Airbnb e Uber non possiedono niente, però insieme valgono 100 miliardi di dollari. Commerciano merci rare: fiducia, esperienze e storie da raccontare

Non c’è nessuno al mondo come le persone in questa stanza, nessuno», ha detto il presidente americano Donald Trump radunando a metà dicembre a New York lo stato maggiore della Silicon Valley, da Tim Cook di Apple a Elon Musk di Tesla, insieme al principe delle tenebre Peter Thiel, l’unico ad averlo endorsato nella California ecologica e ostile.

Nella Trump Tower mancavano però i veri protagonisti del cambiamento, e si capisce, da un presidente che possiede molte case e molte auto. Qualche settimana prima, a Los Angeles, Airbnb, ormai valutata 30 miliardi di dollari, tre volte Fca, lanciava la sua mega convention in cui annunciava la trasformazione in mega agenzia di viaggi a tutto tondo, agenzia soprattutto esperienziale, in cui ogni ospite diventa una potenziale guida turistica o insegnante di qualunque disciplina, dal surf alla cucina locale.

L’amministratore delegato Brian Chesky, un palestratello visionario che se avesse un po’ di seno farebbe anche l’annunciatrice, parafrasando Enzo Biagi, aveva, tra un’intervista a Gwyneth Paltrow e un’introduzione a Lady Gaga, raccontato cosa diventa Airbnb: non più solo il più grande locatore a breve termine del mondo ma proprio un’agenzia di viaggio a 360 gradi. Agenzia di viaggio naturalmente non tradizionale, perché «è ora di rimettere le persone al centro», diceva, e soprattutto (non lo diceva) nessuno ha più una lira per gli hotel e le business class, neanche le pance del Paese che votano Trump.

La sede di Airbnb a San Francisco, al numero 888 di Brannan Street

Ecco dunque Trips, un sistema di viaggi ed “esperienze” basate sulla “gggente”, perché «the magic is in the people», come ripeteva Chesky con una punchline forse suggerita dalle migliori menti della sua generazione lì a Hollywood. «Fino ad ora, Airbnb si è occupato di case», ha detto, «oggi invece riuniamo in un unico luogo i posti da visitare, le esperienze da provare e le persone da incontrare. Vogliamo restituire al viaggiare un tocco di magia, riportando le persone al centro di ogni esperienza».

“Esperienza” era dunque la parola magica. E ci saranno certo voli, auto, spese a domicilio, tutto prenotabile dalla nuova app Airbnb – sul maxischermo compariva naturalmente un’auto elettrica Tesla, qui a San Francisco a chilometri zero, e drogherie organiche pronte a consegnare, e poi nuove guide ai posti, fichissime, anche audio. Ma il piatto forte saranno proprio le “esperienze”, si potrà condividere d’ora in poi non solo il tetto e una socialità che fa ormai parte del vissuto millennial e millennial di ritorno, ma anche fare cose e vedere gente proprio come i “locals”, che è un po’ il plus a cui Airbnb ha abituato: mai più trappole turistiche (a Roma tremano i gelatai e i ristoratori dalle parti di piazza Navona) ma “di tutto di più”, come un ex slogan Rai, in compagnia.

Tutto questo ha fatto il successo di Airbnb, new economy in purezza, punta di diamante del «cyber», come Trump chiama qualunque cosa non comporti manifattura pesante e tondino. E il valore dell’azienda non riflette certo il possesso – che non ha – di ormai 2,5 milioni di case in 191 Paesi.

Riguarda piuttosto una commodity scarsa, oggi: la fiducia, fiducia del «mettersi in casa un estraneo», come diceva Alberto Sordi, fiducia nell’andare a casa d’altri invece che in albergo. Il giorno successivo alla Leopolda tecnologica di Trump, invece, a San Francisco, capitale morale di Silicon Valley, cominciavano a circolare i primi Uber senza conducente, sfidando ancora una volta lo status quo. Subito il sindaco ritirava le targhe a questi veicoli, col risultato che l’auto che si guida da sola sorgerà forse in Arizona, perché non si può fermare il vento con le mani, come dice lo spot di un’industria di materassi romani.

Anche qui, la fiducia, nella società del rating collettivo e della tracciabilità totale: mi freghi una volta, e una sola, perché poi sarai estromesso dal consesso globale delle stelline. Fiducia e reputazione, non mi importa che tu sia un tassista, mi basta che sai guidare bene e non sei un pazzo; e magari hai anche una storia da raccontare. E non è un caso che Airbnb e Uber, che non possiedono niente, e però insieme valgono 100 miliardi di dollari, siano sorte entrambe qui a San Francisco, patria come si sa della controcultura, dell’amore libero, del fricchettonismo. L’idea di “comune”, dalla Summer of Love di cinquant’anni fa, non è mai passata di moda. Studenti, artisti, oggi startupper e anche yuppies e yuccies dei più conformisti vivono insieme visti i prezzi micidiali al metroquadro (anche nei romanzi, come gli stipati paranoici di Purity di Jonathan Franzen, qui dietro a Oakland).

 
Adesso, a San Francisco nasce anche l’anello di collegamento tra Uber e Airbnb; la startup Turo, che permette di affittare la propria auto qualche ora o qualche giorno, tra privati, con le stesse foto ritoccatissime e invitanti, ma del cruscotto invece che del tinello. Cambierà così anche il concetto di noleggio, non più da un anonimo rent-a-car ma da un vero privato, e sarà possibile affittare una Cinquecento o una Porsche nuovissime, o un vecchio pulmino Volkswagen a seconda dei gusti e delle possibilità.

Così forse ci troveremo ad amare quella maniglia scheggiata e quella ruota un po’ sgonfia come le piccole cose patetiche e affettuose che abbiamo imparato ad amare del resto della sharing economy, e che ne fanno la sua estetica: il rubinetto che sgocciola ma anche la bottiglietta d’acqua dell’uberista, o il vino scadente dell’appartamento che sembrava così più grande. Ma in fondo ci fa sentire a casa.
 

Foto courtesy by Airbnb
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