Come cambieranno le serie tv americane, ora che c’è la controprogrammazione della Casa Bianca

 

La prima cosa che ho pensato il giorno dopo la vittoria di Trump è stata: ma non aveva perso le primarie? Se seguite Scandal, avrete pensato la stessa cosa. Hollis Doyle, miliardario con nido di passerotti in luogo dei capelli e un approccio non proprio beneducato al mondo, nell’universo di Scandal era più Trump di Trump. Nel dibattito delle primarie con l’ex first lady che lo accusava d’essere un playboy misogino – «Ha portato sul suo aereo, per un weekend nella sua casa in montagna, tutte le spogliarelliste di un locale di New Orleans: non voglio immaginare che progetti avrebbe per Camp David» – ribatteva: «Un sacco somiglianti a quelli che avrebbe suo marito, direi». Alla richiesta d’un giornalista di rispondere a certe accuse di stupro, gongolava: «Uh, a Hollis piacciono le donnine; e puoi giurarci che alle donne piace Hollis». La sua risposta sul Ku Klux Klan era: «Le idee non hanno mai fatto male a nessuno: è l’élite mediatica politicamente corretta che danneggia la gente di questo paese». Solo che poi veniva filmato di nascosto mentre diceva cose inaccettabili (sì, succedeva prima a lui che a The Donald). Nel caso del vero Trump, l’indicibile riguardava l’afferrare le donne per le innominabilità, e il filmato non servì a granché: c’indusse tutti – illusi – a scrivere che ormai era finito, ma ebbe zero conseguenze in termini elettorali. Nel caso di Hollis Doyle, invece, il video gli costava tutto: dopo averlo sentito sbuffare che non c’era abbastanza amuchina al mondo per stringere le mani di tutti quegli schifosi proletari in campagna elettorale, i finanziatori si ritiravano, i consensi precipitavano, per lui Miss Italia – volevo dire: la candidatura alle primarie repubblicane – finiva lì. Fino a un attimo prima, Scandal era l’iperbole che nessuna persona seria avrebbe considerato come specchio della politica vera. Un’elezione dopo, è diventato un universo in cui le azioni hanno conseguenze: mica come nel fantasmagorico mondo reale. Maureen Dowd, editorialista del New York Times, me la sintetizza così: «Tutte le serie esageratamente satiriche si sono dimostrate non all’altezza della realtà». Anche Veep, che sembrava una farsa e invece era poco più d’un documentario, con la quasi-presidente che all’ultima puntata si vede scippare la presidenza non capisce neanche lei bene perché.

Paventavamo la tragedia d’un mondo in cui chi è al potere trama nell’ombra, uccide, complotta, e ha un approccio macbethiano all’obiettivo: ci aspettavamo House of Cards. E invece ci siamo ritrovati in una messincena comicamente grossolana, in cui nessuno si preoccupa della sospensione dell’incredulità, dei buchi di trama, della continuità della storia e dei personaggi. Nessuno si aspetta l’inquisizione spagnola, e nessuno si aspettava i tweet di Donald Trump. Nessuno, tranne Will McAvoy. L’anchor protagonista della più irrisa serie sul presente, Newsroom, aveva ragione su tutto: populismo, notizie inventate, commentatori dei social senza dignità di nome e cognome cui viene inspiegabilmente data dignità di notizia. «Abbiamo modo di sapere se LollypopLollypop ha 10 anni? O se è un cane bassotto? O se LollypopLollypop e SurrendrDorothee siano la stessa persona? Nei tuoi sogni più sfrenati, riesci a immaginarti Walter Cronkite costretto a ripetere “LollypopLollypop” come tocca fare a me?».

Abbiamo studiato le serie sbagliate, e l’abbiamo fatto a causa d’un pregiudizio: che gli americani fossero gente (più) seria (di noi); che la politica americana fosse una cosa (più) seria (della nostra); che la realtà, per sua natura, fosse verosimile. E quindi che la rappresentazione in toni comici o farseschi o iperbolici non fosse affare per gente seria che volesse analizzare seriamente le cose del mondo. E adesso? Adesso che la realtà ha superato ogni fantasia di sceneggiatore, come si va avanti?

Se la tua trama gira attorno alla politica, le cose si complicano: la nuova stagione di Homeland è cominciata negli Stati Uniti la settimana scorsa, con una puntata ambientata poco dopo l’elezione del nuovo presidente, una donna che vorrebbe ritirare tutte le truppe da ovunque perché suo figlio è morto in guerra; considerato che il trailer della stagione aveva come slogan «la transizione dei poteri non sarà pacifica», non scommetterei i miei risparmi che la presidente arrivi viva alla puntata in cui dovrebbe insediarsi.

Tuttavia, è una donna. Una donna che ha vinto le elezioni. Di recente Eli Attie, già speechwriter di Al Gore e poi sceneggiatore di The West Wing (matrice di tutte le serie politiche), ha commentato una cosa che si dice da tempo: che l’ascesa di Barack Obama ricordasse, in molti dettagli, l’arco del personaggio di Matt Santos, che imprevedibilmente vince le primarie e poi le elezioni alla fine dell’ultima stagione di The West Wing, nel 2006. È vero, ha spiegato Attie, che ci sono delle similitudini; solo che Matt Santos era figlio di immigrati messicani. Giacché “vero” e “verosimile” sono due concetti che quasi mai coincidono, in tv, e ad Attie non pareva plausibile il personaggio d’un afroamericano che vince le elezioni. Quindi non solo abbiamo capito male le serie sbagliate, ma non abbiamo neanche l’attenuante della novità: c’era già stato almeno un caso in cui quella che sembrava un’iperbole inverosimile poi era divenuta realtà.

Forse, esattamente come noi che le studiamo, quelli che scrivono le serie televisive sono mal sintonizzati col mondo là fuori. Cioè: capiscono i loro vicini di casa a Los Angeles e a New York, ma non capiscono il proletariato dell’entroterra. D’altra parte, se foste un inserzionista televisivo, vorreste rivolgervi alla borghesia colta e solvibile, o ai provinciali convinti che i messicani ruberanno loro il lavoro? Mettereste il vostro spot in una serie rivolta a gente che non può permettersi il vostro prodotto? Insomma: parteggiate per Shonda Rhimes – autrice di Scandal e Grey’s Anatomy e produttrice di mezzo palinsesto della Abc – che tiene discorsi su quanto sia importante mandare messaggi sull’inclusione e l’accettazione nei propri lavori; o col capo della Abc, che dà interviste dicendo che forse nelle loro serie sono tutti troppo benestanti e istruiti e l’America di Trump si sente esclusa e bisogna raccontare anche loro?

Billions dovrebbe essere la più trumpiana delle serie: il protagonista, Bobby Axelrod, è un burino arricchito senza scrupoli. Nella nuova stagione (su Sky Atlantic dal 20 febbraio) c’è un personaggio che viene definito dagli autori «gender fluid», cioè che non si riconosce in un’identità né maschile né femminile. Non è stata una reazione: il personaggio era già in preparazione ben prima che le istanze di genere perdessero le elezioni; i primi avvisi di casting sono del gennaio 2016. Per interpretare Taylor, che si presenta specificando che il pronome con cui rivolgersi a (e qui la sintassi si fa difficile) non-lei e non-lui è «loro», hanno scelto qualcuno di altrettanto gender fluid: perché nessuno vuole fare la fine di Louis CK, massacrato quando scelse un’attrice non trans per interpretare un personaggio forse trans in Horace e Pete; e anche perché è proprio dando la priorità a questioni come l’utilizzo dei bagni pubblici e relativa identità di genere che si perdono le elezioni (creativamente, perdere è una manna, ammettiamolo: West Wing nacque sotto Clinton ma fiorì sotto George W. Bush – il che forse dice anche che Shonda Rhimes si affanna invano: la realtà non si fa influenzare dalla tv).

Il dettaglio più interessante è che Taylor lavora per Bobby Axelrod; che, di fronte a menate come «chiamatemi “loro”», ti aspetteresti avesse l’atteggiamento sbrigativo di Trump. E invece Ax difende Taylor, cazzia chiunque utilizzi «lei» per parlarne, è rispettoso molto più di quanto lo sia coi bisogni da piccola borghesia degli altri – noiosamente uomini e noiosamente donne – che lavorano per lui. Certo, lo fa perché intravede in quella stranezza un pensiero laterale che gli porterà maggiori profitti – Ax non fa mai niente per caso – ma è impossibile non pensare, specie se si segue su Twitter l’autore Brian Koppelman e si nota quant’è monomaniacale rispetto a Trump, che sia anche il modo in cui gli autori hanno deciso di differenziare il loro miliardario cattivo: è coatto ma elegante, è stronzo ma non supera i limiti; è il nostro miliardario burino, mica quello in chief.

Tutto questo se prendiamo per buona l’idea che la tv – che la serialità televisiva – sia un editoriale che commenta l’attualità. Una rielaborazione dei fatti. Una lente che distorce la realtà ma non così tanto da non fartene riconoscere gli spunti. Certo, è un modo di raccontare, ma il più difficile – specialmente se la realtà è dotata di politici che battono gli sceneggiatori in indotta sospensione dell’incredulità. Non per niente Sorrentino ha rinunciato al suo film su Berlusconi, e il film di Virzì su Grillo è forse un pettegolezzo, forse una fantasia, forse una voce messa in giro da chissà chi.

Va anche calcolato il rischio che, se sembri uno che commenta l’attualità invece di raccontare una storia, hai già perso. Quando ne parlo con Frank Bruni, altro editorialista del New York Times, lui mi fa notare che «avendo rispetto al cinema il vantaggio della velocità produttiva, la tv risponde più prontamente allo svolgersi degli eventi: ti ricordi quant’era sul pezzo e sulla notizia The Good Wife? Era come se gli autori avessero una sfera di cristallo». Siccome il caso ha un certo qual senso dell’umore, poche ore dopo questa sua risposta esce una notizia su The Good Fight. The Good Wife è finito l’anno scorso ma gli autori e una parte del cast stanno girando questo spin-off con gli stessi personaggi, che esordirà negli Stati Uniti il 19 febbraio. E di cui hanno dovuto riscrivere buona parte: la premessa era che il personaggio di Diane lasciasse il suo studio legale perché la vittoria di Hillary Clinton aveva infranto ogni possibile soffitto di cristallo e non c’erano più traguardi da raggiungere.

Se tenti di prevedere l’attualità rischi che non si capisca più cosa sei: in The Blacklist c’è un nuovo presidente, è latino, ma la sua campagna elettorale è stata finanziata dai russi, insomma decidetevi, un messicano con una trama trumpiana sfida ogni sospensione dell’incredulità; se ci rinunci la realtà ti batte: Shonda Rhimes ha raccontato che per la nuova stagione di Scandal avevano impostato (e poi l’hanno accantonata) una trama in cui la Russia tentava d’influenzare le elezioni americane: «Avevamo preso lo spunto dai giornali, leggiamo tutto, stiamo attenti a ogni notizia e cerchiamo di estrapolarne la versione più folle: solo che la realtà di questi tempi si estrapola la follia da sola». Se fai quello che la realtà è una sceneggiatura troppo favolosa per non usarla, poi arrivano quelli dei palinsesti a ricordarti dove vivi: Law & Order: SVU ha girato una puntata in cui un candidato viene accusato di molestie da varie donne; l’ha interpretato Gary Cole, che ha spiegato: «È un uomo d’affari senza precedenti esperienze di governo, ha fatto i soldi con l’edilizia: non ci vuole uno scienziato per capire che è lui»; la puntata doveva andare in onda a ottobre, poi l’hanno spostata una settimana dopo le elezioni, poi è andata come sappiamo; attualmente, non si sa se andrà mai in onda.

Se invece tenti di condizionare il mondo reale dallo schermo televisivo, rischi di sembrare un povero mitomane: uno degli autori di Homeland, parlando del personaggio d’un ragazzino musulmano che nella nuova stagione ha un blog e perciò viene arrestato per propaganda terroristica, ha detto che ritiene importantissimo raccogliere l’eredità di 24 nel sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema della libertà d’opinione; in effetti, dopo ogni ora di gente torturata affogata sparata nell’atmosfera dagli eccessi cartoonistici di 24, eravamo tutti presi a dibattere della libertà d’opinione. E se vuoi mandare messaggi positivi, rischi di danneggiare la tua stessa creatività: gli autori di Quantico hanno detto che ritengono loro responsabilità civile non risolvere mai uno dei misteri riguardanti gli attentati con un colpevole musulmano – ma che fine fa la storia, se non puoi fare quello che vuoi dei tuoi personaggi perché anche in un mondo di finzione hai minoranze da tutelare e posizioni politiche da affermare? Se l’editoriale prevale sul plot?

Forse, banalmente, il mondo dello spettacolo sopravvaluta se stesso. Quando gli chiedo se dobbiamo aspettarci una resistenza a Trump tra le righe delle sceneggiature, Bill Carter, storico della televisione, mi dice che «Hollywood tende a marciare compatta, specie per quanto riguarda le “cause” – e le cause cui la Hollywood liberal più tiene sono antitetiche alle convinzioni di Trump, quindi lo scontro è inevitabile». Quindi avremo serie che tentano di fare l’opposizione a un presidente, il quale intanto tenta di governare a colpi di tweet.

Il grande non detto è che Trump è uno dei loro, ma più di successo. The Donald è il più grande format dopo il Big Bang: non puoi inseguirlo su quel terreno, puoi solo cambiare genere. Il Conrad Dalton di Madam Secretary o il Tom Kirkman di Designated Survivor, due noiosi presidenti perbene noiosamente verosimili, sono molto meno televisivi di quello vero. La rete all news Msnbc si sta pubblicizzando sui quotidiani americani con una foto di The Donald e lo slogan «Cosa farà? Cosa non farà? Ecco perché ci guardi». Per sapere come andrà a finire. Impeccabile, degno degli anni della Must See Tv (quelli della tv dei grandi numeri, del guardare i programmi mentre andavano in onda, dello stare a casa per non perderseli: altro che streaming, altro che binge, altro che chiacchiere). Donald Trump non è un cattivo per gli anni in cui i cattivi televisivi sono accoglienti con trans e vegani: è un cattivo degli anni di Aaron Spelling, quelli delle spalline imbottite e delle pettinature cotonate. Basta vedere una qualunque sua foto di famiglia: vi verrà in mente il modo in cui riuscivano a essere volgari in Dynasty, mica quello in cui riescono a esserlo in The Blacklist.

A dicembre Megan Mullally, che ai tempi di Will and Grace condivise con Donald Trump un memorabile momento durante la premiazione degli Emmy, ha fatto il giro dei talk-show pentendosi d’aver lasciato agli archivi due minuti in cui faceva la scema con l’impresentabile-in-chief. Lui vestito da contadino e lei da Karen (la ricca stronzissima di Will and Grace) cantavano Green Acres (sigla di La fattoria dei giorni felici, serie degli anni 60 in cui una famiglia di città andava a vivere in campagna ben prima che lo facesse Toto Cutugno). Mullally ha riferito, con la garbata indignazione con cui mia nonna si afferrava le perle, che la loro esibizione vinse il televoto e che il giorno dopo The Donald la chiamò dicendo che era una vittoria molto importante. Teneva al televoto allora, tiene allo share oggi: due settimane prima dell’insediamento ha twittato gongolante che, senza di lui, gli ascolti di The Apprentice erano crollati, precisando che il nuovo conduttore, Arnold Schwarzenegger, aveva sostenuto la Clinton.

Nel format di The Donald, non importa chi siano i buoni: importa chi vince. L’ha imparato dalla tv. Un anno fa, vedendo 22.11.63, ha capito che un buon presidente non è la soluzione. Nella serie tratta da Stephen King, James Franco tornava indietro nel tempo per impedire l’attentato a Kennedy e garantire all’America un futuro più roseo. Quando tornava nel presente, però, quarant’anni dopo Kennedy, l’America aveva l’aspetto post-atomico che neanche negli scenari più distopici. Una desolazione che neanche in una puntata di Black Mirror. Black Mirror, già: una di quelle serie così inverosimili da aver azzardato qualunque iperbole satirica, persino la presenza della scrofa nel dibattito politico; un’altra che non ha previsto la semplice vittoria di The Donald.

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