Radici persiane e sguardo al futuro: la nuova generazione alla guida dell’azienda attiva dal 1898 ci spiega che cosa vuol dire stare al passo coi tempi. A partire dal nuovo showroom

Golran è una famiglia, ma anche un’azienda di tappeti attiva dal 1898, da quando Hajizadeh Golran, il bisnonno di Eliahu, Elia, Benjamin e Nathan – la generazione che ha preso oggi il testimone dai padri Nemat e Ruben – cominciò a commerciarli a Mashhad, nella fu Persia, dopo una parentesi in Russia. Dal 1968 ha sede a Milano e ha accumulato nel magazzino sui Navigli una collezione che oggi conta «sui 20mila pezzi», racconta sorridendo Eliahu nello showroom inaugurato in autunno in una delle strade milanesi del design, via Pontaccio, a Brera. La loro è una storia di tappeti, dai classici, persiani e non, all’attuale produzione – prevalentemente in Nepal – che si avvale della collaborazione di designer e architetti tra i più quotati, ma anche l’epopea di una famiglia ebraica che ha attraversato il secolo breve. «Quella degli ebrei in Iran è una delle diaspore più antiche», continua Elihau. Racconta la leggenda come un imperatore persiano fosse entrato in possesso di un favoloso tesoro, in India, e avesse poi chiamato a custodirlo alcune famiglie ebraiche. La favola è naturalmente narrata in un tappeto. Perché i tappeti aprono un mondo in cui colori, motivi, simboli, geometrie hanno tutti un preciso significato: «Per i tappeti classici iraniani ci si metteva anche cinque o sei anni: un pezzo di vita, dovevano avere valore. Per i tappeti contemporanei si è passati a cinque mesi».

Lo showroom di Golran in via Pontaccio a Milano, con esposti i tappeti della collezione Paralleli di Dimorestudio

Beppe Brancato

Alcuni dettagli dello spazio inferiore dello showroom, con il tappeto di Inga Sempé, Meteo

Beppe Brancato

Beppe Brancato

«I nostri genitori sono nati in Iran, si rivolgevano a noi in farsi e lo parliamo ancora oggi. Mio padre arrivò a Milano negli anni Sessanta, era già un buon mercato per noi, che oggi operiamo a livello internazionale: l’Italia che lavora con l’estero, Russia, Cina, Usa. Siamo cresciuti giocando a calcio tra le pile di tappeti. E poi aspettavamo le casse in arrivo dall’Iran: aprirle era una festa perché c’era sempre qualche sorpresa. Un sacchetto di pistacchi, un po’ di zafferano. Per i miei, aria di casa. Trent’anni fa non c’era la globalizzazione come oggi». Anche il mercato dei tappeti è cambiato, negli anni. Continua Elihau «Oggi ci sono due aste importanti di tappeti antichi, una volta almeno sei. Eppure assistiamo a una nuova richiesta, per le passerelle di moda, per esempio, di super classici. In realtà, il tappeto persiano dagli anni 60 fino agli anni 90-2000, quello del “fiore” tradizionale, ha rappresentato il lusso. Poi è rimasto a un livello alto, ma a quello medio è sparito. Era una scelta di famiglia, oggi invece è parte di un progetto più complesso di disegno d’interno. Sono cambiati i nostri interlocutori: non più privati ma architetti che lavorano per qualcuno, alberghi, ristoranti, case eleganti».

Lo showroom, progettato da Storage Associati con l'art direction di Francesca Avossa

Beppe Brancato

Beppe Brancato

I pouf sono realizzati con il tappeto di Bertjan Pot, Triangles

Beppe Brancato

Il cambiamento di gusti e di utilizzo del tappeto ha portato l’azienda a saggiare nuovi lidi, pur restando nel solco della tradizione, dei pezzi annodati a mano, della ricercatezza dei materiali – lana, rete, lino, cactus, seta di bambù, cashmere. È del 2008 il lancio della collezione Carpet Reloaded: tappeti orientali del XX secolo passati attraverso processi di decolorazione e di ricolorazione (Decolorized) o di nuovi assemblamenti (Patchwork), assumendo una nuova identità, più contemporanea. È l’inizio di un lavoro editoriale che si affianca a quello del collezionismo e del commercio di tappeti più ortodosso, con la ricerca della rarità in primo piano, e che nel tempo trova sempre maggiore spazio. Dal 2010 la direzione artistica è affidata allo studio Francesca Avossa di Parigi e i progetti continuano: Isabella Sodi, Bertjan Pot, Raw Edges, Inga Sempé si sono trovati a lavorare tra trama e ordito con Golran sulla ricerca dei materiali, sui metodi di tessitura, sui colori. «Cerchiamo di ampliare le collaborazioni, con artisti, architetti anche con sensibilità diverse», conferma Elihau. Il prossimo appuntamento è per il Salone del Mobile di Milano.

Gli ultimi entrati in famiglia, i tappeti della collezione Paralleli disegnati da Dimorestudio, presentati all’ultimo Salone e ora rilanciati a Maison & Objet Parigi, hanno intrecci di metallo al loro interno. «Si tratta di un’antica tecnica caucasica utilizzata nei tappeti sumak», spiega Elihau. A riprova che da un grande deposito di conoscenze, da grandi pile di tappeti, escono nuove suggestioni.

Mattia Balsamini

Lo showroom milanese di via Pontaccio, il primo di Golran, è stato inaugurato lo scorso settembre. È uno spazio ristrutturato su progetto dello studio di architettura Storage Associati con l’art direction di Francesca Avossa e rispecchia l’immagine del mercante di tappeti reloaded: molto bianco, tappeti appesi come opere d’arte, una scala ricoperta d’ottone che porta al piano inferiore, una cassettiera a lingotto in rame, una libreria a parete che accoglie i pezzi della collezione. La vicinanza con un altro dei marchi dell’arredamento di alta gamma, Moroso, a cui Golran ha fornito tappeti per i setting e che ha realizzato alcuni pouf e poltrone foderate con gli stessi. «È più una galleria d’arte che un magazzino», riconosce Elihau. «In passato c’erano gli artisti dei tappeti: un pezzo usciva da un dato atelier, aveva una firma. Nessuno avrebbe chiesto a un designer, un architetto o uno stilista di disegnarne uno». I tempi sono cambiati, o meglio: reloaded.

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