà, l’ultimo padre e l’ultimo figlio che camminano su una strada deserta, però con le calze, ci mancherebbe, Mad Max che vuole tutta quanta la benzina di Collerotondo, scimmie a destra e a manca, il monolite al centro della piazza.

Restituisco il cellulare allo studente e torno a casa: alla fine m’è andata bene, non ho dovuto prendere la macchina e ho speso solo 5 euro, di carta, figurati. Oltretutto il sonno del sabato pomeriggio non m’è svanito, riprendo l’articolo nella speranza di collassare: parla del nuovo bonus per gli insegnanti, accreditato direttamente su una card, 500 euro da spendere presso il Negozio. Che negozio? penso, qua in paese? No, c’è scritto: on line, così è più documentabile. Vabbe’, mi dico, allora al massimo shopperò 5 euro in tre mesi, altrimenti poi i colleghi mi chiamano shoppone, penso mentre mi si chiudono gli occhi. Che poi quante gemme saranno 500 euro di carta?

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